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Apriamo le nostre Bibbie, per lo studio della Parola di Dio questa sera, al terzo capitolo di Giacomo, il terzo capitolo di Giacomo. Mentre cercate il passo, lasciate che vi racconti un piccolo episodio personale di alcuni anni fa, quando ero pastore qui alla Grace Church. Andai dal dentista per il mio controllo di routine... ogni cinque anni. E lui era lì che armeggiava nella mia bocca, facendo quello che fanno i dentisti con gli strumenti che pungolano qua e là.... E quando ebbe finito, mi disse: “Lei ha un problema”, e disse: “Ha un tumore piuttosto grosso sulla lingua”, cosa che un predicatore non desidera certo sentirsi dire. Disse: “Non so se sia benigno o maligno, ma deve andare da un chirurgo e farselo asportare”, al che gli chiesi quanto fosse grande, e lui rispose: “È più grande del suo pollice e si trova in fondo, in un punto dove lei non può vederlo".

E ricordo che in quel momento gli dissi: “Ascolti, quando mette mano alla mia lingua, mi tocca davvero sul vivo, perché io vivo grazie alla mia lingua”, e da allora ho ripensato molte volte a quelle parole. Un paio di giorni dopo mi operarono e trovarono un tumore benigno, e per quanto ne so, non ho avuto recidive, anche se ammetto che è da un po’ che non vado dal dentista... ma ho ripensato molte volte a quella frase: “Quando arriva alla mia lingua, quando comincia a mettere mano alla mia lingua, allora mi tocca veramente sul vivo”; ed è assolutamente vero, anche se in un senso molto diverso da quello che intendevo comunicare allora. La lingua rivela davvero chi siamo. È proprio così. La lingua fa la spia e rivela ciò che c’è nel cuore. Gesù disse: “Dall’abbondanza del cuore, la bocca parla”... La lingua è ciò che rivela il cuore.

Ora, in questo terzo capitolo, Giacomo presenta la questione della lingua come un’altra prova di una fede viva, perché la vera fede si manifesterà nel modo di parlare... e lo stesso vale per una fede falsa. Nulla rivela ciò che c’è nel cuore più della lingua, ed è una questione che sta molto a cuore a Giacomo. Egli parla della lingua in ogni capitolo. Ne parla due volte nel capitolo 1, ai versetti 19 e 26. Ne parla nel capitolo 2, al versetto 12. Ne parla nel capitolo 4, al versetto 11. Ne parla nel capitolo 5, al versetto 12, e dedica una parte considerevole del capitolo 3 a trattare specificamente la questione della lingua. Ora, Giacomo, come ricorderete, viene usato dallo Spirito Santo per mostrarci che i veri credenti, i quali sono stati generati dalla Parola di Dio, come dice nel capitolo 1, versetto 18, manifesteranno quella nuova vita nel modo in cui vivono.

Essa si manifesterà nella loro perseveranza nelle prove, come abbiamo visto nel capitolo 1. Si manifesterà nella loro umiltà di fronte alla tentazione, cosa che abbiamo visto sempre nel capitolo 1. Si manifesterà nella loro ubbidienza alla Scrittura, che abbiamo visto anch’essa nel capitolo 1; nella loro amorevole premura per i bisognosi, senza parzialità, come abbiamo visto nel capitolo 2. Si manifesterà nel fatto che la loro vita sarà caratterizzata dalle buone opere, come abbiamo visto nel capitolo 2, dal versetto 14 al 26. E ora egli dice che la nuova vita, la trasformazione, la salvezza, si manifesteranno nel modo in cui le persone parlano. La loro lingua, il loro modo di parlare, rivelerà ciò che c’è nel loro cuore. E così Giacomo esige qui che riconosciamo che una fede viva si manifesta nel controllo della lingua.

Ora, nei versetti che aprono il terzo capitolo, fino al versetto 12, le parole “bocca” e “lingua” vengono usate frequentemente in riferimento al parlare. E forse dovremmo dire fin dall’inizio che Giacomo parla della bocca e parla della lingua e, in un certo senso, le personifica. Qualcuno ha posto questa domanda: “Perché Giacomo non parla del cuore? Perché non dice che il problema è il cuore? Perché parla della lingua? La lingua non fa altro che reagire al cuore. La bocca non fa altro che rispondere al cuore”. Ma nel pensiero ebraico, la distinzione tra l’uomo e il membro colpevole non viene delineata in modo così netto. Il pensiero ebraico, infatti, si concentra molto spesso sul membro colpevole piuttosto che sul problema del cuore.

Per esempio, leggiamo di “piedi veloci a spargere sangue”, come se fossero i piedi i colpevoli di un omicidio. Leggiamo di “occhi pieni di adulterio”, come se fossero gli occhi a essere colpevoli, quando sappiamo, naturalmente, che il problema è nell’uomo interiore. Ma, poiché il pensiero ebraico predilige espressioni concrete e pratiche, molto spesso si parlava proprio del membro del corpo come se fosse esso stesso il colpevole. E così, quando Giacomo parla della bocca e della lingua, non è che, di fatto, dia la colpa alla bocca e alla lingua come se agissero indipendentemente da qualsiasi altro impulso. È semplicemente che bocca e lingua sono gli organi attraverso i quali il cuore si esprime. E così Giacomo, in un certo senso, personifica la lingua come il simbolo vivente di ciò che si trova nel cuore.

