Apriamo le nostre Bibbie stasera a 1 Pietro capitolo 4 mentre proseguiamo il nostro studio di 1 Pietro. Sono passate alcune settimane dall’ultima occasione che abbiamo avuto a causa di tutte le attività festive, e poi, con la nostra conferenza missionaria in arrivo, passeranno un paio di altre settimane prima di poter riprendere. Ma vogliamo dedicarci qui a 1 Pietro capitolo 4, alla sezione successiva di nostro interesse, i versetti dal 12 al 19. 1 Pietro capitolo 4, versetti 12-19. Lasciate che cerchi di introdurvi questo testo, di farvi entrare nello spirito di ciò che Pietro sta scrivendo e del perché sta dicendo quello che dice, per un momento.
Il 19 luglio dell’anno 64 d.C., Roma bruciò mentre Nerone suonava il violino. Questo fu un punto piuttosto famoso nella storia. Tutti ricordano il fatto che Roma bruciò mentre Nerone suonava il violino. Ma ciò ha avuto un notevole impatto sulla stesura di questa epistola. Lasciate che vi dia un po’ di contesto. La grande città del mondo antico fu consumata quel giorno in un incredibile olocausto di fuoco. Roma era una città di strade molto strette. Era una città di alti caseggiati in legno. Costruivano quelli che oggi chiameremmo palazzi o condomìni di legno, ed erano molto vicini tra loro. Il fuoco si propagò rapidamente e, sebbene iniziasse in quel giorno, continuò per tre giorni e tre notti, riesplodendo più e più volte nonostante si tentasse di arginarlo. I Romani credevano in realtà che Nerone fosse responsabile dell’incendio della loro grande città e delle loro case. Perché? Perché Nerone aveva questa strana fissazione per l’edilizia, e voleva costruire una città nuova, così pensavano che avesse bruciato la vecchia. Egli si sarebbe trovato nella Torre di Mecenate a guardare con gioia la città andare in cenere. Infatti, si dice che fosse affascinato dalla bellezza delle fiamme. Le persone che spegnevano l’incendio o cercavano di farlo furono ostacolate dai suoi soldati, e nuovi focolai furono appiccati. La gente era assolutamente devastata. Aveva perso tutto.
Il Tempio di Luna, l’ara maxima, il grande altare, il Tempio di Giove, il Santuario di Vesta, le loro case, tutti i loro dei domestici, tutto era andato distrutto e si ritrovavano senza tetto. Il risentimento, com’è ovvio, era grande. L’amarezza era profonda ed in parte mortale. E dunque, Nerone aveva bisogno di distogliere l’attenzione da sé stesso. Aveva bisogno di un capro espiatorio. Così, ne scelse uno: i cristiani. Ufficialmente incolpò i cristiani di aver dato fuoco a Roma. E fu una scelta, a dire il vero, ingegnosa da parte sua, perché i cristiani erano già vittime di odio e di varie calunnie. Nell’immaginario collettivo erano associati agli ebrei, che si trovavano dispersi nella diaspora. E visto che una certa forma di antisemitismo andava crescendo, era facile nutrire un atteggiamento anticristiano. La Cena del Signore, che i cristiani celebravano, era preclusa ai pagani e quindi questi si creavano un sacco d’immaginazione su ciò che accadeva. Avevano sentito parlare di cristiani che mangiavano carne e bevevano sangue, e li accusarono di cannibalismo. Infatti, cominciarono a dire che mangiavano bambini e gentili durante la Cena del Signore. Dicevano anche che il bacio d’amore cristiano, che a quanto pare veniva praticato durante quel banchetto d’amore, fosse in realtà la dimostrazione di una lussuria sfrenata e di un’orgia chiamata “la Cena del Signore”.
I cristiani erano anche molto impopolari perché dividevano le famiglie. Quando un uomo diventava cristiano e sua moglie non lo era, si produceva chiaramente una frattura, e lo stesso valeva all’inverso. Inoltre, i cristiani parlavano di un tempo in cui il mondo sarebbe stato dissolto dalle fiamme, e quindi sarebbe stato dunque facile attribuire loro la responsabilità di quell’incendio, pensando avessero cercato di realizzare un compimento delle loro stesse profezie. Gli storici ci dicono che, sebbene a Roma vi fossero alcuni giudici abbastanza onesti da essere pronti ad assolvere i cristiani da quell’accusa priva di fondamento, questi furono sopraffatti ed ignorati. I cristiani erano incendiari, anarchici, colpevoli di odio contro la società civile, fu da questo che ebbe inizio ciò che si sarebbe poi evoluto in una persecuzione vera e propria. Se andaste oltre Nerone, fino a Domiziano, Traiano e gli altri imperatori romani, scoprireste che ciò che iniziò qui come un odio iniziale verso i cristiani divenne una politica fissa. E la domanda se un uomo fosse cristiano divenne la parte più essenziale di ogni accusa contro di lui, e come conseguenza di questa imputazione, iniziò la persecuzione. Tacito, lo storico romano, riferì che Nerone fece avvolgere i cristiani nel catrame o nell’olio, poi li diede alle fiamme mentre erano ancora in vita, e li usò come torce viventi per illuminare le sue feste in giardino. Li servì vestiti con pelli di animali selvatici ai suoi cani da caccia perché li sbranassero. Furono inchiodati a croci, e così via, e così via.
I cristiani morirono in un delirio di ferocia a quel tempo, e persino i linciaggi diventarono molto comuni. Nel giro di pochi anni i cristiani furono imprigionati, torturati, scorticati, arsi vivi, frustati, lapidati e impiccati. Alcuni furono lacerati con lame roventi e altri gettati sulle corna di tori selvaggi. Il dottor H.B. Workman, nel suo capitolo “Cesare o Cristo” tratto da un volume molto interessante intitolato “La persecuzione nella chiesa primitiva” (Persecution in the Early Church), scrisse quanto segue: “Per 200 anni, da Nerone in poi, i capi tra i cristiani furono marchiati come anarchici e atei e di conseguenza odiati. Per 200 anni, diventare cristiano significava grande rinuncia, l’unirsi ad una setta disprezzata e perseguitata, il nuotare contro la corrente del pregiudizio popolare, il cadere sotto il bando dell’Impero, la possibilità in qualunque momento di essere imprigionati e messi a morte nelle forme più spaventose. Per 200 anni, chi voleva seguire Cristo doveva calcolare il costo ed essere pronto a pagarlo con la propria libertà e la propria vita. Per 200 anni, la mera professione del cristianesimo era di per sé un crimine. Christianus sum era quasi l’unica dichiarazione per cui non c’era perdono, di per sé tutto ciò che era necessario incidere sulla schiena del condannato come una condanna. Per il solo nome, nei periodi di crisi non rari, ciò significava la tortura, la camicia ardente di pece, il leone, la pantera, o nel caso di fanciulle, un’infamia peggiore della morte”, fine citazione.
