Luca 15 è il nostro testo, e torniamo alla storia raccontata da Gesù, la parabola che comincia al versetto 11 e prosegue fino alla fine del capitolo. I versetti dall'11 al 32 contengono probabilmente la più nota tra le storie di Gesù: "la storia del figlio prodigo". Tutti conoscono la storia, almeno superficialmente; ma in realtà non è la storia del figlio prodigo; quello è solamente un terzo della storia intera; di fatto la storia parla di un figlio prodigo, di un padre amorevole e di un figlio molto diligente. Un figlio minore che vive apertamente nella sua empietà ed immoralità, nel disprezzo di ogni modo di pensare convenzionale, di ogni norma morale, facendo solamente quello che vuole fare, quando vuole farlo, nel modo in cui vuole farlo, e così ne paga le conseguenze.
Parla anche di un figlio maggiore che, a quanto pare, è molto devoto a suo padre: rimane a casa, fa tutto ciò che dovrebbe fare e lo fa nel modo in cui suo padre vuole che lo faccia. Si conforma alle aspettative convenzionali della comunità religiosa che lo circonda; si comporta in modo ammirevole... Uno sarebbe, secondo la classificazione classica, il figlio cattivo, e l’altro sarebbe il figlio buono. E nel mezzo, a toccare profondamente entrambe le vite, c’è questa straordinaria figura del padre amorevole.
Ora, per comprendere questa storia, è importante capire—come vi abbiamo già detto—che quelle persone erano estremamente sensibili al concetto di onore e di vergogna. In sostanza, si faceva tutto nella propria vita, allo scopo di preservare il proprio onore o di raggiungere un certo onore, perché quella era la cosa più importante. Era molto, molto importante essere una persona onorevole, era un sistema di giustizia fondato sulle proprie opere.
Ci si guadagnava il favore di Dio essendo buoni, essendo religiosi, essendo morali, rispettando scrupolosamente le regole, mantenendosi sulla retta via e curando ogni minimo dettaglio per quanto riguarda le norme di comportamento della comunità. Era molto importante che si mantenesse in quel modo il proprio onore, che si fosse rispettabili, onorevoli e che non si facesse nulla che potesse portare alla vergogna.
I farisei, i quali si consideravano persone onorevoli, erano i capi della religione giudaica. Credevano di essere loro gli artefici di ciò che costituiva l’onore, ed erano anche loro a stabilire che cosa costituisse la vergogna. Erano giunti alla conclusione che Gesù fosse un falso Messia, un Messia vergognoso; che, di fatto, non venisse affatto da Dio, ma da Satana. Dissero di Lui la cosa peggiore che si potesse dire: dissero che compiva le Sue opere mediante la potenza di Satana.
E, come prova, dicevano: “Guardate che genere di persone frequenta”. All’inizio del capitolo 15 vediamo un’altra occasione in cui tutti i pubblicani ed i peccatori si avvicinavano per ascoltare Gesù. Egli attirava l’elemento peggiore della società, ciò che ne rimaneva ai margini: gli emarginati, i relitti e i rifiuti alla deriva, la feccia, le nullità, la gente della peggior specie, quelli che erano stati scomunicati dalla sinagoga, gli intoccabili della società. Persone alle quali i farisei non si sarebbero mai avvicinati, per timore che la loro presunta purezza venisse in qualche modo contaminata.
Di fatto, quella era la loro critica contro Gesù, non è vero? Lo vediamo al versetto 2: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”. Chiunque socializzi con i peccatori dimostra di appartenere al loro stesso ambiente. E quindi, come loro appartengono a Satana, così anche Lui deve appartenere a Satana.
Ebbene, Gesù deve difendere Sé stesso. Deve dimostrare che non appartiene a Satana, ma che viene da Dio; e così racconta loro tre storie per dimostrarlo. Egli si trova in mezzo a quelle persone perché sono perdute, come la pecora che il pastore dovette andare a cercare. Si trova in mezzo a loro perché sono perdute, come la moneta che la donna dovette andare a cercare. Si trova in mezzo a loro perché sono perdute, come il peccatore, il figlio prodigo, che il padre accoglie ed abbraccia perché era perduto ed ora è stato ritrovato.
Non comprendono forse il cuore di Dio? No, non lo comprendono. Non capiscono che la gioia del cielo non si trova nei novantanove peccatori che si ritengono giusti e pensano di non avere bisogno di ravvedimento? Non comprendono che la gioia di Dio si trova nella salvezza dei peccatori? Quanto sono lontani da Dio! Non conoscono affatto Dio, questi farisei e scribi che criticano e calunniano Gesù; e queste storie hanno lo scopo di renderlo evidente.
La terza storia è davvero quella principale, e non la ripercorrerò tutta. Conoscete la storia. Ma ogni singola cosa che vi accade è vergognosa, mentre i farisei se ne stanno, per così dire, seduti ad ascoltare Gesù—sono loro il pubblico—che racconta questa storia. Fin dall’inizio è una storia che fa scuotere la testa e alzare gli occhi al cielo. Oh, è una cosa scandalosa dopo l’altra, e ciascuna viola ogni loro sensibilità convenzionale.
Prima di tutto, il figlio minore fa una richiesta vergognosa: chiede subito la sua parte di eredità. Ebbene, in quella cultura non la si riceveva fino alla morte del padre. Era come se dicesse: “Sei d’intralcio. Vorrei che fossi morto. Dal momento che non sei morto, comportati come se lo fossi. Dammi ciò che mi appartiene”. Era una cosa vergognosa, impensabile in quella cultura che attribuiva un onore così elevato, tra tutte le persone, proprio al padre di famiglia.
E poi il padre agisce in modo vergognoso, dando una risposta vergognosa: gli concede ciò che chiede. Quale padre avrebbe fatto una cosa del genere? Un padre avrebbe dovuto schiaffeggiarlo e punirlo, dicendogli: “Assolutamente no! Non permetterò che tu mi disonori in questo modo”. Ma ad una richiesta vergognosa segue una risposta vergognosa: il padre gli dà ciò che vuole. Questa è la richiesta del peccatore: essere il più libero possibile da Dio, libero quanto desidera, per soddisfare i propri desideri e le proprie passioni. E sapete una cosa? Dio concede al peccatore proprio quella libertà. Potete spingere il vostro peccato fin dove volete. Potete portarlo in profondità quanto volete, in alto e in largo quanto volete. Potete entrare in ogni angolo e in ogni recesso nel quale scegliete di entrare. Avete quella libertà.
Ed è proprio quello che fa. Alla richiesta vergognosa ed alla risposta vergognosa segue una ribellione vergognosa. Conosciamo la storia, nei versetti dal 13 al 16. Il figlio se ne va in un paese lontano; lascia Israele, per così dire, e si reca in una terra pagana proibita, impura. Era considerata talmente impura che un Giudeo, quando tornava, scuoteva dai propri vestiti la polvere dei pagani, per non introdurla nel paese d’Israele. Alla fine cerca perfino di mangiare il cibo dei porci, animali impuri, lavorando per un pagano senza essere pagato, ma soltanto per avere il diritto di contendersi con i porci le carrube che stavano mangiando.
È una ribellione che tocca il fondo. Dissipa tutti i suoi beni, frequentando prostitute e dedicandosi a qualunque altra attività dissoluta gli sia possibile. Esaurisce completamente la fortuna che suo padre gli aveva dato e che aveva trasformato in denaro contante il più velocemente possibile, vendendo tutto a prezzo ridotto. E così, dopo aver ricevuto quel denaro, lo sperpera completamente; non gli rimane più nulla. Poi arriva una carestia, lui non ha alcuna risorsa e finisce in mezzo ai porci.
Alla ribellione vergognosa segue un autentico ravvedimento, anch’esso accompagnato dalla vergogna. Nei versetti dal 17 al 19 si sente profondamente afflitto. Dice: “Guardate, non ho nessuno a cui rivolgermi. Sto per morire. Ho fame. Mio padre paga le persone che lavorano per lui a giornata, e le paga più di quanto sia loro necessario”; vale a dire che è gentile, è generoso, è un uomo buono. Ed io conosco mio padre, so che è compassionevole, so che mi ama e so che, se ritornerò, sarà disposto ad accogliermi a certe condizioni.
“Quindi”, dice, “ritornerò”—versetto 18—“da mio padre e gli dirò: ‘Padre, ho peccato contro il cielo’”; questo è un altro modo per dire: “I miei peccati si sono accumulati fino al cielo”. Questa è una confessione completa, che non nasconde nulla, “E ti dico che i miei peccati sono arrivati fino al cielo. Tu lo sai. Li ho commessi proprio davanti ai tuoi occhi. Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Questa è la sostanza del vero ravvedimento.