I rabbini—e potete vederlo nel Salmo 64, al versetto 3—erano soliti dire che la lingua era una freccia. E il motivo per cui dicevano che la lingua era una freccia, anziché dire che era un coltello, era che una freccia uccide a distanza; e la letalità della lingua consisteva proprio nel fatto che poteva uccidere senza trovarsi neppure vicino alla vittima. La lingua è una freccia mortale. In nessun altro luogo l’unione tra fede e opere è più visibile che nel vostro modo di parlare e nel mio modo di parlare. Pensateci. Infatti, qualcuno ha detto: “Ognuno di noi porta con sé un’arma nascosta. Basta aprire la bocca, e non è più nascosta”. Vi rendete conto che pronunciate circa 18.000-25.000 parole al giorno? Alcuni hanno detto che gli uomini pronunciano 25.000 parole al giorno e le donne ne pronunciano 30.000.

Non so chi si sia messo a contarle, ma il problema è che, quando l’uomo torna a casa dal lavoro, ha già esaurito le sue 25.000 parole, mentre la donna non ha ancora cominciato con le sue 30.000. È rimasta ad aspettare proprio quell’occasione. Ma ogni giorno pronunciamo una quantità enorme di parole. Qualcuno ha calcolato che probabilmente componiamo ogni giorno un libro di 54 pagine. E in un anno, probabilmente, produrremmo circa 66 libri di 800 pagine ciascuno. Questo potrebbe sconvolgervi... ma voi, se siete persone normali, trascorrerete un quinto della vostra vita a parlare. È piuttosto interessante: probabilmente ricordate che, da bambini—io lo ricordo—ogni volta che andavo dal medico, quando i miei genitori mi portavano dal medico, la prima cosa che il medico diceva era: “Fammi vedere la lingua”.

E Giacomo sta dicendo la stessa cosa: “Fammi vedere la tua lingua”. L’infermiera vi mette un termometro sotto la lingua e misura la vostra temperatura fisica. Giacomo dice che la vostra lingua stessa misurerà la vostra temperatura spirituale. Nulla rivela la depravazione totale quanto la nostra bocca. Come dissero a Pietro le persone che si trovavano nel cortile: “Il tuo modo di parlare ti tradisce”. Beh, loro intendevano qualcosa di diverso, ma questa rimane una verità. E poiché Dio ha generato i Suoi figli mediante la Sua Parola, è naturale che siano riconosciuti anche dalle loro parole e che vi sarà un certo legame tra la Sua Parola, che li ha generati, e la loro parola, che è il risultato di quella generazione.

Trovo interessante, inoltre, che in Genesi, capitolo 3, versetto 12, il primo peccato vero e proprio dopo la caduta sia stato un peccato della lingua. È come se, nella caduta, la prima manifestazione del peccato fosse uscita direttamente dalla bocca, perché è con la bocca che pecchiamo più facilmente. Adamo disse: “La donna che Tu mi hai data”, e calunniò Dio, dando a Dio la colpa del proprio peccato. E quando l’apostolo Paolo descrive la condizione decaduta dell’uomo, quando vuole delineare tutti gli aspetti ripugnanti della depravazione umana e descrivere la miseria dell’uomo nella sua condizione peccaminosa, si concentra proprio sulla lingua. E in Romani, capitolo 3, con parole che conosciamo molto bene, al versetto 13, dice che è così che si descrive un peccatore: “La loro gola è un sepolcro aperto; con le loro lingue hanno usato inganno; veleno di serpenti è sotto le loro labbra; la loro bocca è piena di maledizione e di amarezza”. Il punto focale della nostra condizione decaduta e della nostra depravazione è la bocca.

Quando Isaia, volendo confessare a Dio la propria assoluta peccaminosità nel mezzo di una visione della santità di Dio, si espresse, disse: “Sono un uomo dalla bocca impura”. Nulla caratterizzava la peccaminosità di un uomo più della sua bocca. Una bocca impura è una delle manifestazioni più rappresentative della depravazione. La bocca, dunque, è l’indicatore della condizione umana. Le parole giuste, allora, saranno la manifestazione di una vita giusta. Questo è ciò che Giacomo sta dicendo. E così, nel capitolo 3, ci chiama a esaminare il nostro modo di parlare, per vedere se è coerente con quella che affermiamo essere la realtà della nostra fede. Controllare la lingua, dunque, è essenziale, e Giacomo ci presenta cinque ragioni convincenti—cinque ragioni convincenti—per controllare la lingua. Questa sera ne esamineremo le prime due.

Primo: Giacomo ci chiama a controllare la lingua perché il suo potenziale di condanna è davvero grande... il suo potenziale di condanna. Versetti 1 e 2: “Fratelli miei, non siate in molti a far da maestri, sapendo che noi riceveremo un giudizio più severo. Poiché tutti inciampiamo in molte cose”; e ci fermeremo a questo punto. Giacomo parla di condanna, o di giudizio. E tutto il contesto di ciò che dice all’inizio, anche se lì non menziona la lingua, riguarda proprio la questione del parlare. E ciò che le sue parole implicano è questo: “Dovete fare molta attenzione a non cercare con leggerezza un ruolo d’insegnamento, perché un insegnante si serve soprattutto della lingua, e corre un rischio molto grande di abusarne e di attirare su di sé un possibile giudizio”.

Questo è il punto che sta esprimendo. E comincia dagli insegnanti, partendo dall’alto. Se il modo di parlare è il segno della vera fede—e se tornate al capitolo 1, versetto 26, egli dice: “Se qualcuno fra voi pensa di essere religioso, ma non tiene a freno la propria lingua, inganna il proprio cuore, e la religione di quell’uomo è vana”—allora una fede che non trasforma la lingua non è affatto una fede che salva. Quindi, dal momento che il modo di parlare è il segno della vera fede, esso dovrebbe essere una misura appropriata di coloro che espongono la fede, di coloro che insegnano la fede. Questo, tra l’altro, mette anche in evidenza il fatto che una fede morta, una fede falsa, l’ipocrisia e l’inganno rappresentano un pericolo per tutti gli uomini, persino per coloro che insegnano nella chiesa. E anche coloro che insegnano devono fare un esame personale del proprio modo di parlare, per vedere se la loro fede è reale.