Ora, ciò che è interessante quando consideriamo tutto questo in relazione a 1 Pietro, è che per quanto possiamo capire, questa lettera fu scritta, probabilmente, subito dopo che tutto quello accadde. Attorno alla fine di quello stesso anno, il 64 a.C. Per cui, sarebbe stata scritta in un momento in cui i cristiani stavano affrontando gli albori degli orrori di una persecuzione destinata a durare duecento anni. Osservando dunque il versetto 12 – e vi ci richiamo l’attenzione – non ci stupiamo, pertanto, di leggere le parole di Pietro: “Carissimi, non meravigliatevi per l’incendio che divampa in mezzo a voi”, ora, nel mentre ci accostiamo a questo testo, Pietro richiama l’attenzione sul tema ricorrente di questa epistola, che è la reazione del cristiano alla sofferenza, la reazione del cristiano alla sofferenza. E gli propone quattro elementi chiave per una risposta adeguata. E se riusciamo a coglierli, faremo molta strada nel gestire la sofferenza per amor della giustizia anche nella nostra stessa vita.
Pietro ci dice, in sostanza, che occorrono quattro cose per trionfare in una prova di fuoco. Numero uno: aspettarsela. Numero due: rallegrarsi. Numero tre: valutarne la causa, e numero quattro: affidarsi a Dio. Aspettarsela, rallegrarsene, valutarne la causa, e quindi rimettersi a Dio. In un certo senso, questo riassume tutte le istruzioni precedenti di questa epistola sulla sofferenza, e se n’è già detto molto.
Entriamo direttamente nel primo punto che lo troviamo al versetto 12: “Carissimi, non meravigliatevi dell’incendio divampato in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano”. Il concetto qui è di aspettarsi la sofferenza, aspettarsela: non meravigliatevene, non pensate che sia una cosa strana. Pietro ha costantemente ribadito, in questa epistola, che la persecuzione per il cristiano, in varie forme, è inevitabile, è inevitabile. Infatti, la sorpresa ci sarebbe se non arrivasse, “Non meravigliatevi”, disse Giovanni in 1 Giovanni 3:13, “fratelli, se il mondo vi odia”, non stupitevi. In Giovanni 15 e 16, Gesù disse: “Hanno odiato Me; odieranno anche voi”. Paolo, scrivendo a Timoteo, afferma: “Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati” 2 Timoteo 3:12. Pietro, dunque, non fa altro che echeggiare l’insegnamento degli altri autori del Nuovo Testamento, ossia che non dobbiamo stupirci quando arriva la sofferenza. Una vita pia, vissuta in un mondo empio, lo confronta e fa di noi una sorta di coscienza sgradita, e se proclamiamo abbastanza apertamente il nome di Cristo, diventiamo offensivi. Anche la sola bontà di un cristiano può risultare un’offesa per un mondo malvagio. E se a questo si aggiunge la proclamazione del nome di Cristo, diventiamo particolarmente sgradevoli. È come se Pietro stesse dicendo che la sofferenza è il prezzo del discepolato.
Certamente, Gesù aveva questo in mente quando disse: “Non diventerete forse cristiani senza calcolare il costo, vero? Nessuno costruisce una torre senza calcolare il costo. Nessun generale va in guerra senza misurare le proprie forze e la propria capacità di affrontare il nemico”, di certo non sareste così sciocchi da non capire che, quando diventate cristiani, prendete la vostra croce, e la croce richiama il dolore, la sofferenza e persino la morte. C’è sicuramente un prezzo da pagare, perché se invocate il nome di Cristo, diventate la coscienza viva di un mondo malvagio, che non la gradisce affatto.
Nei capitoli 1 e nella prima parte del capitolo 2, Pietro ha parlato della sofferenza legata alla nostra salvezza preziosa. Poi, nella seconda parte del capitolo 2 fino alla prima parte del capitolo 4, ha affrontato la sofferenza nella nostra situazione presente, ed ora, inizia a parlare della sofferenza fino al compiersi della nostra salvezza perfetta. Ma l’intera epistola ruota intorno alla sofferenza. Alla luce della nostra salvezza preziosa, diceva all’inizio, la sofferenza non è nulla. Alla luce della nostra situazione presente, la sofferenza diventa molto importante perché il modo in cui reagiamo ad essa determina l’efficacia della nostra testimonianza evangelica. Ed alla luce della Seconda Venuta di Cristo e della nostra salvezza ultima, la sofferenza non è nemmeno degna di essere paragonata, disse Paolo, “alla gloria che dev’essere manifestata su di noi”. Quindi, arrivati a questo punto della lettera, capiamo il fatto che Pietro voglia che vediamo la sofferenza nella giusta prospettiva.
Ora è inevitabile che un cristiano fedele subisca una qualche forma di persecuzione, ed è di questo che Pietro sta parlando, sta parlando del soffrire a motivo della giustizia, o perché si è cristiani, o perché si proclama il nome di Cristo. Quando iniziammo lo studio di 1 Pietro, presentai un piccolo elenco, e forse ora, dopo molti mesi, è il momento di richiamarlo alla memoria, è un elenco dei tipi di sofferenza che i cristiani subiscono, questo è tratto direttamente dal Nuovo Testamento.