Rientra in sé stesso, valuta il proprio peccato, valuta dove quel peccato lo abbia condotto e riconosce di non avere dentro di sé alcuna risorsa per cambiare la propria condizione. Tornerò indietro. Mi fido di mio padre. Mi accoglierà a certe condizioni. Mi offrirò di lavorare per lui come un salariato. Non come un servo di casa, sarebbe già troppo. Non come un figlio, sarebbe decisamente troppo. Non ne sono degno. Ma mi guadagnerò la mia paga giornaliera, occupando il gradino più basso della scala socioeconomica. Questa era la concezione giudaica del ravvedimento.
La salvezza, nel sistema legalistico del giudaismo—come in qualunque altro sistema legalistico al mondo e in tutte le religioni, ad eccezione del vero cristianesimo—è una forma di salvezza basata sulle opere. Sono tutti uguali. Le brave persone vanno in cielo; le persone religiose che compiono buone opere. Se continuate a farle abbastanza a lungo e abbastanza bene, quello sarà il modo in cui arriverete a Dio.
E il giovane, nella storia, aveva quel modo di pensare convenzionale. Gesù lo presenta come un Giudeo sottoposto al pensiero giudaico, e quindi egli dice: “Tornerò indietro e mi guadagnerò il favore di mio padre. Mi guadagnerò la mia salvezza. Farò qualunque cosa sia necessaria, per tutto il tempo che sarà necessario, per rientrare nella casa di mio padre, avere parte ai suoi beni e accedere al suo cielo”. E così ritorna.
Ora, ricordate, i farisei stanno ascoltando tutto questo e dicono: “Tutta questa storia è una grande storia di vergogna: una richiesta vergognosa, una risposta vergognosa, una ribellione vergognosa, un ravvedimento vergognoso”. Ora ritornerà.., “Ah, finalmente il padre farà qualcosa di onorevole”. Ma il padre offre al figlio un’accoglienza vergognosa. Incredibile.
Versetto 20: “Ed egli si alzò e venne da suo padre”. Arriva con vestiti puzzolenti, che hanno l’odore dei porci. Non possiede assolutamente nulla. È ridotto in miseria, completamente in bancarotta, non ha proprio niente, “Suo padre lo vide mentre era ancora lontano”; e questo indica che il padre lo stava aspettando, sperava nel suo ritorno, soffriva in silenzio durante la sua assenza e continuava ad amarlo anche mentre era lontano, “Il padre lo vide, ne ebbe compassione e corse..”.. Corre attraverso il paese, cosa che un uomo nobile del Medio Oriente non avrebbe mai fatto. Era un comportamento inaccettabile e vergognoso.
Prima di tutto, non si mostravano le gambe in pubblico; e siamo entrati nei dettagli di questo aspetto. Ma egli corre, corre attraverso il paese per raggiungere il ragazzo prima che il ragazzo entri nel paese, perché, quando vi fosse arrivato, l’intera comunità lo avrebbe coperto di disprezzo, di sdegno e di scherno, perché era proprio ciò che dovevano fare. Quella era una parte della pena per il modo in cui si era comportato verso suo padre.
Il padre prende su di sé la vergogna che sarebbe dovuta ricadere sul figlio. Fa qualcosa di scandaloso e vergognoso: attraversa il paese di corsa prima che il figlio vi arrivi, lo salva dalla vergogna, “gli si getta al collo e lo bacia” più volte sul capo; ed è come se dicesse: “Tu sei un figlio, ed io ti accolgo come figlio. Tutto è perdonato, tutto appartiene al passato. Confidare in me, venire a me e ravvederti del tuo peccato è tutto ciò che ti chiedo”.
E tutto ciò che il ragazzo riesce a dire, al versetto 21, è: “Ho peccato contro il cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. E tralascia la parte in cui avrebbe chiesto di diventare un salariato, perché ormai è irrilevante: è stato riconciliato.
Ecco qui la gloria della salvezza, amici. Dio perdona colui che chiede perdono e si ravvede, senza alcuna opera, senza che vi sia in lui nulla che possa raccomandarlo: arriva con i suoi stracci sporchi, marci e puzzolenti, come un mendicante che non possiede nulla e che non può guadagnarsi nulla. Questa è la salvezza per grazia.
E l’accoglienza vergognosa conduce, al versetto 22, ad una riconciliazione vergognosa. Il padre non soltanto lo riprende come figlio, ma gli concede tutti i privilegi: “Portate la veste migliore, mettetegli un anello al dito e dei sandali ai piedi”. Che cosa rappresenta la veste? L’onore. È il vestito più importante posseduto dalla famiglia; appartiene al padre ed è indossato dal padre nelle occasioni più prestigiose mai organizzate dalla famiglia o alle quali la famiglia abbia mai partecipato. Dategli tutto l’onore della famiglia che sia possibile concedergli.
Poi prendete l’anello con il sigillo, quello che si usava per autenticare i documenti ufficiali e che gli conferisce la libertà di agire—e di agire con autorità—in nome della famiglia, disponendo di tutte le risorse della famiglia. E poi mettetegli delle calzature ai piedi. I servi camminano scalzi. I salariati camminano scalzi. Ma i padroni, i governanti e i figli portano le calzature.
Dategli la piena dignità di figlio. Dategli tutta la potenza derivante da quella posizione, tutta l’autorità e tutto l’onore. Questa è un’immagine della salvezza. Quando il peccatore arriva completamente in bancarotta, senza assolutamente nulla, si affida alla misericordia di suo padre e dice: “Ho sperperato ogni cosa. Il mio peccato è alto quanto il cielo. Ho peccato contro Dio. Ho peccato contro di te. Non posso offrirti nulla. Sono disposto a lavorare”; allora il padre lo abbraccia con amore e gli dice: “Non hai bisogno di lavorare. Ti concedo la piena dignità di figlio, con tutti i diritti e tutti i privilegi, con ogni onore ed ogni autorità”. Questa è la salvezza.
Perché il padre fa questo? Perché gli procura gioia. Al versetto 23, ciò che i farisei avrebbero visto è una celebrazione vergognosa: “Portate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo, mangiamo e rallegriamoci”. La gioia del padre, la gioia del Padre celeste, si trova nel peccatore che ritorna a casa, si ravvede e viene perdonato. Questa è la gioia di Dio.
Lo dice il versetto 24: “Questo mio figlio era morto”. Ricordate che vi ho detto che, quando se ne andò, celebrarono per lui una specie di funerale. Era fuori dalla famiglia. Ma ora è tornato in vita. Era perduto, ed è stato ritrovato; e cominciarono a far festa.
Ora arriviamo al versetto 25, e qui vi sono altre tre cose vergognose: una reazione vergognosa, una risposta vergognosa ed una conclusione vergognosa. Tutte queste riguardano il figlio maggiore. La reazione vergognosa, versetto 25: “Ora, suo figlio maggiore si trovava nei campi e, mentre tornava e si avvicinava alla casa, udì la musica e le danze. Chiamato uno dei servi, cominciò a domandargli che cosa significasse tutto questo. Ed egli gli rispose: ‘È tornato tuo fratello, e tuo padre ha ammazzato il vitello ingrassato, perché lo ha riavuto sano e salvo’”. Ed è così che incontriamo il fratello maggiore.
Ora, la maggior parte delle persone dice che il figlio maggiore... Oh sì, quello era il cristiano. Sì, quello era il credente che era rimasto a casa e faceva quello che doveva fare. Ma non è vero. No, non è affatto vero. Il figlio maggiore... è affascinante quello che Gesù fa qui. Il figlio maggiore... ora dovete capire: voi siete i farisei e gli scribi, i legalisti. Siete seduti lì ad ascoltare la storia. Tutto quello che tutti hanno fatto fino a questo momento è stato vergognoso, tutto quanto. State solamente aspettando che qualcuno faccia quella che voi considerate la cosa giusta. Ed ora arriva qualcuno che farà qualcosa che i farisei ritengono onorevole. Questo è il nostro ragazzo. Questo è il nostro uomo.
Versetto 25. A proposito, incontrando lui, incontrano loro stessi. Questo è il loro uomo. Sono loro, “Ora, suo figlio maggiore si trovava nei campi”. Quel giorno era stato nei campi a lavorare, per quel poco che lavoravano i proprietari terrieri: seduto all’ombra di un albero, ad assicurarsi che tutti gli altri facessero quello che dovevano fare. Quello che facevano era sorvegliare. Di fatto, i nobili del Medio Oriente di solito non lavoravano. Ad un certo punto, lavorare era considerato in qualche modo al di sotto della loro dignità.