E dopo aver introdotto l’argomento partendo dagli insegnanti, passerà poi a una trattazione più generale di tutti gli uomini e del modo di parlare di ciascuno. Ora, torniamo indietro e osserviamo più attentamente il versetto 1: “Fratelli miei, Non siate in molti a far da maestri”; e in realtà, nel testo greco, l’espressione “fratelli miei” viene dopo, per cui egli comincia con questa dichiarazione molto forte: “Non siate in molti a far da maestri”. Ora, questo non significa negare che Dio voglia che insegniamo la Sua Parola, perché Dio vuole che lo facciamo. Il Signore vuole che esponiamo la Sua verità. Tornando a Numeri, capitolo 11, dal versetto 26 al 29, troviamo un episodio in cui Mosè sta parlando. E Mosè dice, al versetto 29: “Volesse Dio che tutto il popolo del Signore fosse composto da profeti e che il Signore mettesse il Suo Spirito su di loro!”

In quella situazione, con Eldad e Medad, Mosè dice: “Non sto affatto sminuendo il ruolo del profeta, volesse Dio che tutti lo facessero”. E c’è un senso in cui vorremmo che tutti fossero predicatori, e che tutti fossero insegnanti. E certamente, in Matteo 28, tutti noi siamo chiamati ad andare nel mondo e fare discepoli, insegnando alle persone a osservare tutto ciò che Cristo ha comandato. Qui non sta negando questo. E vi sono alcuni che si sentono costretti a predicare. Paolo dice in 1 Corinzi 9: “Guai a me se non predico”. E in 1 Timoteo 3: “Se uno desidera l’ufficio di sorvegliante”—che implica principalmente l’insegnamento—“desidera una cosa buona”. Qui non si sta mettendo da parte tutto questo, né lo si sta contraddicendo.

Ma vuol dire che non ci si deve avventurare in un ministero d’insegnamento senza avere ben chiara la serietà che esso comporta. E senza dubbio, nell’assemblea alla quale Giacomo sta scrivendo, alcuni non avevano considerato questa grande serietà, e ambivano al ruolo d’insegnante, arrivando ad assumerlo senza riflettere molto—o affatto—sulle implicazioni che comportava. E così egli dice: “Fratelli miei”, rivolgendosi con queste parole a coloro che, all’interno della chiesa, professano il nome di Cristo, “voglio impedirvi di precipitarvi sconsideratamente nel ruolo d’insegnante”. Perché? A causa dell’enorme potenziale di peccare con la vostra lingua; e quando peccate con la vostra lingua in privato, quella è una cosa... quando peccate con la vostra lingua in pubblico, quella è tutt’altra cosa. E il potenziale di condanna è molto maggiore per chi parla pubblicamente davanti a un vasto uditorio.

Ora, che cosa intende quando parla di “diventare insegnante”? Di quale genere d’insegnante sta parlando? Ho cominciato a rifletterci, chiedendomi che cosa avesse esattamente in mente. La parola è didaskalos, ed è la parola che nei Vangeli può essere tradotta “maestro”. Potremmo dunque concludere che qui stia parlando di un insegnante riconosciuto; che stia dicendo: “Non precipitatevi nell’ufficio dell’insegnamento, non precipitatevi nell’ufficio della predicazione. Non affrettatevi a entrare in qualche ministero ufficiale nel quale diventate proclamatori e insegnanti della Parola di Dio”. E fra i Giudei—e ricordate che Giacomo scrive a persone di eredità e formazione giudaica—fra i Giudei vi erano insegnanti ufficiali.

Vi erano rabbini ufficialmente riconosciuti. Uomini come Nicodemo, il quale era riconosciuto come maestro in Israele. Vi erano uomini che, trovandosi in quella posizione, amavano il loro titolo, amavano l’onore, amavano il riconoscimento, amavano il potere, amavano il prestigio. Infatti, dovunque andasse, un rabbino veniva trattato con grande rispetto. Si credeva addirittura che il dovere di un uomo verso il proprio rabbino superasse il dovere verso i propri genitori, perché i genitori lo avevano introdotto soltanto nella vita di questo mondo, mentre il suo maestro lo aveva introdotto nella vita del mondo futuro. Si diceva addirittura che, se i genitori di un uomo e il suo maestro fossero stati catturati da un nemico, si dovesse riscattare per primo il maestro. Se il rabbino e i genitori avevano entrambi bisogno di aiuto, era doveroso aiutare prima il rabbino.

È vero che a un rabbino non era permesso ricevere denaro per il suo insegnamento, e che avrebbe dovuto provvedere alle proprie necessità fisiche esercitando un mestiere; ma si riteneva un’opera particolarmente pia e meritoria accogliere un rabbino nella propria casa e provvedere con ogni premura alle sue necessità. Era terribilmente facile, allora, che un rabbino diventasse quel genere di persona che Gesù descrisse come un tiranno spirituale, un vistoso ornamento di pietà, uno che amava il posto d’onore più elevato in ogni occasione, una persona che si gloriava del rispetto quasi servile che gli altri gli accordavano in pubblico. Ed era proprio quel genere di atteggiamento che Gesù condannò con tanta forza e in modo così diretto in Matteo 23, dal versetto 4 al versetto 7.