Matteo 5:10 dice che subiremo persecuzione per amore della giustizia. Matteo 5:11 e 12 afferma che subiremo ingiurie e calunnie. 1 Pietro 4:4 dice che saremo oggetto di maldicenze. Matteo 10 parla di false accuse. Matteo 10:17 di frustate per Cristo. Matteo 10:14 di rifiuto da parte degli uomini. Giovanni 15:18-21 di odio da parte del mondo. Matteo 10:21-36 di odio da parte dei nostri stessi familiari. Atti 7:58 dice che alcuni di noi subiranno il martirio. Giacomo 1 dice che subiremo la tentazione. Atti 5:41 ci parla di vergogna subita a causa di Cristo. Atti 14:22 di tribolazioni e difficoltà di ogni sorta. Atti 4, 5 e 12 ci ricordano che molti cristiani subiranno la prigionia. Secondo Atti 14:19, alcuni potrebbero subire anche la lapidazione. 2 Corinzi 11:24-25 ci ricorda che alcuni cristiani hanno subito percosse. 1 Corinzi 4:9 dice che saremo resi uno spettacolo per gli uomini. Sempre in 1 Corinzi 4 troviamo che saremo fraintesi, diffamati e disprezzati. 2 Corinzi 6 dall’8 al 10 dice che sopporteremo afflizioni, angosce, calamità, tumulti, fatiche, veglie, digiuni e cattive dicerie. Ecco un piccolo elenco di ciò che un cristiano può subire in una cultura non cristiana. Sono sofferenze che colpiscono il credente in un mondo decaduto. Quindi, dovremmo aspettarcele.
Torniamo ora al nostro testo. Esordisce con la parola “Carissimi”, letteralmente “amati”, e qui Pietro sta assumendo un tono molto pastorale, ma sta anche introducendo una nuova sezione. La seconda sezione dell’epistola iniziava al capitolo 2, versetto 11, con la parola “Carissimi”, e ora la terza e ultima sezione ha inizio al capitolo 4 versetto 12, con la stessa parola, “Carissimi”. Effettivamente introduce la sezione finale, ma è anche una parola pastorale, una parola di tenerezza, una parola di compassione, una parola di affetto, una parola di premura. Ricorderete che nel capitolo 1, versetto 22, Pietro ha parlato di un “amore sincero per i fratelli”. Poi, nel capitolo 4, versetto 8, ha parlato del fatto che dobbiamo mantenerci in “un amore fervente gli uni per gli altri” perché l’amore copre una moltitudine di peccati. Ebbene, qui egli esprime proprio quella compassione, quell’amore fervente, intenso, mentre si rivolge a questi credenti con questo termine pieno di grazia. È un richiamo al fatto che essi sono amati da Pietro; e ancor più di quello, sono amati da Dio. Questo, cari amici, è un dolce cuscino sul quale posare la vostra anima stanca nel mezzo della persecuzione. Siete ancora i diletti di Dio; siete ancora i diletti di un fratello cristiano.
Suppongo che, in mezzo alla sofferenza, in mezzo alla tentazione, e chi può sapere se alcuni dei cristiani a cui Pietro scriveva non stessero proprio soffrendo sotto il tremendo regno di terrore di Nerone? Sarebbe stato molto facile, in una situazione del genere, mettere in dubbio l’amore di Dio, non è vero? “Mi ami veramente? Ti importa veramente? Se sì, perché sta accadendo tutto questo?” Voglio dire, se aveste creduto al cosiddetto vangelo della prosperità, in un simile frangente vi sarebbe passato il desiderio di continuare a farlo, no? Vi sareste chiesti se ciò che vi era stato detto fosse effettivamente vero.
Se qualcuno fosse venuto e vi avrebbe detto che Gesù voleva rendervi sani, ricchi e benestanti, e appena aveste dato la vostra vita a Gesù Cristo qualcuno avesse arrotolato i vostri figli nel catrame usandoli come fiaccole umane per le sue feste in giardino, forse avreste detto: “Aspetta un attimo, Dio, questo non mi pare mica esser un Dio d’amore”. Le circostanze potrebbero far sembrare che non siate amati. Nel mezzo di una persecuzione del genere, il nemico potrebbe tentarvi, come fece la moglie di Giobbe, dicendo: “Maledici Dio e muori, non ne hai avuto abbastanza?” E così Pietro ci offre questo promemoria delizioso: “Carissimi, voi siete ancora i diletti di Dio, siete ancora i diletti dell’Apostolo, “Carissimi, non stupitevi”.
Non siate sorpresi di essere perseguitati. Non siate scioccati che la vita sia difficile. Non siate sorpresi se qualcuno contesta la vostra testimonianza. Non siate sorpresi se non ottenete la promozione desiderata al lavoro, se i vostri colleghi vi sono ostili, se venite derisi, se non ricevete ciò che meritate. Non siate sorpresi se i vostri vicini di casa sembrano avere una sorta di vendetta nei vostri confronti per ragioni che non comprendete. Non siate sorpresi. Non stupitevi. I cristiani dovrebbero comprendere facilmente che la sofferenza accompagna la fede cristiana. Non è estranea, non è aliena. Ne fa parte. Il cristianesimo non ha mai promesso immunità alla sofferenza. Anzi, volete saperlo? Promette sofferenza. Sofferenza.
Che tipo di annuncio evangelico sarebbe, se invece di dire che Gesù vuole rendervi felici, gioiosi, sereni, risolvendo tutti i vostri problemi e rendendovi prosperi, ricchi e sani e tutto il resto, dicessimo a qualcuno: “Senti, hai un disperato bisogno di Gesù Cristo affinché ti salvi perché stai andando all’inferno eterno, e hai questa scelta: o soffrire per sempre all’inferno, oppure diventare cristiano e soffrire qui per un po’”. Perché alla fine è questa la questione. Personalmente, per me non è una scelta così ardua. Preferirei prendere qualche colpo qui che sopportare l’inferno eterno. Ma agli uomini sembra piacere vivere nell’illusione che, se invochi il nome di Cristo, e se dichiari di essere di Cristo e se, tra virgolette, servi la chiesa, Dio ti libererà da ogni difficoltà, da ogni avversità, da ogni dolore, da ogni persecuzione, ma non è vero. Non è così. Anzi, credo che più siate efficaci per Dio e più siete fedeli alla verità divina, più stimolerete l’ostilità. Diventerete per coloro che credono un profumo di vita per la vita; ma per coloro che non credono, un odore di morte per la morte.