Comunque, si trovava nei campi. Quello che mi colpisce è che il padre non gli abbia detto nulla. Certamente il padre non era andato a cercarlo. Il padre non aveva mandato un messaggero nei campi, ovunque egli si trovasse, per dirgli: “Ehi, ehi, ehi! Tuo fratello è tornato e faremo una festa. Vieni dentro, saluta tuo fratello. Abbraccia tuo fratello. Rallegrati con me ed aiutami ad organizzare questa festa”.
Perché, badate bene, lui era il principale organizzatore delle feste della famiglia. Quello era il compito del figlio primogenito. Aveva la responsabilità di gestire tutti gli eventi della famiglia, in particolare quelli destinati a recare onore alla famiglia. E la festa era in onore della famiglia, non tanto del figlio che era tornato, quanto del padre che lo aveva riaccolto e riconciliato. E l’intero villaggio si era riunito per rendere onore ad un padre così amorevole, benevolo, misericordioso, pronto a perdonare e a riconciliare. Ma nessuno si era preoccupato di avvertirlo.
Il padre non è andato, perché no? Ascoltando la storia, non direste forse: “Perché nessuno è andato a prenderlo e a riportarlo a casa?”. La risposta è che non ha alcun rapporto con il padre. Il padre sa che non prova alcun interesse per suo fratello. Lo ha dimostrato all’inizio della storia, quando non ha cercato di impedire al fratello di compiere quell’azione terribile. Non provava alcun interesse neppure per suo padre. Lo ha dimostrato non intervenendo fra suo fratello e suo padre, per impedire al fratello di compiere un atto tanto disonorevole nei confronti del padre. Di fatto, ha accettato volentieri la propria parte dell’eredità, senza mai difendere l’onore di suo padre.
Non ha alcun rapporto con nessuno nella famiglia. Il fatto che si trovi nei campi è, in un certo senso, una metafora della sua posizione all’interno di quella famiglia. Il figlio minore si trovava in un paese lontano. Questo si trova in un campo lontano. Ma il simbolismo è che entrambi sono molto lontani dal padre. Entrambi tornano a casa, ma ricevono accoglienze molto diverse.
Dunque, si trova nei campi. La giornata finisce. Il testo dice che tornò e si avvicinò alla casa. E dal momento che, fino a quel punto, non aveva sentito nulla, questo deve indicare che si trattava di una proprietà piuttosto grande. Questo padre possiede una tenuta tanto vasta che qualcuno può trovarsi abbastanza lontano da non sapere neppure che a casa sua si sta svolgendo un’enorme celebrazione alla quale partecipano centinaia di persone; ed è un modo per indicare la grandezza del regno di Dio.
Ma egli ritorna e si avvicina alla casa. E il testo dice: “Udì la musica e le danze”. Ora, ancora una volta, tutto ciò che è avvenuto fino a questo momento è stato vergognoso. Tutto è contrario a quello che essi ritengono giusto. Ormai sono stati trascinati dentro la storia. Hanno espresso giudizi critici lungo tutto il racconto. Gesù era un maestro in questo. Trascinava il Suo pubblico direttamente dentro la storia. Dovevano esprimere giudizi morali ad ogni passaggio. Era una storia semplice, comprensibile, con elementi morali ben chiari; e loro si trovavano nella posizione di dover esprimere quei giudizi morali.
Eccoli lì, gli esperti dell’onore e della vergogna: dopo essere rimasti sorpresi, sconvolti ed indignati dal comportamento di tutti, stanno finalmente per incontrare qualcuno che apprezzeranno e che, alla fine, si rivela essere proprio loro. È qualcosa di geniale, veramente geniale. Non comprendono nulla della grazia divina. Provano risentimento verso la grazia divina. Non comprendono il cuore amorevole di Dio. Non comprendono la Sua misericordia, la Sua tenerezza, la Sua compassione, il Suo perdono ed il Suo desiderio di riconciliarsi con i peccatori. Non sanno nulla di tutto questo.
Ecco perché non comprendono il motivo per cui Gesù, Dio in carne umana, trascorra il Suo tempo con i peccatori. Questo è l’unico personaggio che, per loro, abbia senso. Provano risentimento verso il figlio empio. Lo vedono come l’esatto contrario di loro stessi, che si ritengono giusti, e pensano che il padre sia una specie di stolto, perché si copre di vergogna nel modo in cui tratta quel figlio peccatore. Ma finalmente hanno trovato qualcuno con il quale possono identificarsi, qualcuno che sa che cosa sia l’onore.
E così si avvicina alla casa, senza essere stato coinvolto assolutamente in nulla. Il padre lo sa. Sa che non prova alcun interesse per lui. Sa che non gli importa nulla della sua gioia. Sa che non si preoccupa del fratello minore. Lo sa. Non prova alcun amore per suo padre, non ha alcun desiderio di onorare suo padre, non ha alcun rispetto per suo padre, non prova alcun interesse per quello che fa piacere a suo padre. Non prova alcuna compassione per il cuore addolorato del padre a causa del figlio ribelle. Non gli importa affatto di suo fratello. È un fariseo. È un fariseo.
Finge di rimanere nella casa del padre, di essere diligente, di fare quello che il padre gli dice, di restare lì, per ottenere quello che vuole: approvazione, riconoscimento, ricchezze, terreni e prestigio all’interno della comunità. Vuole apparire religioso. Esteriormente, osserva tutte le forme convenzionali dell’onore esteriore.
Dunque arriva e “ode la musica e le danze”, le sumphōnias e i choros, termini dai quali derivano le parole “sinfonia” e “coro”. È una festa. C’è musica e, a quei tempi, gli uomini danzavano in cerchio—solamente gli uomini—e si battevano le mani e si cantava. La musica comprendeva anche degli strumenti. Di fatto, in origine sumphōnias indicava un doppio flauto, ma in alcune traduzioni arabe viene usato anche per riferirsi a più voci che cantano insieme. Quindi ci sono voci, strumenti, danze; sta accadendo tutto quanto.
È una celebrazione. Il vitello ingrassato è stato ammazzato. Quello che facevano non era tagliarlo in filetti, ma lo dividevano in grandi pezzi di carne, che poi cuocevano nei forni per il pane. E la festa cominciava in un modo molto poco preciso. A quei tempi la vita non era regolata dall’orologio quanto lo è oggi. La giornata era finita, il lavoro era terminato e veniva diffuso l’annuncio: “Venite, stanno ammazzando il vitello ingrassato. Il figlio è tornato a casa”. E la gente cominciava ad arrivare. Man mano che arrivavano, entravano e mangiavano, mentre la carne continuava ad essere cotta. E si continuava a cuocerla per ore; il canto e i festeggiamenti proseguivano fino a notte inoltrata, mentre questa meravigliosa celebrazione continuava con il suo flusso e riflusso di persone.
Ebbene, la festa è già cominciata. È già in pieno svolgimento quando arriva il figlio maggiore. E questo, ancora una volta, indica che probabilmente veniva da molto lontano, sottolineando la grandezza della proprietà del padre. Rimane sbalordito. È sconvolto. È sorpreso. È confuso. Ma, soprattutto, è sospettoso, perché i legalisti sono sempre sospettosi, in particolare nei confronti delle persone gioiose.
E, a proposito, una cosa tanto grande non veniva mai organizzata in un solo giorno. Era il risultato di mesi e mesi e mesi di preparativi. E lui non ne era il centro. Dopotutto, è lui il proprietario della terra, perché la proprietà è già stata divisa. Anche se non entrerà in possesso della sua parte fino alla morte del padre, essa gli è già stata assegnata. Queste sono le sue risorse. Quello, dunque, è il suo vitello; e tutte le altre cose che vengono utilizzate appartengono, di fatto, a lui, eppure non è stato neppure consultato. Ecco il più grande evento che il villaggio abbia mai conosciuto, il più grande evento che la famiglia abbia mai conosciuto, e lui non ne sa assolutamente nulla. Non sa neppure che sta accadendo fino al momento in cui arriva. Anche questo è un altro atto scandaloso da parte del padre, il quale, nella loro mente, continua solamente a compiere cose vergognose. È un insulto.