Un simile desiderio egoistico di onore, nato da motivazioni sbagliate, doveva essere del tutto estraneo a ogni vero seguace di Gesù Cristo. E tuttavia, senza dubbio, nella congregazione alla quale Giacomo scriveva vi erano persone che ricercavano quella posizione d’insegnante perché erano affascinate da tutta l’aura che circondava quel ruolo. E potrei anche concludere che, nella chiesa primitiva, vi fossero insegnanti ufficialmente chiamati. Vi erano apostoli, profeti, pastori, evangelisti e anche insegnanti. L’espressione viene menzionata molto chiaramente in 1 Corinzi 12:28; e poi potete decidere se in Efesini 4:11 si tratti di “pastori-insegnanti” oppure di “pastori e insegnanti”, ma vi erano pastori, evangelisti, insegnanti, apostoli e profeti. Ed essi erano gli insegnanti ufficialmente riconosciuti nella chiesa.

Ma oltre a questo, vi erano anche occasioni non ufficiali per insegnare. Per esempio, in una sinagoga giudaica era possibile che insegnanti non ufficiali si alzassero per parlare. Chiunque, per esempio, fosse rispettato, tenuto in grande considerazione, possedesse qualche credenziale e avesse qualche motivo per essere ascoltato, poteva alzarsi e insegnare in una sinagoga, anche se non era stato adeguatamente istruito o preparato da quella sinagoga, né da alcuna istituzione da essa riconosciuta. Un esempio classico sarebbe il nostro Signore Gesù Cristo, il quale si alzò nella sinagoga di Nazaret, stette in piedi per leggere le Scritture e poi si sedette per parlare. Era, per così dire, un predicatore ospite. In Atti 13, quando Paolo e Barnaba vengono mandati dalla chiesa di Antiochia, ai versetti 5 e 15 li vediamo giungere in una situazione nella quale viene data loro l’opportunità di alzarsi in una sinagoga e insegnare.

E così vi erano insegnanti ufficiali, ma vi erano anche occasioni non ufficiali per insegnare. Credo che ciò fosse vero anche nella chiesa primitiva. Se guardate 1 Corinzi 14, troverete che, cominciando credo intorno al versetto 26, Paolo tratta il fatto che in quella chiesa di Corinto molte persone prendevano la parola. Dice: “Quando vi riunite, ciascuno di voi ha un salmo, ha un insegnamento, ha una lingua, ha una rivelazione, ha un’interpretazione. Ogni cosa sia fatta per l’edificazione”. E poi regola tutto questo, spiegando come debba essere fatto e come non debba essere fatto. Ma nella chiesa primitiva, a quanto pare, vi era una qualche forma di riunione nella quale le persone potevano alzarsi e presentare un insegnamento, una dottrina, una rivelazione, o qualunque altra cosa fosse.

E dunque, abbiamo come nella sinagoga, insegnanti ufficiali e non ufficiali... e anche nella chiesa c’erano insegnanti ufficiali e, di nuovo, non ufficiali. E non è una cosa così estranea a noi; infatti, anche oggi abbiamo la stessa cosa nella nostra chiesa. Abbiamo pastori-insegnanti, evangelisti e insegnanti ufficialmente riconosciuti, i quali vengono messi da parte specificamente per la funzione dell’insegnamento. E poi vi sono molti di voi che insegnano. Forse insegnate in uno studio biblico in casa, forse insegnate in una classe di bambini, forse vi alzate per presentare una dottrina, una Parola da parte del Signore, una spiegazione della Scrittura durante una riunione cristiana o qualcosa del genere. Perciò non credo che dobbiamo restringere il significato delle parole di Giacomo. Torniamo al versetto e vediamo che cosa dice.

Egli presenta, fondamentalmente, un principio molto semplice: “Non siate in molti a diventare insegnanti”. E non credo che possiamo leggere in quelle parole più di ciò che effettivamente vi si trova. Siate molto cauti quando intraprendete il ruolo d’insegnante, a qualunque livello, ufficiale o non ufficiale, a causa dell’enorme potenziale di condanna che la vostra lingua può produrre. Tornando al capitolo 1, versetto 19: “Questo voi lo sapete, fratelli miei diletti: ogni uomo sia pronto ad ascoltare e lento a parlare”; e questo viene detto in un contesto nel quale si sta parlando della Parola di Dio... pronti ad ascoltare la Parola di Dio e lenti a proclamarla. Ma nonostante questo, vi erano allora—e vi sono ancora oggi—molti che vogliono conquistarsi una posizione di prestigio, che rimangono impressionati dall’autorità e dall’onore, e che riflettono pochissimo, o non riflettono affatto, sulla responsabilità che comporta una simile scelta e sul fatto che dovranno renderne conto.

Paolo, istruendo Timoteo, fa riferimento a persone simili nel capitolo 1 di 1 Timoteo. Dice: “Vi sono alcuni che si sono sviati dalla verità, dandosi a discorsi vani”, versetto 7, “volendo essere dottori della legge, mentre non comprendono né quello che dicono né ciò che affermano con tanta sicurezza”. Questo accadeva nella chiesa di Efeso. E senza dubbio, anche fra i santi riuniti ai quali Giacomo scrive, vi erano alcuni che aspiravano al ruolo d’insegnante senza avere la minima idea delle possibili conseguenze derivanti dall’insegnare l’errore. È una verità spaventosa. Dovrebbe essere comunicata a chiunque aspiri a quella posizione. Giacomo Non sta scoraggiando coloro che sono veramente dotati. Non sta scoraggiando coloro che sono veramente qualificati. Non sta scoraggiando coloro che sono veramente chiamati. Non sta scoraggiando coloro che sono sinceri e preparati.