Dunque, non stupitevi dell’incendio che divampa in mezzo a voi, ora, che cosa significa? Bè, letteralmente, il termine indica un “bruciare”. La parola è usata per indicare un forno. Nell’Antico Testamento, la Bibbia dei Settanta – la traduzione greca dell’ebraico – la adopera per parlare di un forno. Anche nel Nuovo Testamento assume l’idea di fornace. Nell’Antico Testamento indicava un forno di fusione, in cui il metallo veniva fuso per essere purificato da elementi estranei. E così Pietro sta dicendo: “Non siate sorpresi se Dio vi mette nella fornace per fondere il vostro metallo”, il Salmo 66:10, per esempio, dice: “Poiché tu, o Dio, ci hai messi alla prova, ci hai passati al crogiuolo come l’argento”. Dio, Tu l’hai fatto. Qui, dunque, è un simbolo di afflizione, un simbolo di persecuzione, un simbolo di rifiuto che Dio intende come un processo di purificazione e di eliminazione delle scorie. Tornando indietro a 1 Pietro, guardate i versetti 6 e 7 del capitolo 1 per un momento, perché vi si trova lo stesso concetto. Al versetto 6 dice: “Perciò voi esultate”, ovvero, nella salvezza eterna a venire, “esultate, anche se ora, per un po’ di tempo, se così bisogna, siete afflitti da svariate prove, affinché la prova della vostra fede, molto più preziosa dell’oro che perisce e tuttavia è provato col fuoco, risulti a vostra lode, gloria e onore al momento della rivelazione di Gesù Cristo”, e dunque sta dicendo: “Ascoltate, siete disposti a sopportare alcune prove di fuoco qui e adesso, perché sapete che esse dimostreranno l’autenticità della vostra fede, la quale sarà ricompensata alla rivelazione di Gesù Cristo”.
Quindi, la prova di fuoco non è semplicemente un qualunque problema. Si riferisce alla persecuzione a motivo della vostra fede, persecuzione per amore della giustizia, persecuzione a causa dell’identificazione con Gesù Cristo. Ma Dio permette che accada. Al versetto 12 si legge: “che avviene fra di voi”, per quale scopo? “Per la vostra prova”. Dio la permette perché dimostra l’autenticità del vostro cristianesimo. Ricordate la parabola del Signore Gesù, la parabola sui terreni? E ricordate che alcuni semi caddero sul terreno roccioso? Entrarono nel terreno, e all’improvviso spuntò una piantina. Ma dice che sotto lo strato di terra c’era la roccia, e le radici non potevano andare in profondità a prendere l’acqua, e quando uscì il sole quella piantina fu bruciata e non produsse mai alcun frutto. Ed il nostro Signore stava descrivendo il tipo di persona che ascolta il messaggio del vangelo, reagisce con un’emozione e dà una risposta esteriore apparente, ma visto che il terreno del cuore non è stato davvero dissodato, non appena arriva la tribolazione, se ne vanno.
Quindi, questo è esattamente quello che Pietro sta dicendo. Soffrire per amore di Cristo rivela chi è autentico, giusto? I falsi non resteranno mica. Ecco perché, nel corso degli anni, abbiamo sempre detto che la chiesa perseguitata è la chiesa pura. Ecco perché ci preoccupiamo per l’apertura della Russia e dell’Europa dell’Est, perchè non appena si aprono porte e non c’è più alcun costo all’essere cristiani, allora non si sa più chi è vero, non è così? Proprio com’è il caso degli Stati Uniti d’America. Un pastore russo me l’ha detto, stando proprio lì una domenica sera non troppo tempo fa. Gli chiesi: “Deve essere difficile in Russia fare il pastore”, al che disse: “Non proprio, dev’esser difficile in America perchè in Russia sappiamo chi sono i veri cristiani”, quindi, tutto accade per la vostra prova. È una componente essenziale dell’opera di Dio in voi per dimostrarvi, per purificarvi, per ripulirvi.
Dunque dice: aspettatevela e non trattatela come se vi stessero capitando delle cose strane. Quel verbo tradotto “capitando”, sumbainō, è un verbo interessante, vuol dire “accadere per caso”. Non pensate che, quando siete perseguitati, quello sia qualcosa che capita per caso. No, Dio l’ha permessa, l’ha predisposta per la vostra prova, per la vostra purificazione, per la vostra pulizia. Prima di tutto, dimostra se siete reali, e poi elimina le scorie dalla vostra vita. La persecuzione, l’afflizione, la sofferenza non sono accidentali e non intralciano il piano di Dio. Fanno parte del piano di Dio, e dovrebbero esser comuni a tutti i cristiani e lo sono a tutti i cristiani fedeli.
Quindi, il primo principio per gestire la sofferenza è di aspettarsela. Ve lo dico, aiuta molto. Io mel’aspetto. Anch’io ricevo molto risentimento, molto rifiuto, molta ostilità nei miei confronti. Di certo, non giova il fatto di essere trasmessi in tutti gli Stati Uniti di continuo, riceviamo molte reazioni. Ma me l’aspetto. Ed il fatto di aspettarmelo mi fa trovare una sorta di zona di conforto. Quando qualcuno arriva e dice: “Sai che cos’hanno detto di te? Tizio e Caio…” Io rispondo spesso: “No, ma me l’aspettavo. Racconta pure”, e non mi sconvolge mai, e se potete aspettarvelo, potete attenuarne l’impatto iniziale. Fa parte del disegno di Dio. È il modo in cui Egli dimostra l’autenticità della vostra fede e il modo in cui la purifica. Rimuove tutto l’orgoglio e tutta quell’illusione di autocontrollo, l’illusione di poter controllare il vostro mondo e le reazioni del prossimo. Vi spoglia e vi rende totalmente dipendenti da Lui, ed è un buon processo...