E così arriva, “Quando si avvicinò alla casa, udì la musica e le danze”; e poi il testo dovrebbe dire: “Allora corse da suo padre e gli disse: ‘Padre, a che cosa è dovuta tutta questa gioia?’”. Ma non lo fa. Se avesse amato suo padre, sarebbe corso dentro la casa e avrebbe detto: “Che cosa sta succedendo? Che cosa sta succedendo?”. E suo padre gli avrebbe risposto: “Tuo fratello è tornato”; e lui avrebbe abbracciato suo padre e si sarebbe rallegrato con le lacrime agli occhi, perché sapeva che suo padre amava suo fratello. Sapeva che aveva sofferto nel proprio cuore per tutto il tempo in cui era stato lontano. E sapeva che era uscito giorno dopo giorno a cercarlo, anche se lui non sapeva ancora che fosse tornato. Nessuno glielo aveva ancora detto. Qualunque cosa avesse fatto rallegrare suo padre avrebbe fatto rallegrare anche lui, se avesse amato suo padre. Ma non prova alcun amore per suo padre. Ama solamente sé stesso. Tutto ruota intorno a lui, alle sue proprietà, alla sua reputazione ed al suo prestigio.
Così, al versetto 26, il testo dice: “Chiamato uno dei servi..”.. In realtà, qui la parola tradotta “servo” è paidōn, che deriva dal termine greco pais, il quale significa “un giovane ragazzo”. Tutti i servi della famiglia si sarebbero trovati all’interno. Si sarebbero occupati di tutti gli ospiti. Come ho detto, non sarebbe stato insolito avere da cento a duecento ospiti per consumare un vitello ingrassato. Non è che ciascuno mangiasse un enorme pezzo di carne da circa 450 grammi. Di fatto, non mangiavano molta carne, se non nelle occasioni speciali; e anche allora non ne mangiavano molta.
Ma all’esterno c’erano dei ragazzi. E questo ci rivela qualcosa della cultura mediorientale di quel tempo. Tutti gli adulti si sarebbero trovati all’interno. Sarebbero stati tutti nella casa—nel cortile della casa—a partecipare a quella grande celebrazione; e ai margini ci sarebbero stati i bambini ai quali non era permesso entrare, ma che, per così dire, partecipavano alla festa restando ai margini. Tutti i ragazzi si trattenevano ai bordi, perché si trattava di un evento enorme. E questo sarebbe stato il primo gruppo che il figlio maggiore avrebbe incontrato mentre si avvicinava; i primi nei quali si sarebbe imbattuto, dopo aver udito tutto quel rumore, sarebbero stati proprio quei ragazzi.
Dunque, versetto 26: “Cominciò a domandare che cosa significasse tutto questo”. È sconvolgente, “Ma che cosa sta succedendo? Vado al lavoro. È un giorno come tutti gli altri. Vado là fuori, mi siedo sotto l’albero e mi assicuro che tutti facciano quello che devono fare. Poi torno a casa e trovo la più grande celebrazione che sia mai stata organizzata. Che cosa sta succedendo? E perché non sono stato consultato? E com’è possibile che io non ne sappia nulla?”
Ed il ragazzo gli dice, al versetto 27: Oh, “Tuo fratello è tornato”. Uh-oh, quello avrebbe dovuto riempirgli il cuore di gioia. Sarebbe dovuto bastare che gli venisse detto questo perché si precipitasse dentro, dal momento che sapeva come suo fratello aveva iniziato la sua vita lontano da casa. Avrebbe dovuto essere ansioso ed emozionato di scoprire come fosse andata a finire tutta quella vicenda. Sapeva che il cuore di suo padre si era spezzato quando suo fratello se n’era andato. Sapeva quanto regolarmente lo cercasse e desiderasse il suo ritorno. Se in quel momento avesse amato suo padre, sarebbe corso immediatamente dentro. Ma, in realtà, la sua paura era proprio che suo fratello tornasse.
“Tuo fratello è tornato, e tuo padre ha ammazzato il vitello ingrassato, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Le sue peggiori paure si sono avverate: suo fratello è tornato e suo padre che cosa ha fatto? Lo ha accolto.
Questa condotta scandalosa è più di quanto il fratello maggiore possa sopportare. Guardate l’espressione “sano e salvo”. È un’espressione curiosa, non è vero? Un’antica espressione colloquiale italiano che sembra essere sopravvissuto nelle nostre traduzioni moderne. In greco, in realtà, la parola è hugiainō, dalla quale deriva il termine “igiene”, e significa fondamentalmente “pienezza, benessere”. Ma nella Septuaginta, che è la traduzione greca dell’Antico Testamento, quella parola è quasi sempre collegata a shalom, che significa che cosa? Pace. Questo è ciò che sta veramente dicendo.
Non sta semplicemente dicendo che non ha riportato ferite fisiche. Il significato non si limita a questo. Lo ha riaccolto in pace. Non si tratta solamente di buona salute; si tratta di shalom. È la pace di una riconciliazione completa tra un padre ed un figlio. Non è che il figlio sia tornato ed il padre gli abbia detto di sedersi ai margini del paese per una settimana e riflettere su ciò che aveva fatto, fino a guadagnarsi il diritto di parlare con lui; e che poi gli avrebbe indicato le cose che avrebbe dovuto fare per guadagnarsi nuovamente la riconciliazione. Nulla di tutto questo. Il padre lo ha accolto, e lo ha accolto in shalom. Ha stabilito la pace. Shalom per sempre. Ecco perché c’è una festa. Non ci sarebbe stata alcuna festa se fosse tornato e avesse dovuto lavorare per i successivi vent’anni.
Questo è il peggiore scenario possibile, perché ora il padre sta usando le sue risorse per questa festa. Il figlio ha già impoverito l’intero patrimonio familiare, prendendo la propria metà, vendendola a basso prezzo ed andandosene; e questo significava che quella parte del patrimonio non avrebbe potuto crescere, così che il figlio maggiore, alla morte del padre, potesse ricevere ancora di più. Ora è tornato e sta consumando altre risorse della nostra famiglia. Ed il padre stolto sta usando quelle risorse proprio per lui.
Il figlio è l’ospite d’onore al banchetto, ma il banchetto è veramente in onore del padre. Il paese è lì per celebrare un padre tanto misericordioso, benevolo, gentile, amorevole e pronto a riconciliare. Vedete, questa è l’immagine della gioia del cielo. Ed un legalista, il quale pensa che ci si debba guadagnare l’accesso al cielo, non comprende che la gioia di Dio si trova nel giustificare l’empio; che la gioia di Dio si trova nel perdonare il peccatore che è completamente in bancarotta e non possiede nulla.
Ecco perché le peggiori paure del figlio maggiore si sono avverate. Suo fratello è tornato. Suo padre lo ha abbracciato. È scandaloso. E, per la prima volta nella storia, i farisei stanno dicendo: “Sì, questo è esattamente l’atteggiamento giusto. È proprio così che dovrebbe sentirsi. Dovrebbe essere indignato. Noi siamo indignati. Tutta questa storia non è altro che uno scandalo dopo l’altro”.
E così non può prendere parte ad un evento vergognoso. Suo fratello si è coperto di vergogna. Suo padre ha continuato a coprirsi di vergogna. Ha coinvolto l’intera comunità in questa celebrazione vergognosa. E lui non ne farà parte. Versetto 28: “Egli si adirò e non volle entrare”.
Naturalmente no. Quanto mi ricorda Matteo 23: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; poiché non vi entrate voi, e non lasciate entrare quelli che stanno per entrarvi”. Non avete alcun modo di entrare in quel regno, perché la vostra comprensione della salvezza è completamente distorta. Questa fu forse l’accusa più significativa pronunciata contro di loro nella requisitoria di Matteo 23: non entravano nel regno e non vi conducevano neppure nessun altro.
Più avanti, nello stesso capitolo, Egli disse: “All’esterno apparite giusti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità”. Gli ipocriti sono tutti peccatori interiormente, perché l’ipocrisia non ha alcun potere di tenere a freno la carne dall’interno.
Naturalmente non sarebbe entrato. Odiava l’idea della grazia. Provava risentimento verso quella misericordia e quella riconciliazione immediata. E dirà apertamente tutte queste cose, come vedremo. Ma prima di ascoltare il suo discorso, lasciate che vi aiuti a definire questo genere di peccatore. Agostino disse: “Il libero arbitrio, senza la grazia, non ha il potere di fare altro che peccare. Il libero arbitrio, senza la grazia, non ha il potere di fare altro che peccare”. E tanto tempo fa aveva ragione, ed è ancora vero oggi. Come ho detto, il peccatore può scegliere la categoria del proprio peccato, ma non può scegliere nulla che non sia peccato.
Ora, lasciate che sviluppi un po’ questo pensiero. E questa è solamente una piccola nota storica. Fu questo genere di pensiero a mettere Martin Lutero sulla strada giusta. Proprio negli ultimi giorni ho letto un’analisi delle sue diverse enfasi teologiche, e vi veniva sottolineato ancora una volta questo elemento estremamente importante. Egli arrivò a comprendere questa gloriosa verità, che tutti noi riconosciamo come il cuore stesso del Vangelo: la salvezza per sola grazia mediante la sola fede, la grande dottrina della sostituzione e della giustizia imputata, e tutto ciò che era andato perduto durante il Medioevo.