Ma sta dicendo: “Fate ogni sforzo possibile per comprendere la serietà del ruolo d’insegnante, prima di—per dirla in termini molto comuni—aprire la bocca e parlare a vanvera”. Egli non ha in mente soltanto i falsi insegnanti, ma anche gli insegnanti ignoranti, non qualificati, impreparati e istruiti in modo sbagliato. Mosè disse ad Aaronne: “Questo è ciò che il Signore ha detto”, Levitico 10:3; e vi assicuro che questa frase mi è rimasta impressa nella mente, e lo è ormai da molto tempo: questo è ciò che il Signore ha detto. C’è una cosa che ho sempre avuto profondamente a cuore davanti al Signore, in preghiera, ogni volta che parlo, ed è questa: “Signore, Ti prego, fa’ che io dica ciò che Tu intendevi dire”. E nessun insegnante dovrebbe mai accontentarsi di qualcosa di meno. Mai. È una responsabilità gravosa, che non deve essere intrapresa con leggerezza o superficialità.

La responsabilità dell’insegnante viene presentata due volte nel libro di Ezechiele: nel capitolo 3, versetti 17 e 18, e nel capitolo 33, versetti 7, 8 e 9, dove l’insegnante viene seriamente avvertito che egli è, per così dire, una sentinella sulle mura, incaricata di avvertire il popolo; ed è meglio che faccia attenzione a farlo nel modo giusto, altrimenti il sangue di quelle persone potrebbe ricadere sulle sue mani. In altre parole, vi è un senso nel quale la responsabilità è davvero enorme. Paolo, quasi con un sospiro di sollievo, dice in Atti 20: “Io sono puro del sangue di tutti. Non mi sono tirato indietro dall’annunciarvi tutto il consiglio di Dio. Ho compiuto il mio dovere”. Ebrei 13:17 dice che dovremo rendere conto a Dio del modo in cui abbiamo guidato, diretto e insegnato al popolo di Dio. È veramente una questione molto seria.

Non abbiamo neppure bisogno di addentrarci in passi come 2 Pietro 2 e nel libro di Giuda, dove Dio pronuncia un giudizio terrificante sul falso insegnante. Ma persino chi si impegna a insegnare la verità deve comprendere qualcosa dell’enorme responsabilità che si assume nel farlo. C’è forse da meravigliarsi che John Knox, la prima volta che salì su un pulpito, pianse in modo così incontrollabile che dovettero portarlo via, tanto era oppresso dal peso del compito che aveva davanti? Non abbiate fretta di precipitarvi in una posizione d’insegnamento. Questa settimana ho condiviso con alcuni membri del nostro personale una citazione di un predicatore di nome Bruce Thielemann. Disse: “Non c’è alcun onore particolare nella predicazione, c’è soltanto un dolore particolare. Il pulpito chiama coloro che sono unti per esso come il mare chiama i suoi marinai. E come il mare, li sbatte, li ferisce e non dà loro tregua. Predicare, predicare veramente, significa morire nudi un po’ alla volta, e sapere, ogni volta che lo si fa, che bisognerà farlo di nuovo”.

“Non ingrossate le file dei predicatori”, dice un traduttore. Perché? Perché la lingua ha un potenziale di condanna davvero enorme. Versetto 1: “Sapendo che riceveremo un giudizio più severo”; e con quel “noi” Giacomo include immediatamente se stesso, in quanto insegnante. Non vuole mettere in guardia gli altri senza includere anche se stesso. È un avvertimento molto severo riguardo alla responsabilità di chiunque insegni. Quando insegniamo, a qualunque livello, abbiamo un’enorme responsabilità davanti a Dio. È per questo che in 2 Timoteo 2 leggiamo: “Studiati di presentare te stesso approvato davanti a Dio, operaio che non abbia bisogno di”—che cosa?—“vergognarsi, perché taglia rettamente la parola della verità”. C’è vergogna legata all’insegnare l’errore, e c’è anche giudizio legato all’insegnare l’errore.

È per questo che, in 1 Timoteo capitolo 4, l’apostolo Paolo dice a Timoteo: “Ascolta, nutriti delle parole della fede e della buona dottrina. Evita le favole profane e da vecchie”. E più avanti, nello stesso testo: “Dedicati alla lettura, all’esortazione e all’insegnamento”. E ancora più avanti: “Medita su queste cose”. E poi di nuovo: “Bada a te stesso e al tuo insegnamento”. È una questione molto, molto, molto importante. La parola “giudizio” è krima. È un termine neutro, ma generalmente nel Nuovo Testamento viene usato per esprimere un giudizio negativo. Il tempo futuro qui guarda probabilmente al giudizio futuro, quando staremo davanti al Signore. Per un falso insegnante non salvato, sarebbe il momento della seconda venuta, in un giudizio terribile... quel momento di cui parla Giuda, quando dice: “Ecco, il Signore viene con diecimila dei Suoi santi,

“per eseguire il giudizio contro tutti e convincere tutti gli empi fra loro di tutte le opere empie che hanno empiamente commesso, e di tutte le parole dure che gli empi peccatori hanno pronunciato contro di Lui”... e questo in un contesto di falso insegnamento. Dunque, il giudizio futuro per un non credente avverrà alla seconda venuta di Cristo. Il giudizio futuro per un credente avverrà certamente davanti al tribunale di Cristo, quando staremo faccia a faccia con Lui per ricevere qualunque ricompensa Egli riterrà opportuno darci. In 1 Corinzi 4 leggiamo che, in quel momento, “il Signore metterà in luce le cose nascoste nelle tenebre e manifesterà i disegni dei cuori; e allora ciascuno riceverà la sua lode da Dio”.