La seconda cosa che Pietro vuole dirci è di rallegrarci in essa, di rallegrarci. Non solo dobbiamo aspettarcela, ma quando arriva dobbiamo rallegrarci. Osservate i versetti 13 e 14: “Anzi, in quanto partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi affinché anche al momento della rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. Se siete insultati per il nome di Cristo, beati voi, perché lo Spirito di gloria, lo Spirito di Dio, riposa su di voi”. Ora, prendete quella piccola frase nel versetto 13: “rallegratevi”, letteralmente “continuate a rallegrarvi”, tempo presente, continuate a rallegrarvi. Questo è l’atteggiamento corretto in mezzo alla persecuzione. È l’atteggiamento corretto in mezzo all’afflizione, al rifiuto, a qualsiasi cosa il mondo possa scagliarvi contro per amore della giustizia e per amore del nome di Gesù Cristo. Qualunque cosa vi colpisca in tal senso dovrebbe esser occasione di gioia. Ricordate le parole del nostro Signore? Ascoltate qui, in Matteo 5 dal 10 al 12: “Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli”, se siete perseguitati per la giustizia, è la prova che appartenete al regno dei cieli. “Beati voi quando vi oltraggeranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia. Rallegratevi e giubilate”, è strano, non è vero? “Rallegratevi e giubilate perché il vostro premio è grande nei cieli. Così, infatti, perseguitarono i profeti che furono prima di voi”, siete in buona compagnia.
Quindi, rallegratevi in essa. Continuate a rallegrarvi in essa. E vi potreste chiedere: “qual è la motivazione?” Bè, c’è una motivazione futura ed una motivazione presente. Guardate al testo. Guardate la motivazione futura. Continuate a rallegrarvi, dice il versetto 13, perché? “Perché nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, così parteciperete alla sua gloria al momento della rivelazione”, avete capito? Nella misura in cui condividete le Sue sofferenze, condividerete la Sua gloria. E quindi se continuate a rallegrarvi ora, gioirete davvero allora.
Ora, soffermiamoci un pochino su questo. Quella frase che introduce il versetto 13, “Anzi, in quanto partecipate alle sofferenze di Cristo”, dev’essere compresa, che cosa significa? Bè, significa semplicemente questo (ascoltate, è un pensiero molto semplice): partecipate alle sofferenze di Cristo in questo senso: Gesù Cristo soffrì per mano degli uomini perché faceva ciò che era giusto. Non è vero? Non fece ciò che era sbagliato, era senza peccato, Gesù Cristo soffrì perché fece ciò che era giusto. Gesù Cristo soffrì perché proclamò la verità. Non significa che partecipiamo alle sofferenze redentrici di Cristo. Non significa che partecipiamo alle sofferenze espiatorie di Cristo. Non è quello che Pietro sta dicendo qui. Sta dicendo che siete partecipi dello stesso tipo di sofferenza che Gesù ha patito, cioè soffrire per fare ciò che è giusto, soffrire per dire la verità, soffrire per predicare il messaggio giusto. Condividete quel tipo di sofferenza, soffrendo per amor della giustizia.
Quindi, non siatene confusi, non scoraggiatevi e non abbattetevi perché state avendo un privilegio: il privilegio di condividere lo stesso tipo di sofferenza che Gesù ha vissuto. Mamma, che privilegio meraviglioso! Ora, Pietro ha detto molto sulle sofferenze di Cristo. Ricordate il capitolo 1, versetto 11, dove ha parlato della sofferenza di Cristo? Capitolo 2, versetto 21, dove di nuovo ha menzionato la sofferenza di Cristo? Capitolo 3 versetto 18, di nuovo della “sofferenza di Cristo”? Capitolo 4 versetto 1, “la sofferenza di Cristo nella carne”? Questo è un tema centrale per Pietro, e noi l’abbiamo già trattato in profondità, e quello che ha in mente è la sofferenza terrena che Cristo ha sopportato per mano di peccatori persecutori. La sofferenza terrena che Cristo ha patito a causa di peccatori che Lo perseguitavano, dunque, quando voi, in quanto cristiani, soffrite, state condividendo proprio quelle stesse sofferenze, quando soffrite per mano di peccatori ostili, ostinati, beffardi, e scortesi. E dovreste rallegrarvi, che privilegio!
Paolo certamente lo comprese, non è vero? Ricordate cosa dice alla fine di Galati capitolo 6? Lì offre una testimonianza meravigliosa. Nel versetto 17 dichiara: “Da ora in poi nessuno mi dia molestia, perché io porto nel mio corpo il marchio di Gesù”, che cosa vuoi dire, Paolo? Vuol dire che le cicatrici che aveva ricevuto quando l’avevano frustato, quando l’avevano battuto con verghe, tutte le cicatrici che portava nella sua vita, erano i marchi di Gesù Cristo. Perché? Perché le ho ricevute tutte a motivo di Lui. Il mondo non riusciva ad arrivare a Lui; Lo odiavano. Hanno odiato me al Suo posto. Non potevano colpire Lui, dunque hanno colpito me. E, dice, questo è il mio distintivo d’onore, è come se scoprisse il mantello e dicesse: “Volete vedere la mia bacheca dei trofei? Porto nel mio corpo i segni che avrebbero inflitto a Gesù se fosse stato qui, ma li hanno inflitti a me perché io ho proclamato il Suo nome”.
Nella lettera ai Filippesi, lo stesso apostolo, al capitolo 1 versetto 29, ci ricorda che ci è stato concesso per amor di Cristo, non solo di credere in Lui, ma anche di soffrire per Lui e di sperimentare lo stesso conflitto che Paolo stesso stava affrontando. Chiunque sia un cristiano fedele che vive in un mondo ostile, in un modo o nell’altro, soffrirà. Ricordate nel capitolo 3 verso 10, Paolo disse: “Voglio conoscere la comunione delle Sue sofferenze”, voglio conoscere il conforto che mi viene da Colui che ha sopportato tutto ciò che io sopporterò, e l’ha sopportato in misura persino maggiore della mia. In quel patire egli vede una comunanza, un legame tra sé ed il Cristo sofferente. In Colossesi 1:24, afferma: “Mi rallegro nelle mie sofferenze per voi, e nel mio corpo completo ciò che manca alle afflizioni di Cristo in favore del Suo corpo”, in altre parole, ancora la stessa cosa che dice in Galati, “Son stato segnato da ferite che erano destinate a Cristo”, e di nuovo, vi ricordo questa grande verità: Paolo era desideroso di prendere i colpi al posto di Cristo, il Cristo che aveva preso i colpi per lui.