Ma ciò che lo condusse a questa comprensione fu il riconoscimento dell’incapacità delle opere di ottenere alcunché. Lasciate che vi aiuti a comprenderlo. Le opere possono apparire buone. Possono apparire buone. E, ad un livello umano, possono anche essere buone; vale a dire che aiutano le persone. Sono opere gentili. Alleviano la sofferenza delle persone. Sono caritatevoli. Sono filantropiche, o qualunque altra cosa. Ma quando vengono compiute da una persona non rigenerata sono, in realtà, peccaminose, perché mancano di purezza e mancano della vera motivazione, che è la gloria di Dio. E qualunque cosa non venga fatta per la gloria di Dio viene fatta, dunque, per la gloria dell’uomo; e questo è il peccato di tutti i peccati. Quelle opere sono, in realtà, espressioni dell’orgoglio umano.
Siamo contenti che vengano compiute, perché sono migliori di altre forme di espressione dell’orgoglio umano. Apprezziamo quella che chiamiamo “la naturale bontà umana”. Ma si tratta, in realtà, di una forma di espressione peccaminosa compiuta per il benessere del peccatore stesso. E, come tali, le buone opere, specialmente quando si moltiplicano nella vita di una persona non rigenerata, tendono a sovrapporre strati di inganno, così che quella persona, invece di vedersi come un miserabile, comincia a convincersi, a motivo della propria bontà, di essere molto migliore di quanto sia in realtà.
Quindi, chiunque pensi che mediante le proprie buone opere stia in qualche modo facendo qualcosa di meritorio e si stia guadagnando il favore di Dio, non fa altro che seppellire sempre più profondamente l’inganno nel proprio cuore; ed uno strato dopo l’altro di buone opere rende sempre più difficile arrivare alla realtà.
Le opere dei peccatori possono anche non essere tutte dei crimini, ma non sono prive di peccaminosità, perché vengono compiute per motivazioni e vantaggi personali ed egoistici. Recano onore all’uomo. Producono soddisfazione personale. Producono gratificazione personale. Producono orgoglio ed un senso di benessere; e questo inganna il peccatore ed accresce il peccato, perché nasce dall’orgoglio. E l’orgoglio si trova a capo di tutti i peccati; così, quando facciamo del bene separatamente da Dio, separatamente dalla grazia, non facciamo altro che alimentare il nostro orgoglio, il che significa aggravare la nostra peccaminosità proprio nel suo punto più devastante.
E poi, come se questo non fosse sufficiente, aggiungete l’elemento successivo, ed è questo: se pensate che compiendo quelle buone opere state ottenendo la salvezza, allora avete aggiunto un altro peccato al vostro orgoglio. Avete aggiunto il peccato di una comprensione errata della rivelazione di Dio e del Vangelo. Avete aggiunto al vostro orgoglio la menzogna di un sistema di giustizia fondato sulle opere, una menzogna che conduce alla condanna.
È già abbastanza grave—consideriamo nuovamente questi tre elementi—compiere opere che ritenete buone, ma che non lo sono, perché le fate per voi stessi. E poi aggiungete il fatto che moltiplicate quelle opere, accrescendo il vostro senso di orgoglio, di benessere e di soddisfazione personale; e questo aumenta il vostro orgoglio, rendendo il peccato ancora peggiore. Ma aggiungete anche l’illusione che, in qualche modo, vi stiate guadagnando il favore di Dio, ed avete aggiunto il peccato che, alla fine, vi danna: l’idea che possiate in qualche modo guadagnarvi la salvezza.
E più proseguite lungo quella strada, più continuate a fare quelle cose, più diventate ciechi; ed è per questo che Gesù disse dei farisei: “Sono”—che cosa?—“guide cieche di ciechi. All’esterno sono dipinti di bianco, ma all’interno sono pieni d’impurità”. Questo è ciò che accade alle persone estremamente religiose.
Così, nella storia vedete persone estremamente dissolute e malvagie, e vedete persone estremamente religiose. Ed il punto non è che ogni persona appartenga necessariamente ad uno di questi due estremi. Il punto è che Dio apre il Suo amore compassionevole, pronto a perdonare ed a riconciliare, a coloro che si trovano a questi estremi ed a tutti quelli che si trovano nel mezzo. E lo vedete perché, a questo punto, mentre racconta la storia, il Signore presenta il padre—figura di Dio così come si rivela in Cristo—che misericordiosamente umilia Sé stesso.
È straordinario. Al versetto 28 leggiamo: “E suo padre uscì e cominciò a pregarlo”. Qui vediamo nuovamente Dio come Colui che prende l’iniziativa. Qui vediamo Dio in Cristo come Colui che va alla ricerca. Proprio come nel caso del figlio minore, il padre scese dalla propria casa e corse fino in mezzo al paese, davanti agli occhi di tutti, sopportando il disprezzo e la vergogna dell’umiliazione derivante dall’aver violato il comportamento pubblico comune e convenzionale. E fece tutto questo per abbracciare il peccatore e proteggerlo dalla vergogna.
Qui il padre lascia la festa, esce e fa qualcosa che non vi aspettereste mai che Dio facesse: supplica un peccatore, supplica un ipocrita. Ma è Lui Colui che cerca e salva ciò che è perduto.
Quando, evidentemente, la notizia riguardante il figlio maggiore raggiunge il padre, gli viene riferito che suo figlio si trova fuori e non ha intenzione di entrare. Ora comprende di avere un secondo figlio ribelle, ed a questo punto scopriremo che cosa prova Dio nei confronti degli ipocriti religiosi. Quello che si sarebbero aspettati—quello che si sarebbero aspettati—era che il padre si sentisse profondamente insultato da tutto questo. È un insulto evidente. È un totale disprezzo per l’onore del padre, per la gioia del padre e per il benessere del fratello. Dimostra di non provare alcun amore per nessuno dei due.
E la risposta tradizionale mediorientale sarebbe stata quella di prendere il figlio e picchiarlo pubblicamente per un simile disonore. Ma in questa storia nulla va come pensereste che debba andare. È semplicemente una violazione dopo l’altra di quello che veniva considerato onorevole, una dopo l’altra, dopo l’altra, dopo l’altra, dopo l’altra. Ma invece di ordinare che il figlio venga picchiato e rinchiuso da qualche parte in una stanza, fino al momento in cui si sarebbe potuto trattare il suo caso, il padre insultato e disonorato esce e comincia a supplicarlo.
Qui si presenta ancora una volta con condiscendenza. Qui si presenta ancora una volta con misericordia. Qui si presenta ancora una volta con compassione, amore, umiltà e gentilezza. Lascia la festa, esce, va fuori nella notte mentre tutti lo guardano; e certamente la voce si diffonderà fra tutti, e sapranno quello che sta accadendo. Un altro atto di amore altruista, rivolto con gentilezza verso questo figlio, nello stesso modo in cui era corso ad abbracciare il figlio minore. Esce con misericordia e si protende verso l’ipocrita nello stesso modo in cui si era proteso verso il ribelle.
Voglio che notiate qui la parola “supplicare”. Il testo dice che “cominciò a supplicarlo”. Parakaleō: è una parola molto, molto comune. Di fatto è una parola che compare anche in forma sostantivata: il “Paracleto”, che indica lo Spirito Santo, Colui che viene accanto, “Supplicare” significa “venire accanto per parlare”, avvicinarsi completamente a qualcuno. Vale a dire che egli esce e si mette proprio accanto a suo figlio. Lo supplica e lo invita ad entrare nel regno, ad entrare nella sua casa, a partecipare alla celebrazione.
E questo figlio, con il quale i farisei e gli scribi si identificano in modo tanto evidente, avrebbe dovuto costringerli a confrontarsi con sé stessi e con la loro completa ignoranza del Padre che affermavano di servire. Oh, si trovavano nella casa. Erano lì intorno. Erano quelli religiosi. Erano quelli diligenti. Erano quelli morali. Ma non conoscevano Dio. Non conoscevano il cuore di Dio. Non comprendevano affatto la gioia di Dio. Non provavano alcun interesse per la salvezza dei peccatori perduti. Si rifiutavano di onorare Dio per la grazia salvifica, mediante la quale Dio ha sempre salvato. Di fatto consideravano Gesù come satanico. E, come disse Gesù in Giovanni 5:23: “Se onorassero il Padre, onorerebbero anche Me”. Si rifiutavano di entrare.