E Paolo dice: “Ascoltate, io aspetterò quel momento perché il mio ministero venga valutato. Quello che pensate voi è una piccola cosa. Quello che penso io è una piccola cosa. Quello che pensa Dio è una cosa enorme, e io svolgo il mio ministero tenendo lo sguardo rivolto a ciò che mi attende”. E posso dirvi che, in diverse occasioni, mi è stato chiesto: “Per chi prepara i suoi sermoni?” Un giornalista mi disse: “Dal momento che i giornali vengono scritti per un livello di lettura da terza media, per chi prepara i suoi sermoni?” E io risposi: “Forse lei non lo comprenderà, ma io li preparo per Dio. La mia unica preoccupazione è che Dio ne sia compiaciuto, che il Suo nome venga onorato e che la Sua Parola venga trattata in modo giusto e onesto”. E se sento di aver fatto meno del mio meglio in questo senso, la vita, al livello più profondo, diventa per me insopportabile.

Perciò essere un insegnante della Parola di Dio è un’occupazione molto pericolosa per chiunque, a causa del potere che ha la lingua di pronunciare l’errore, o di esprimere un giudizio sbagliato, o di parlare in modo inappropriato, o di rappresentare male Cristo o lo Spirito Santo. Ed è per questo che persino l’apostolo Paolo era riluttante... era riluttante finché non fu spinto a farlo. E ricordate, si convertì in modo meraviglioso sulla via di Damasco, ma passò molto tempo, in realtà, prima che cominciasse a esporre le cose di Dio. Dio lo portò nella regione nabatea dell’Arabia e lo preparò per due anni, poi lo riportò indietro, pronto a proclamare. Questo comporta un rischio enorme.

Voi potreste dire: “Beh, forse alcuni di noi possono evitarlo”. Guardate il versetto 2: “Tutti inciampiamo in molti modi”. E ciò che Giacomo sta sottintendendo qui è: “E la bocca è certamente uno dei modi principali”. Tutti pecchiamo in una miriade di modi. E proprio la bocca sta alla base dell’avvertimento contro il precipitarsi in una posizione d’insegnamento. Egli dice: “Tutti inciampiamo”. Questa è un’affermazione generale sulla depravazione di ogni essere umano. Proverbi 20, versetto 9, dice: “Chi può dire: Ho purificato il mio cuore, sono puro dal mio peccato?” La risposta è: nessuno. 2 Cronache 6:36 dice: “Non c’è uomo che non pecchi”. Fratelli, non si potrebbe dirlo in modo più chiaro di così. Non c’è uomo che non pecchi, “Poiché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio”.

Dunque, tutti pecchiamo, e tutti pecchiamo in molti modi. La parola usata qui è “inciampare”, che viene usata al posto della parola “peccare”. Significa una caduta morale, un fallimento nel fare ciò che è giusto... l’idea è quella di un’offesa contro Dio. Tutti lo facciamo. È al tempo presente. Tutti lo facciamo abitualmente, e tutti lo facciamo in molti modi. In ogni genere di modo, tutti noi falliamo continuamente nel fare ciò che è giusto, e la lingua è uno dei modi davvero, davvero predominanti in cui falliamo. E quindi ha un enorme potenziale di condannarci. Ora, sebbene in un certo senso questa sia una confessione da parte di Giacomo, è più un’osservazione della verità che una confessione personale. Quello che sta dicendo è: “Non abbiate fretta di trascorrere la vostra vita usando la bocca, se vi rendete conto di quanto questo possa essere potenzialmente disastroso. Proprio perché siete peccatori, vi accosterete a questo compito con grande cautela, anziché precipitarvici”.

Le Scritture parlano del disastro provocato dalla bocca. La Bibbia—e io mi sono semplicemente annotato un elenco di cose mentre percorrevo le Scritture—la Bibbia parla, direttamente o indirettamente, di una lingua malvagia, una lingua ingannatrice, una lingua bugiarda, una lingua perversa, una lingua oscena, una lingua corrotta, una lingua amara, una lingua iraconda, una lingua astuta, una lingua adulatrice, una lingua calunniatrice, una lingua pettegola, una lingua maldicente, una lingua blasfema, una lingua stolta, una lingua vanagloriosa, una lingua che mormora, una lingua che si lamenta, una lingua che maledice, una lingua litigiosa, una lingua sensuale, una lingua vile, una lingua che sparge dicerie, una lingua che sussurra, una lingua che esagera... e così via. Vi siete riconosciuti da qualche parte in quell’elenco? Non c’è da meravigliarsi che Dio abbia messo la vostra lingua in una gabbia dietro i denti, rinchiusa fra le pareti della bocca.

Permettetemi di dirlo con franchezza: la maggior parte dei problemi è legata alla lingua... la maggior parte. Qualcuno ha detto: “Ricordate che la vostra lingua si trova in un luogo bagnato, e può scivolare facilmente”. Il modo più facile di peccare è peccare con la lingua. Nulla rappresenta la peccaminosità dell’uomo più della sua bocca, e non c’è modo più facile di peccare che con la bocca, perché potete dire qualunque cosa vogliate dire. Non ci sono freni. Non potete commettere ogni azione malvagia che potreste desiderare di compiere, perché forse non vi sono le circostanze che vi permettono di farlo. Ma potete dire assolutamente qualunque cosa. Eppure la vostra lingua ha un enorme potenziale di giudicarvi. Per considerare tutto questo dal punto di vista del nostro Signore, andate a Matteo, capitolo 12. Matteo capitolo 12, versetto 34... parole davvero molto dirette.