Perciò, quando soffriamo, condividiamo nelle sofferenze di Cristo. Non nelle Sue sofferenze espiatorie, ma nello stesso tipo di sofferenza, ossia soffrire per amore della giustizia; ed un passo in più, soffriamo letteralmente al posto Suo. I peccatori Lo odiano; ed odiano noi solamente perché odiano Lui. E riceviamo i colpi che altrimenti infliggerebbero a Lui. Potreste immaginare come sarebbe se Gesù tornasse oggi nel mondo. Gli farebbero ciò che Gli fecero la prima volta, e se vi serve una prova, guardate a com’è che il mondo tratta i cristiani.
Poi, continua, tornando al nostro versetto, e vogliamo comprendere ogni grande verità che vi è contenuta, per quanto possibile, dice: “Continuate a rallegrarvi affinché al momento della rivelazione della Sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare”, ora, la rivelazione della Sua gloria è ciò che Luca 17:30 definisce “il giorno in cui il Figlio dell’uomo sarà manifestato”, è la Sua Seconda Venuta. A proposito, una piccola nota teologica: Gesù ora è glorificato, non perdetelo di vista. È già glorificato, ma la Sua gloria non è ancora rivelata sulla terra, intesi? È glorificato. In Giovanni 17, quando disse: “RidonaMi la gloria che avevo presso di Te prima che il mondo fosse”, quella gloria Gli fu accordata quando ascendette e tornò alla destra del Padre. Lui è già glorificato, ma la Sua gloria non è ancora stata rivelata. Non è ancora stata svelata affinché l’uomo la veda. Ma alla rivelazione della Sua gloria, quando Egli verrà in grande gloria, Matteo 24, versetti 29 e 30; Matteo 25, credo al versetto 31, entrambi parlano del ritorno di Cristo “in gran gloria”, in quel giorno, quando tornerà alla rivelazione della Sua gloria, dice: “Allora potrete rallegrarvi con esultanza”. Vi potreste chiedere: “Cosa significa?” Bene... è un termine più forte di quello precedente. Laddove dice “continuate a rallegrarvi”, la parola greca è chairō, cioè il termine solito per “gioire”, però quando aggiunge “rallegrarvi con esultanza”, vuol dire esultare e gioite con una felicità travolgente, gioire veramente, sarebbe un po’ come se in italiano dicessimo: “Continuate ad essere felici, ed un giorno sarete al settimo cielo”, quella è l’idea.
Ora, che sta dicendo? Se siete fedeli nel soffrire e nel subire persecuzione per amore della giustizia in questa vita, portando come dire i segni di Cristo, allora un giorno, quando Egli apparirà, gioirete veramente, gioirete veramente con una gioia entusiasta, un traboccare di felicità che supera ogni altra gioia. Il punto di Pietro è piuttosto chiaro. Se soffrite per Lui qui e adesso, rallegrandovi del privilegio di tale comunione nelle Sue sofferenze – e ricordate che la misura in cui soffrite qui sarà la misura in cui riceverete gloria alla Sua rivelazione – allora sapete che potete gioire adesso perché gioirete molto di più allora. La vostra ricompensa eterna vi porterà una gioia eterna.
Ora, se avessimo tempo, potremmo approfondire la cosa, ma lasciate che ve ne dia solo un accenno: la vostra ricompensa eterna rifletterà direttamente la vostra sofferenza. La vostra ricompensa eterna rispecchierà direttamente la vostra sofferenza. La vostra sofferenza rispecchierà, in una certa misura, la vostra fedeltà, la vostra fedeltà. Voglio dire, se siete cristiani segreti, non soffrirete molto. Se siete cristiani audaci, aggressivi, fedeli, pronti a confrontarvi... soffrirete, ma la vostra gloria eterna rifletterà la ricompensa che Dio riserva per quello. Ascoltate alle parole di Gesù in Luca 6:22, “Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando, vi insulteranno e rigetteranno il vostro nome come malvagio, a causa del Figlio dell’uomo”, ascoltate qui: “Rallegratevi in quel giorno”, guardate qui, “ed saltate”, dice il testo greco. Siate così felici da saltare in giro esclamando: “Sono perseguitato, sono perseguitato!” “Perché ecco, grande è la vostra ricompensa nel cielo”.
Vi ricordate quando Giacomo e Giovanni, insieme alla loro madre, vennero da Gesù e Gli dissero: “Vogliamo sederci alla tua destra ed alla tua sinistra nel regno?” E Gesù rispose: “Non sta a Me conceder una cosa tale, non lo do io, ma il Padre”. E poi disse loro: “Potete voi bere il calice che Io sto per bere?” Che cosa intendeva? Intendeva che la gloria è legata a che cosa? Alla sofferenza. Era il calice della sofferenza. In sostanza, stava dicendo: “Se vi aspettate di esser glorificati nel regno a venire, dovreste essere pronti a sopportare la sofferenza qui e ora”, la gloria eterna sarà proporzionale alla sofferenza temporale. E dunque, certamente che ci rallegreremmo, non è vero?, a motivo della realtà futura che, mentre soffriamo identificandoci con il Signore Gesù Cristo, soffrendo per mano dei peccatori a motivo della giustizia, in un certo senso stiamo accumuliamo una ricompensa eterna che ci recherà una gioia eterna, ed è per questo che Paolo affermò in Romani 8:17 che “soffriamo con Lui affinché possiamo anche esser glorificati con Lui”, e che “le sofferenze del tempo presente non sono neppure paragonabili alla gloria che sta per essere manifestata in noi”.