Ma qui vediamo la meravigliosa e compassionevole grazia di Dio che si protende verso questi ipocriti adirati. E la risposta del figlio maggiore, al versetto 29, è questa: “Ma egli rispose e disse a suo padre: ‘Guarda...’”. Lasciate che mi fermi qui.
A quel punto tutti avrebbero trattenuto il respiro. Ah! Voglio dire, perfino il figlio prodigo era tornato dicendo: “Padre, padre”, proprio come aveva detto: “Padre”, all’inizio, quando gli aveva chiesto la sua parte di eredità. Non ci si rivolge al proprio padre dicendo: “Guarda..”.. Non c’è alcun titolo. Non c’è alcun rispetto. E poi dice: “Da tanti anni io ti servo”; douleuō, il linguaggio della schiavitù, doulos.
“Da tanti anni sono tuo schiavo”. Ecco la mentalità di un legalista. È un atteggiamento privo di ogni piacere, privo di ogni gioia. E ciò che questo indica è che, nel proprio cuore, quest’uomo ha considerato tutto questo come qualcosa di terribile: stringere i denti e trascinarsi a fatica per tutti quegli anni, sopportando una vita di schiavitù al servizio di quest’uomo, affinché, quando finalmente fosse morto, lui potesse ottenere quello che desiderava. Non era affatto diverso dal figlio minore. Voleva quello che voleva. Aveva solamente scelto un modo diverso per ottenerlo.
Non aveva il coraggio del fratello minore. Non aveva, potremmo dire, la chutzpah, la faccia tosta, l’audacia. No, aveva deciso che la scelta più sicura fosse rimanere lì ed aspettare fino alla morte del padre, per poi ricevere tutto. Per lui non era altro che schiavitù. Amareggiato, pieno di risentimento ed adirato per tanti anni. E rincara la dose.
E poi, se volete conoscere l’immagine che un ipocrita ha di sé stesso, eccola qui: “E non ho mai trasgredito un tuo comandamento”. Incredibile! Se questo non è il linguaggio di un ipocrita che si considera giusto, non so che cosa lo sia. Chi vi ricorda? Ricorda il giovane ricco, non è vero? Ricorda esattamente il giovane ricco. Matteo 19, Luca 18, dove Gesù dice: “Ecco i comandamenti”, ed egli risponde dicendo: “Li ho osservati tutti. Li ho osservati tutti”.
Ecco l’ipocrita orgoglioso. Ecco l’uomo che, siccome ha compiuto del bene, vive nell’illusione di essere buono. Dal momento che ha compiuto del bene per soddisfazione personale e per orgoglio, ha seppellito profondamente la verità riguardo a chi egli sia. Dal momento che ha compiuto del bene per soddisfazione ed orgoglio, come mezzo per guadagnarsi la salvezza, ha spinto quella verità tanto in profondità da non riuscire più neppure a raggiungerla. È completamente sepolta nel suo subconscio. E vive nell’illusione di non avere mai, mai trasgredito un comandamento datogli da suo padre.
Ecco la sorprendente autoillusione dell’ipocrita. Lui è perfetto, “Io sono perfetto”; il che equivale a dire al padre: “E guarda, amico mio: tu non lo sei. Io sono perfetto. Io comprendo che cosa sia la perfezione. Comprendo che cosa siano la giustizia perfetta e la perfetta equità; so che cosa sia l’onore perfetto e so come dovresti comportarti, e tu lo stai violando. Lo stai violando ripetutamente. Lo hai riaccolto. Hai corso. Ti sei coperto di vergogna. Lo hai protetto dalla vergogna. Lo hai perdonato. Lo hai abbracciato. Lo hai baciato. Gli hai restituito pienamente la posizione di figlio. Gli hai dato onore. Gli hai dato autorità. Gli hai dato responsabilità. Hai organizzato questa enorme celebrazione per un peccatore assolutamente indegno. Io sono perfetto e tu non lo sei”.
A proposito, questo è il motivo per cui Paolo andava in giro ad uccidere i cristiani: odiava la grazia. Fu Paolo, ricorderete, a dire in Filippesi 3: “Quanto alla giustizia che è nella legge, irreprensibile”. Era così che vivevo la mia vita, nell’illusione di essere assolutamente irreprensibile, mentre questi cristiani, con il loro messaggio della grazia, erano trasgressori della santa legge di Dio. E andava ovunque potesse, spirando minacce e strage, imprigionandoli ed uccidendoli.
Non prova alcun amore per il padre. Non gli interessa l’amore del padre per il fratello minore. Non desidera condividere la gioia di suo padre. Non prova alcuna gioia, punto e basta, per niente. Ma continua a considerarsi perfetto e senza alcun bisogno di ravvedimento. Che ve ne pare? Quale classica illustrazione di un ipocrita! Adirato, amareggiato, con una mentalità da schiavo, “Ho fatto tutto questo per ottenere quello che mi aspetto di ricevere”. Ma considera sé stesso perfetto e privo di ogni bisogno di ravvedimento.
Sapete una cosa? Nessuno entra nel regno di Dio senza ravvedimento. Questa è ipocrisia nel suo senso più classico. Il suo cuore è miserabile. Il suo cuore è malvagio. Il suo cuore è estraniato. Il suo cuore è egoista. Ed è cieco alla realtà spirituale.
E, ancora una volta, ecco i farisei e gli scribi; ecco il peccatore religioso nella dimora di Dio, nella casa di Dio, se vogliamo chiamarla così, che manifesta pubblicamente il proprio affetto per Dio, indossando abiti clericali oppure partecipando ad un certo genere di rituali e di attività religiose. Moralmente rispettabile davanti alla società, esteriormente buono, esteriormente ubbidiente alla legge, osservando tutte le regole. Ma senza alcun rapporto con Dio. Senza alcun interesse per l’onore di Dio. Senza gioia. Senza alcuna comprensione della grazia.
Il figlio non ha ancora finito. Continuerà ad accanirsi contro suo padre, che considera un peccatore. Vede suo padre come un trasgressore di quelle norme di giustizia delle quali egli stesso si considera la fonte, e gli dice questo: “Io non ho mai trasgredito un tuo comandamento, eppure tu non mi hai mai dato neppure un capretto perché potessi far festa con i miei amici”. Sono stato io quello che ha lavorato, e non ricevo neppure un capretto. Lui non ha fatto nulla per te, e riceve il vitello ingrassato. Questo non è giusto. Questo non è equo. Questo non è corretto. Questo non è conforme alla giustizia.
Sapete che cosa sta veramente dicendo il figlio? “Padre, io non ho bisogno di chiederti perdono. Non ho fatto nulla di male. Ma ti dirò una cosa: sei tu che devi chiedere perdono a me per quello che hai fatto”. Questa è l’enormità dell’ipocrisia. Questa è l’enormità del legalismo. Esige che Dio chieda perdono a noi per avere violato la nostra concezione delle cose. Egli pensa che il padre debba chiedergli perdono.
Ed i farisei si identificheranno con lui. Sì, questo è giusto. Questo è l’atteggiamento corretto. Il comportamento del padre è scandaloso. Il padre è il colpevole. Il padre è il cattivo della storia. Il figlio è un cattivo, il figlio numero uno. Certamente è un cattivo, il figlio minore. Ma quello veramente malvagio è il padre. È lui che ha violato completamente tutte le norme convenzionali del rispetto e dell’onore.
Il figlio si tradisce un po’ qui, perché dice: “Non mi hai mai dato un capretto perché potessi far festa con i miei amici”. I miei amici. Accusa il padre di favoritismo, e lo accusa di un favoritismo ingiusto. Ma sta anche mettendo in evidenza il fatto che, quando lui organizzerà una festa, non vi sarà incluso suo fratello e non vi sarà incluso neppure suo padre.
Vive in un mondo completamente diverso. Ha un gruppo di amici completamente diverso. Si trova a casa, ma non ha alcun rapporto con la famiglia. Tutti i suoi amici sono al di fuori della famiglia. Fa festa con quelli che pensano come lui. Fa festa con coloro che non hanno alcun legame con il padre. Non comprende l’amore, la compassione, la gentilezza, la misericordia, il perdono e la gioia del padre. Non ha alcuna comunione con il padre. È adirato, pieno di risentimento, geloso, invidioso, impenitente ed avido.
Pensa di aver lavorato come uno schiavo per tanto tempo; e che cosa ha ottenuto? Nulla. E quando finalmente otterrà ciò che desidera, non sarà una celebrazione con la famiglia, perché non ha alcun rapporto con loro. Suo padre non è altro che un padrone di schiavi. Organizzerà la propria festa con i suoi compagni. È una descrizione così tipica dei farisei, i quali si associavano solamente fra loro, come abbiamo visto in altri testi.