E qui Gesù si trova in un confronto molto acceso con i farisei, i quali Lo hanno accusato di compiere le Sue opere per il potere dell’inferno anziché per quello del cielo. E Gesù risponde loro, al versetto 34, dicendo: “Razza di vipere, come potete voi, essendo malvagi, dire cose buone?” Questa è semplicemente una verità fondamentale. Giacomo tornerà più avanti su questo stesso principio, “Come potete voi, essendo malvagi, dire cose buone? Poiché dall’abbondanza del cuore, la bocca parla”. Mi aspetto che parliate nel modo in cui parlate, perché il vostro cuore è quello che è, “L’uomo buono, dal buon tesoro del cuore, trae cose buone; e l’uomo malvagio, dal tesoro malvagio, trae cose malvagie. Ma Io vi dico”—notate bene questo—“che di ogni parola oziosa che gli uomini avranno pronunciata renderanno conto nel giorno del giudizio. Poiché dalle tue parole sarai giustificato, e dalle tue parole sarai condannato”. Che affermazione!

Ascoltate questo: vi rendete conto che, nel giudizio finale, il vostro destino eterno può essere determinato dalle vostre parole? Voi potreste dire: “Pensavo di essere giustificato per fede in Gesù Cristo”. È vero. Ma la giustificazione che ricevete per fede in Gesù Cristo si manifesterà nelle vostre parole, tanto che potrete letteralmente essere giudicati in base alle vostre parole, perché le vostre parole fanno la spia... rivelano ciò che c’è nel vostro cuore. E così, alla fine, è corretto dire che sarete giudicati in base alle vostre parole, per stabilire se entrerete nel Regno di Dio o se ne sarete esclusi. Le vostre parole. Voi potreste dire: “Il Signore tiene forse un registro delle parole di tutti?” Per Lui è facile. Non ha neppure bisogno di scriverle.

Sapete che persino la scienza ha alcune cose interessanti da dire? Alcuni anni fa lessi di un uomo che accese il televisore a Londra, in Inghilterra, e vide un programma di mezz’ora trasmesso dal Texas. Rimase talmente incuriosito da quel programma che telefonò all’emittente e scoprì che si trattava di un programma locale trasmesso tre anni prima. L’unica spiegazione che riuscirono a dare, e che avesse un qualche senso, riguardo al modo in cui fosse riuscito a riceverlo sul suo televisore, era il fatto che, scientificamente, una volta che qualcosa viene immesso nelle onde dell’etere, vi rimane... e in qualche modo quel segnale era riuscito a raggiungere il suo ricevitore. Gli scienziati affermano che le onde sonore messe in movimento da ogni voce continuano un viaggio senza fine attraverso lo spazio.

E che, se avessimo gli strumenti adatti, abbastanza sensibili e sofisticati, e la capacità di recuperare quelle onde, potremmo ricreare ogni parola che ogni persona abbia mai pronunciato. Terrificante. Dio possiede quella macchina. E così, in un senso molto reale, le parole degli uomini costituiranno la base del loro giudizio, perché sono un indicatore assolutamente preciso della condizione della loro anima. Il cuore dell’uomo è il deposito, e le sue parole rivelano ciò che vi è custodito. Proverbi 15:28 dice: “La bocca degli empi riversa cose malvagie”. Perciò, quando date la vostra vita a Cristo, e la vostra vita viene trasformata, e ricevete un cuore nuovo, ricevete anche un vocabolario nuovo. E certamente quel grande dono deve essere coltivato.

Io credo che Dio ci dia un cuore nuovo e, insieme ad esso, anche una lingua nuova; ma persino quella lingua nuova rimane vittima della vecchia natura decaduta, non è vero? E così Giacomo dice: “Controllate la vostra lingua, perché ha un enorme potenziale di condannarvi”. In secondo luogo, essa ha un enorme potere di controllare. Non solo ha il potenziale di condannare, ma ha anche il potere di controllare. E questo è assolutamente affascinante. Spero che riusciremo ad afferrare questa straordinaria verità spirituale. Tutti pecchiamo con la lingua. Giacomo dice al versetto 2: “Se uno non sbaglia nel parlare, è un uomo perfetto”. Le uniche persone che non peccano con la bocca sono le persone perfette. Ora, c’è un dibattito piuttosto interessante su ciò che Giacomo intenda dire qui.

Quando dice perfetto—teleios—intende perfetto nel senso di assolutamente perfetto, come Dio, come Cristo? Beh, potrebbe voler dire questo. Potrebbe dire: “Se un uomo non inciampasse mai nelle sue parole, e non offendesse mai con le sue parole, sarebbe un uomo assolutamente perfetto”. Ed è vero. E se sta dicendo questo, allora in realtà sta dicendo: “Nessuno di voi è perfetto, quindi toglietevi dalla testa l’idea di non inciampare mai con le vostre parole, perché soltanto le persone perfette non lo fanno... e nessuno è perfetto”. D’altra parte, potrebbe usare la parola teleios per esprimere il concetto di maturità. E ciò che starebbe dicendo, allora, in senso generale, è che, se un uomo non continua a inciampare con la bocca o con le parole, costui è un uomo maturo. Vale a dire, ha raggiunto la maturità spirituale. È simile a Cristo, anche se non è esattamente come Cristo.

Non so se possiamo essere categorici nel dire quale dei due significati Giacomo abbia esattamente in mente, ma prendiamoli entrambi. Diciamo pure che Giacomo potrebbe affermare che, se non fate mai questo con la bocca, siete perfetti... e nessuno può essere perfetto. E potrebbe anche affermare che, se riuscite a controllare la vostra lingua, state dimostrando maturità spirituale. Personalmente propendo per questa interpretazione. Giacomo sta dicendo che soltanto le persone spiritualmente mature riescono a controllare la propria lingua. L’unico essere umano che sia mai vissuto con una lingua assolutamente perfetta è stato Gesù Cristo; e in Giovanni 7:46, ricordate che cosa dissero? “Nessun uomo ha mai parlato come quest’uomo”. Egli era perfetto nel Suo parlare, assolutamente senza errore. Ascoltate questo: “Egli non commise peccato e nella Sua bocca non fu trovato inganno”. Nessun peccato nella Sua vita, nessun peccato nella Sua bocca.