Se avete le idee ben chiare, vivrete la vostra vita cristiana così: vivrete una vita cristiana audace, una vita cristiana amorevole e decisa; sarete una coscienza per il mondo, proclamerete coraggiosamente il nome di Gesù Cristo, perché sapete che se vi perseguiteranno, e se vi emargineranno, e se vi ostracizzeranno, se vi respingeranno, se vi disprezzeranno, sarà semplicemente il soffrire per amore della giustizia, la stessa sofferenza che toccò a Gesù, e dunque vi identificate con Lui. In più, vi state guadagnando un “eterno peso di gloria”, perciò, potrete “saltare di gioia” in mezzo a tutto questo, poiché potete prevedere quella gioia eterna che vi sarà data per grazia di Dio.
Che promessa straordinaria! Quindi, rallegratevi! Rallegratevi a motivo della futura realtà della gloria eterna. Ma c’è anche una ragione presente per rallegrarsi. Guardate al versetto 14, questa è una ragione presente per rallegrarsi: “Se siete oltraggiati per il nome di Cristo, “beati voi!” Ora, aspettate un attimo, che cosa significa “se siete oltraggiati per il nome di Cristo?” Ebbene, essere “oltraggiati” significa sostanzialmente “esser insultati”. È un termine che, nella Bibbia dei Settanta che si riferisce agli oltraggi o insulti scagliati contro Dio e contro il popolo di Dio da parte dei malvagi del mondo. Ed è usata anche nel Nuovo Testamento per riferirsi alle ingiurie e alle prepotenze dirette contro Cristo, e tutto ciò che Egli dovette sopportare tra le mani dei peccatori. Quindi, se siete maltrattati, se siete oltraggiati, se siete insultati, se subite abusi, se siete trattati in modo ingiusto, scortese, privo di amore, o in modo ingiustificato, ebbene... rallegratevi. Rallegratevi se è “per il nome di Cristo”, tenetelo bene a mente, va bene? Dovreste sottolinearlo, se è “per il nome di Cristo”.
Ora, che cosa intendiamo quando diciamo: “per il nome di Cristo?” Semplicemente intendiamo che sia una rappresentazione di tutto ciò che è. Il Suo nome riassume tutto ciò che Egli è. Ma c’è anche qualcosa di più: l’espressione “il nome di Cristo” si riferisce al fatto che i cristiani proclamavano continuamente il Suo nome, giusto? Sottintende una proclamazione pubblica del nome di Cristo come causa dell’ostilità, non era solo che portassero nel loro cuore e nella loro mente il nome di Cristo; ma è che proclamavano il nome di Cristo. Quasi si potrebbe aggiungere a questo versetto queste parole: “Se siete oltraggiati perché proclamate il nome di Cristo”, quella è l’idea... il nome, persino il termine “nome” – era diventato sinonimo di cristianesimo. I pagani dicevano: “Parlano sempre di quel nome, del nome”. “Predicano continuamente il nome”. E se avevate predicato il nome, se vi eravate identificati con il nome, e l’avevate dichiarato apertamente, allora sareste stati oltraggiati, insultati e pure vituperati. In Atti 5:41 ci viene detto che i cristiani uscirono dal Sinedrio “rallegrandosi perché erano stati ritenuti degni di essere oltraggiati per il nome”, soffrivano “oltraggi per il nome”, non c’era nemmeno bisogno di specificare di quale nome si trattasse: lo sapevano tutti. Era quasi come se non volessero nemmeno pronunciarlo. E poi Pietro, vi ricorderete? Disse loro, “Ascoltate, non c’è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini per mezzo del quale dobbiamo essere salvati”, ed è perciò che predichiamo il nome.
Quando l’apostolo Paolo era sulla via di Damasco, e fu confrontato da Dio, il Signore disse: “Egli è uno strumento che ho scelto per portare il Mio nome davanti alle genti”, egli porterà il Mio nome e lo proclamerà ai gentili, ed Io gli mostrerò quanto “dovrà soffrire a causa del Mio nome”. In Atti 15:26 si dice che ci furono “uomini che hanno rischiato la propria vita per il nome”, hanno messo a rischio la loro vita per il nome. Quindi, dice Pietro, “Ascoltate, se venite insultati perché proclamate il nome di Cristo, “siete beati”, “Siete beati!”, ma cosa vuol dire “siete beati?” È forse un sentimento? No, non è una sorta di sensazione euforica. Lo si potrebbe tradurre così: “Ne ricevete beneficio, siete avvantaggiati”, e perché mai? Bè, prima di tutto, come abbiamo già visto, perché accumulate un eterno peso di gloria, e avete il privilegio di identificarvi con la sofferenza di Cristo; ma Pietro ci dà un’altra ragione. Guardate il versetto 14, amo questo! “Perché”, siete beati “perchè lo Spirito di gloria e di Dio riposa su di voi”. Non dice semplicemente “siete beati”, punto, non è solo “oh, che bella sensazione!” No, non è una beatitudine vaga. Ecco la benedizione: siete beati perché “lo Spirito di gloria e di Dio riposa su di voi”. La benedizione non è una sorta di felicità soggettiva, è una presenza oggettiva, avete capito? Non è un’emozione fugace; è la presenza e la potenza oggettiva dello Spirito Santo. Siete beati in mezzo alle sofferenze per amor della giustizia perché lo Spirito di Dio viene su di voi, che affermazione straordinaria!
Lo Spirito di Dio, prima di tutto, è chiamato “Spirito di gloria”, e cosa significa? Bè, potrei dirlo in un altro modo: “lo Spirito che possiede gloria, lo Spirito che è glorioso, lo Spirito che ha la gloria come Suo attributo essenziale”, pensate che sapessero cosa volesse dire? Certamente, lo sapevano bene. Conoscevano tutto sulla gloria Shekinah di Dio. E sapevano che l’unico essere a possedere gloria era Dio. Nell’Antico Testamento, la gloria di Dio era rappresentata dalla luce della Shekinah. La gloria Shekinah che apparve nel giardino, la gloria Shekinah era quel bagliore luminoso che segnalava la presenza di Dio, quel bagliore che Mosè vide sul monte, quel bagliore che venne a dimorare nel tabernacolo e si innalzò nel cielo per guidare i figli d’Israele, quel bagliore che entrò nel tempio. La Shekinah era la presenza di Dio. E quando Pietro dice che state soffrendo e avete lo Spirito di gloria, intende che possedete la presenza di Dio. E lo afferma: “Lo Spirito di gloria, anzi, lo Spirito di Dio, riposa su di voi”. Siete come Mosè, il cui volto brillava della gloria di Dio. Diventate come il tabernacolo, che è così ricolmo della gloria di Dio che nessuno poteva nemmeno entrarvici. Diventate come il tempio quando la gloria di Dio occupava ancora il luogo santissimo, la presenza di Dio.