Questo è il momento in cui il fratello maggiore desidera che suo padre sia morto. Probabilmente, se fosse stato una persona reale, lo avrebbe desiderato molte volte. Ma nella storia questo pensiero viene allo scoperto: “Io non ho avuto la mia festa. Nessuno ha mai ammazzato un capretto per me, affinché potessi organizzare una festa con i miei amici”. Non gli importa nulla di suo padre, ed ora suo padre sta sperperando i beni per quell’altro figlio, un figlio malvagio che, per sua stessa ammissione, è indegno. Se solamente suo padre fosse morto, tutto questo sarebbe finito. Se solamente suo padre fosse morto, allora lui possiederebbe ogni cosa e potrebbe cominciare a far festa con i propri compagni. Togliete il padre di mezzo e tutto andrà bene, tutto sarà come dovrebbe essere, tutto tornerà nuovamente onorevole. Torniamo finalmente ad un mondo onorevole. Dobbiamo liberarci di tutte queste cose vergognose.
Il versetto 30 prosegue con un ulteriore attacco al carattere, all’integrità ed alla virtù di suo padre: “Ma quando è venuto questo tuo figlio..”.. Non vuole neppure dire “mio fratello”; c’è un tale disprezzo dentro di lui, “Quando è venuto questo tuo figlio, che ha divorato i tuoi beni con le prostitute, tu hai ammazzato per lui il vitello ingrassato”. A me non dai neppure un capretto, ma per lui ammazzi il vitello ingrassato, per questo tuo figlio. Incredibile, quel disprezzo è così denso che si potrebbe tagliare con un coltello.
Come faceva a sapere che aveva speso tutto quel denaro con le prostitute? Perché Gesù, nella storia, dice che lo sapeva. È solamente un piccolo dettaglio che ci rivela qualcosa di più riguardo al comportamento del primo figlio della storia; e, naturalmente, questi sono personaggi creati da Gesù. Quindi questo particolare fa parte della storia. Serve a sottolineare ancora una volta che quest’uomo era vissuto al livello più basso al quale si possa arrivare. Aggiungete anche questo a tutto il resto dell’orrore della sua condotta.
Alcuni hanno suggerito che si sia inventato tutto solamente per disprezzo. Ma nel testo non c’è nulla che lo affermi. Dobbiamo presumere che, se Gesù mette queste parole nella sua bocca, esse riflettano ciò che Gesù voleva farci sapere riguardo al comportamento del figlio minore.
Dunque, qui abbiamo qualcosa che, accostato alla celebrazione, crea un contrasto davvero netto. Da una parte c’è una celebrazione in corso, con musica e danze, il figlio minore, il banchetto; è un momento di grandissima gioia. E fuori, nel buio della notte, è in corso questo terribile assalto, ed il fratello maggiore sta attaccando la virtù, l’integrità ed il carattere di suo padre.
Tutto quello che aveva trattenuto dentro di sé per tutti quegli anni esplode; tutto quel falso rispetto e quel falso onore sono scomparsi. La facciata è caduta. La finzione è stata smascherata. E mentre tutti, dentro la casa, stanno onorando quel padre, lui si trova fuori e lo ricopre di disprezzo.
Questi sono i farisei. Si consideravano giusti. Si consideravano retti. E quindi si ergevano a giudici di Dio rivelato in Cristo e condannavano Gesù per la Sua misericordia, la Sua compassione, il Suo amore e per il Vangelo della grazia. Ed i farisei avrebbero guardato questo fratello maggiore e avrebbero detto: “Sì, questa è giusta indignazione. Finalmente, in questa storia, abbiamo qualcuno che difende l’onore”.
Sapete, nella sua mente un fariseo avrebbe pensato che quel figlio dovesse essere morto. Se spendete il vostro denaro con le prostitute, venite messi a morte. Deuteronomio 21:18-21: venite lapidati. Dovrebbe essere morto. Ed invece di essere morto, guardate la festa! È incongruo. È scandaloso. È vergognoso, ogni singolo aspetto. È una reazione vergognosa da parte del figlio, il quale considera vergognosa l’intera situazione.
A proposito, vorrei fare qui una piccola osservazione: “Tu hai ammazzato per lui il vitello ingrassato”. Non proprio, non proprio. Il vitello ingrassato non era stato realmente ammazzato per il figlio; era stato ammazzato per il padre. È il padre a ricevere l’onore. È lui il riconciliatore. È lui a stabilire chi verrà riconciliato ed a quali condizioni. È lui che è corso, che lo ha abbracciato e che lo ha baciato. In realtà, si trattava di una celebrazione del padre.
Ma la sua ira lo ha completamente accecato. E non conosce affatto suo padre. Il padre è la figura principale del banchetto. È il padre che tutti stanno onorando per un perdono tanto amorevole. E la gente accetterà il figlio minore proprio perché, secondo le convenzioni, non avrebbe dovuto accettarlo. Sarebbe stato contrario alle norme riaccoglierlo a quelle condizioni. Ma lo accetteranno, perché il padre lo ha accettato.
E quindi è davvero il padre ad essere celebrato; proprio come, alla fine, nel cielo, la gioia del cielo, la gioia eterna degli angeli e di tutti i redenti riuniti intorno al trono di Dio, e perfino la gioia di Dio, è la gioia che Dio stesso prova nell’essere il Riconciliatore. Quando andremo in cielo, la nostra lode non sarà rivolta ai peccatori; sarà rivolta al Salvatore.
Dunque, qui c’è questa grande festa, con tutta la celebrazione che onora il padre; e nello stesso momento c’è questo figlio che ricopre il padre di disonore. Questa è l’immagine. La festa simboleggia tutti i peccatori che si sono raccolti intorno a Dio per onorarlo a motivo della loro salvezza. E fuori ci sono i farisei, che ricoprono di disprezzo Dio Padre rivelato in Cristo.
Poi c’è una risposta vergognosa, vista da un’altra prospettiva. Versetto 31: “Ed egli gli disse: ‘Figlio mio, tu sei sempre con me, e tutto ciò che è mio è tuo’”. Quale risposta tenera! Agli occhi degli abitanti del paese sarebbe stata vergognosa. Avrebbero detto: “Aspetta un momento, dovresti... finalmente qualcuno dia uno schiaffo a questo ragazzo. Voglio dire, quando è troppo è troppo. Questa misericordia sta cominciando a diventare un po’ eccessiva. Per favore!”.
Ma egli dice: “Figlio mio”, teknon. Otto volte in questa sezione viene usato huios, il termine più formale per “figlio”. Teknon significa: ragazzo mio, figlio mio. Gli parla con un amore misericordioso, intriso di dolore, sofferenza e compassione. Gli si rivolge con parole affettuose; e questo è il cuore di Dio verso un miserabile ipocrita. Incredibile! Può esserci qualche dubbio sul fatto che Dio sia un Salvatore amorevole e compassionevole?
Il figlio non usa alcun titolo, non mostra alcun rispetto. Attacca la virtù, l’integrità, la giustizia e la rettitudine del padre. In sostanza sta dicendo: “Sei tu che devi essere perdonato da me per la condotta scandalosa, ingiusta e disonorevole che hai tenuto”. E qui vedete la pazienza di Dio verso i peccatori, perfino verso gli ipocriti.
A volte, sapete, è più facile avere pazienza con i figli prodighi che con gli ipocriti. Lo confesso. Tutti amiamo una grande storia in cui un peccatore malvagio e scandaloso si converte. Ma non siamo altrettanto entusiasti quando a convertirsi è un ipocrita. E, naturalmente, questo accade ancora più raramente. Chi appartiene a una falsa religione giunge alla fede molto più di rado.
Di fatto, solamente come nota a margine, in tutti e quattro i Vangeli non viene mai detto esplicitamente che un fariseo credette in Gesù e fu salvato. Nicodemo era un fariseo, e il testo lascia intendere che sia venuto alla fede. Più avanti Paolo, il fariseo, fu salvato sulla via di Damasco. Questi sono gli unici due. Ma il padre gli dice: “Guarda, figlio mio”, usando parole affettuose, “Tu sei sempre stato qui”.
Il padre sa che è estraniato. Sei stato qui intorno solamente in modo superficiale. Ogni cosa è sempre stata disponibile. È tutto qui. Lo hai sempre avuto. Penso sempre a questo quando penso alle persone che interpretano erroneamente la Scrittura. Sapete, le sette, le false religioni: è tutto qui. Tutto quanto. Lo avete sempre avuto. Se aveste mai desiderato una relazione con Me, Io ero qui, e tutto quello che possiedo era qui. E guardate quello che dice: “Tutto ciò che è mio è tuo. Non devo continuare a dividerlo”. Ecco l’immagine della magnanimità di Dio, dell’infinità della Sua grazia e delle Sue risorse. È tutto disponibile per tutti quelli che vengono a Lui. Non sarà mai vostro con il vostro atteggiamento. Non sarà mai vostro mediante le opere. Non potrete mai guadagnarvelo. Ma è qui, se mai vorrete stabilire una relazione con Me.
E il versetto 32 ritorna al tema principale: “Bisognava far festa e rallegrarsi”, “Bisognava”. Non è che avessimo un’altra possibilità, “Perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato”. Non avevamo altra scelta. Perché? Perché questo è ciò che procura gioia a Dio. Questa è la gioia del cielo. Non può essere trattenuta. Non può essere ritardata. Non può essere rimandata. Non può essere soffocata. Non può essere attenuata. Non può essere diminuita.
La gioia divina si sprigiona quando anche un solo peccatore si ravvede e viene riconciliato. E la gioia del cielo si sprigionerà non solamente per un figlio prodigo, non solamente per qualcuno che sia immorale, irreligioso ed apertamente peccaminoso; ma anche per i peccatori nascosti, per i ribelli, per i religiosi, per i moralisti, per gli ipocriti, per quelli la cui iniquità si trova interamente nel loro cuore.
Dio sta dicendo qui, Cristo sta dicendo: “Io esco per strada per andare incontro al figlio prodigo, ed esco nel cortile per venire incontro a voi. Umilio Me stesso e mi espongo pubblicamente alla vergogna per il figlio prodigo. Ed umilio Me stesso e mi espongo pubblicamente alla vergogna anche per voi. Vengo con compassione, amore e perdono, e sono pronto ad abbracciarvi, a baciarvi ed a concedervi la piena dignità di figli, con tutti i suoi privilegi; non solamente se siete il figlio prodigo, ma anche se siete l’ipocrita”.
In realtà, lo sta invitando alla salvezza. Potete partecipare alla festa, se scegliete di farlo, se riconoscete la vostra vera condizione spirituale. Se tornate a casa, potete entrare in possesso di tutto ciò che è sempre stato lì.
Il figlio minore fu sopraffatto dalla grazia di suo padre. Confessò immediatamente il proprio peccato, confessò la propria indegnità nei termini più pieni e assoluti, e ricevette un perdono istantaneo, la riconciliazione, la posizione di figlio e tutti i diritti e privilegi che il padre aveva a disposizione per concedergli. Entrò nella celebrazione della gioia del padre; questa è la salvezza eterna. E, come ho continuato a dirvi, quella gioia prosegue nel cielo per sempre.
Al figlio maggiore vengono offerte la stessa tenerezza, la stessa gentilezza, la stessa misericordia e la stessa grazia; ma egli reagisce con amaro risentimento ed attacca la virtù e l’integrità del padre. E suo padre gli rivolge un ultimo appello: “Figlio mio, è tutto qui. Dovevamo celebrare..”., e l’implicazione è: “...e celebreremo anche per te, se entrerai”.
E la storia si ferma al versetto 32. Non è strano? Quale domanda vi rimane in mente proprio adesso? Io ne ho una. Questa non è una conclusione. Che cosa accadde? Giusto? Che cosa fece? Non si può terminare una storia senza una conclusione; e suppongo che questo sia un altro di tutta una serie di colpi di scena. Dopo tutto questo aspettate, aspettate, aspettate... e la storia si ferma. E, sapete, se l’aveste ascoltata tutta, avreste detto: “Avanti!”. È come una barzelletta molto lunga che non ha una battuta finale.
Stiamo tutti facendo la stessa domanda: che cosa fece? Che cosa fece il figlio maggiore? Gli invitati sono tutti lì. Stanno aspettando. Sanno quello che sta accadendo fuori, perché la voce è già arrivata fin dentro la casa. Che cosa fece? Gli invitati aspettano. Vogliono sapere se entrerà. Vogliono sapere se il padre potrà abbracciare e baciare anche il figlio maggiore, dopo che si sarà ravveduto; vogliono sapere se si umilierà, se cadrà davanti a suo padre e cercherà grazia per la sua lunga ipocrisia e per tutti quegli anni di servizio pieno di amarezza.
Vogliono sapere se fu perdonato e riconciliato; e vorrebbero tanto vedere il padre rientrare con il braccio intorno alle spalle del figlio, condurlo al tavolo d’onore e farlo sedere accanto a suo fratello. Non sarebbe meraviglioso?
Ed è tutto. Sapete, ci sono molte storie come questa. In un certo senso, dovete scrivere voi stessi la conclusione. A proposito, solamente da un punto di vista tecnico, la storia è divisa in due metà. La prima metà contiene otto strofe e mette in evidenza il fratello minore. La seconda metà contiene otto strofe e... dovrei dire, ne contiene sette, e mette in evidenza il fratello maggiore. Dovrebbero essere otto ed otto, ma sono otto e sette.
E nella simmetria della storia ci sono molti dettagli tecnici che mostrano questa struttura simmetrica, dettagli che non vi ho fatto notare. Ma abbiamo otto strofe e poi, improvvisamente e stranamente, ne abbiamo sette. E quindi, perfino ascoltando la storia o leggendola, direste che dovrebbero essere otto ed otto, perché quella sarebbe la simmetria prevista in quel genere di prosa mediorientale. La conclusione non c’è. Manca una sezione.
Ora, mi piacerebbe molto scriverne una io. Penso che forse potrebbe andare bene così: “Ed il figlio maggiore cadde in ginocchio davanti a suo padre, dicendo: ‘Mi ravvedo per il mio servizio freddo e privo d’amore, per il mio orgoglio ed il mio egoismo. Perdonami, padre; rendimi un vero figlio e conducimi alla festa’. A quel punto il padre lo abbracciò e lo baciò, lo condusse dentro e lo fece sedere alla propria tavola accanto a suo fratello; e tutti si rallegrarono per i figli che erano stati riconciliati con il loro padre amorevole”.
Mi piace. Oppure, forse, potremmo scriverne una più breve: “Il figlio, vedendo l’amore, la compassione e la grazia di suo padre, prese coscienza della malvagità del proprio cuore, si umiliò, si ravvide e fu riconciliato”.
Ma sapete una cosa? Non spetta a me scrivere la conclusione. Chi scrisse la conclusione? La scrissero i farisei. Ecco la conclusione che scrissero: “Ed il figlio maggiore, indignato contro suo padre, raccolse un pezzo di legno e lo percosse fino a ucciderlo davanti a tutti”. Questa è la conclusione che scrissero. Questa è la croce. Ed è proprio quello che fecero solamente pochi mesi dopo. E, a proposito, si compiacquero di quell’atto di giustizia che, secondo loro, aveva preservato l’onore d’Israele, del giudaismo, della vera religione e di Dio. Preghiamo.
Che tragica ironia, o Dio: il padre, che avrebbe dovuto percuotere il figlio, viene percosso a morte dal figlio nel più grande atto di malvagità che il mondo abbia mai visto. Eppure, eppure, o Dio, da quella terribile conclusione, dalla morte di Tuo Figlio sul legno della croce, è venuta la nostra redenzione. La conclusione finale e vergognosa della storia è la croce; ma da essa Tu hai operato la nostra redenzione. Perché su quella croce Egli morì per portare i nostri peccati; e ciò che i capi d’Israele avevano concepito per il male, Tu lo hai volto al bene. Ti ringraziamo per questa gloriosa salvezza.
Mentre tenete il capo chino ancora per un momento, non so dove vediate voi stessi in questa storia. Siamo tutti lì. O siete il peccatore manifesto, oppure quello nascosto, o vi trovate in qualche punto tra questi due; oppure siete stati riconciliati con il Padre e vi identificate veramente con il cuore del Padre. Siete una di quelle persone presenti alla festa. Vi siete raccolti intorno a Lui come parte dei redenti, per celebrare. Spero che sia vero.
Ma se siete ancora estraniati da Dio, vivendo apertamente nel peccato, oppure estraniati da Dio mentre vivete in un’iniquità segreta, corrotti interiormente, venite al Padre che ha sopportato la vergogna per voi; che è sceso ed ha affrontato il disprezzo di tutti per abbracciarvi e proteggervi dalla vergogna che meritate; che è uscito nella notte; che ha lasciato il Suo trono per supplicare un ipocrita. Questo è il nostro Dio buono e pieno di grazia, che si compiace della misericordia e trova la Sua gioia nel perdono.
FINE
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