Questa è un’affermazione straordinaria! E quello che intende è che quando soffrite, la presenza di Dio riposa su di voi. E la presenza di Dio arriva sotto forma del Suo Spirito, lo Spirito che è gloria nel Suo attributo essenziale, lo stesso Spirito che è Dio. Mamma mia, che verità formidabile, formidabile! Lo Spirito di gloria, sì! Lo Spirito di Dio. Come la Shekinah dimorò nel tabernacolo e nel tempio tanto tempo fa, così la gloria Shekinah di Dio, lo Spirito Santo in maestà splendente e potenza, riposa sui cristiani sofferenti.
Ora, cosa significa la parola “riposare”? Di cosa sta parlando? Bè, significa semplicemente ristorare prendendo il posto di qualcuno, “riposare”, nel senso di rinfrescare prendendo il comando, diventando la potenza dominante nel mezzo della sofferenza. E forse l’illustrazione migliore di questo fatto qui, sarebbe quella di farvi voltare un attimo in Atti capitolo 6, per vedere la testimonianza di un servitore di Dio meraviglioso di nome Stefano. Al versetto 8 del capitolo 6 si dice che era pieno di grazia e di potenza. Stava compiendo grandi prodigi e segni fra il popolo. Chiaramente, aveva la potenza dello Spirito di Dio. E quando subì persecuzione alla fine del capitolo 6, lo accusarono di blasfemia (versetto 12), lo trascinarono via, portarono false testimonianze contro di lui. E il versetto 15 dice: “E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissandolo, videro il suo volto simile a quello di un angelo”. Io credo che lo Spirito di gloria, sì, lo Spirito di Dio, riposasse su di lui.
Che cos’è il volto di un angelo? Che significa? Non credo che fosse come una lampadina, penso piuttosto che si trattasse di pace, serenità, tranquillità, ed una gioia mite, assolutamente indifferente a tutta l’ostilità circostante. Poi, al capitolo 7 versetto 54, dopo che Stefano ebbe parlato loro, essi furono così furiosi che iniziarono letteralmente a digrignare i denti contro di lui (versetto 54), ma egli era pieno di Spirito Santo, così alzò lo sguardo intensamente verso il cielo e vide la gloria di Dio e Gesù in piedi alla destra di Dio, era letteralmente distaccato dalla cosa, stava contemplando la gloria di Dio, stava vedendo Gesù Cristo. Il suo volto era assorto unicamente in quella visione trascendente. E quelli digrignavano i denti con rabbia e furia. E Stefano disse: “Ecco, io vedo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo in piedi alla destra di Dio”, sapete cos’accadde? Lo Spirito di gloria, e di grazia, scese su di lui, lo Spirito di Dio venne su di lui e letteralmente prese il controllo, prese il controllo della sua mente, prese il controllo della sua vita, così che egli vide oltre l’ostilità, fino a scorgere la gloria di Dio. E quelli si avventarono su di lui gridando e si turarono le orecchie per non udire ciò che aveva da dire, lo trascinarono fuori dalla città e cominciarono a lapidarlo. Ed i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane chiamato Saulo. Continuarono a lapidare Stefano mentre invocava il Signore e diceva: “Signore Gesù, ricevi il mio spirito”.
Sono convinto che fosse assolutamente ignaro di ciò che stava succedeva attorno a lui. Vide il cielo aperto, vide il Signore Gesù, e gli stava chiedendo di accoglierlo, inconsapevole delle pietre che gli stavano togliendo la vita terrena. E gridò forte in fine, dicendo: “Signore, non imputare loro questo peccato”, e si addormentò. Nel mezzo della persecuzione più feroce e della sofferenza più aspra, Dio concede una dispensazione speciale della presenza del Suo Spirito Santo, ed Egli riposa sul credente, il che significa che prende il controllo. E la mente trascende il tutto Se leggeste il “Libro dei martiri di Foxe”, vi porreste la stessa domanda centinaia di volte: “Come fecero questi cristiani, martirizzati per la loro fede, a trascendere in maniera così totale il loro dolore fisico? Come fanno? Come possono cantare inni? Come possono lodare Dio? Come possono perdonare i loro torturatori?” Prima di tutto, perché videro la ricchezza di condividere la comunione delle sofferenze di Cristo. Secondo, perché sapevano che la natura della loro sofferenza produrrà un peso eterno di gloria. Ed in terzo luogo, perché lo Spirito di gloria, sì, lo Spirito di Dio, si posò su di loro per sollevarli al di là della loro dimensione fisica. Dunque, Pietro disse, riguardo della sofferenza: primo punto, aspettatevela; secondo, rallegratevene. E per il terzo ed il quarto punto, tornate tra tre settimane da questa sera. Inchiniamoci in preghiera.
È così ristoratore, Signore, condividere la Tua Parola stasera, cantare i semplici eppur profondi inni della nostra fede, così ristoratore essere con coloro che amiamo mentre il mondo corre freneticamente. Così ristoratore accogliere nuovi fratelli e sorelle nella famiglia mentre vengono nelle acque del battesimo per testimoniare della Tua grande grazia. Siamo ristorati, o Dio, e sappiamo di avere la promessa che, qualunque cosa questo mondo possa scagliare su di noi, se soffriamo per amore della giustizia, possiamo rallegrarci perché abbiamo il privilegio di condividere una sofferenza destinata a Te. Lo stesso genere di sofferenza che Tu hai sopportato, soffrire per la giustizia, poiché stiamo guadagnando un peso eterno di gloria e perché stiamo sperimentando la presenza dello Spirito di Dio, che riposa per elevarci, per farci trascendere ciò che il mondo porta. E Ti ringraziamo per questo, nel prezioso nome di Gesù. Amen.
FINE
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