E così possiamo dire che, nella misura in cui la nostra santità si avvicina alla santità di Cristo, nella misura in cui veniamo conformati alla Sua immagine, nella stessa misura anche il nostro modo di parlare sarà sempre più santo. E guardate ciò che dice al versetto 2: “Se uno non inciampa nel parlare, è un uomo maturo, capace anche di tenere a freno tutto il corpo”... di tenere a freno anche l’intero corpo. Ora afferrate bene questo: è un pensiero spirituale tremendamente pratico. Non credo di averlo mai compreso veramente prima d’ora. Se una persona riesce a dominare la propria lingua, può dominare le proprie tendenze malvagie in tutto il corpo... vale a dire, in tutta la sua persona, “Ora, Giacomo, come arrivi a questa conclusione?” Ascoltate.

La lingua, poiché è l’espressione immediata del cuore, poiché può peccare più facilmente e più frequentemente di qualunque altro membro del corpo, semplicemente a motivo delle circostanze... voi non potete trovarvi sempre nella posizione di peccare in ogni modo possibile con il vostro corpo, ma siete sempre nella posizione di peccare con la vostra lingua. Poiché la lingua può peccare tanto facilmente, poiché è un indicatore così evidente della depravazione, se riuscite a controllare la lingua, che è il membro del corpo più incline a peccare, allora, in virtù del fatto che controllate il maggiore, avete ottenuto il controllo anche sul minore. Lo vedete? La persona che controlla la lingua controllerà anche il corpo, con tutti gli altri suoi impulsi. Dal momento che la lingua risponde al peccato in modo più immediato, più rapido e più facile, se essa venisse controllata, anche le altre parti, quelle che rispondono più lentamente, verrebbero controllate, perché i mezzi della grazia divina applicati al maggiore vengono applicati anche al minore. Che intuizione straordinaria.

Sapete che cosa dice questo a me? Mi dice che, se voglio concentrare la mia vita cristiana su una sola cosa, se voglio mettere ordine nella mia vita, se voglio portare tutta la mia vita spirituale sotto controllo, devo lavorare su che cosa? Sulla mia lingua. Ora, naturalmente, ci rendiamo conto che non è del tutto possibile avere una lingua totalmente santa; ma nella misura in cui una persona controlla la propria lingua, controllerà anche il proprio corpo. Perché? Perché gli stessi mezzi spirituali che vi aiutano a controllare la lingua agiranno anche su tutto il resto della vostra persona. Ma tutto diventa così semplice e così potente, se riusciamo a concentrarci soltanto sulla lingua. Non è pratico? Voglio dire, riducete tutto a questo. Concentratevi sulla vostra bocca. E se lo Spirito Santo prende il controllo del membro più instabile e più potente, tutto il resto verrà sottomesso.

Warren Wiersbe racconta la storia di un suo amico pastore, il quale andò da lui e gli disse che nella sua chiesa vi era una donna conosciuta da tutti come una terribile pettegola. Trascorreva al telefono quasi tutta la giornata, raccontando indiscrezioni a chiunque fosse disposto ad ascoltarla. Un giorno questa donna andò dall’amico pastore di Warren Wiersbe e gli disse: “Pastore, il Signore mi ha convinta del mio peccato di pettegolezzo. La mia lingua sta mettendo nei guai me e gli altri”. Egli racconta: “Il mio amico sapeva che non era sincera, perché aveva già seguito quello stesso copione moltissime volte. E con una certa cautela le chiese: ‘Beh, che cosa pensa di fare?’ Con aria molto devota, lei rispose: ‘Voglio mettere la mia lingua sull’altare’”. Al che il mio amico rispose con calma: “Non esiste un altare abbastanza grande”.

Beh, non voglio discutere con lui, ma credo che un altare abbastanza grande esista. Credo che dobbiamo concentrarci sulla nostra bocca... è questo che Giacomo sta dicendo. Beh, che semplificazione: concentratevi soltanto su ciò che dite; e qualunque mezzo della grazia, qualunque dinamica dell’impegno spirituale riesca a tenere sotto controllo la vostra lingua, in virtù del controllo esercitato su di essa, terrà sotto controllo anche tutto il resto della vostra persona. Il salmista lo espresse in questo modo nel Salmo 39, versetto 1: “Io dicevo: ‘Veglierò sulla mia condotta, per non peccare con la mia lingua; metterò un freno alla mia bocca’”. È da lì che bisogna cominciare, amati... è da lì che bisogna cominciare. Per aiutarci a comprenderlo, Giacomo ci presenta due illustrazioni. Versetto 3: “Ora”, dice, “noi mettiamo il morso in bocca ai cavalli, affinché ci ubbidiscano, e così dirigiamo tutto il loro corpo”.

Ecco l’illustrazione numero uno... e, ragazzi, questa è un’illustrazione di prim’ordine... per dimostrare che, se controllate la lingua, controllate ogni cosa. Egli usa un cavallo. Come si controlla un cavallo? Si controlla un cavallo controllando la sua lingua. Gli si mette in bocca un pezzo di metallo. Quel pezzo di metallo si appoggia sulla lingua. Poi gli si mette attorno una bardatura, la si fa passare sopra la testa, si prendono le redini e, quando si tirano, quel morso di metallo viene premuto contro la lingua del cavallo. È dunque un’illustrazione davvero efficace. Controllando la lingua del cavallo, si controllano i movimenti del cavallo. Un cavallo, tra l’altro, lasciate che ve lo dica, senza tutto questo è inutile. Avete mai conosciuto un cavallo che si offrisse volontario per arare un campo? Che un giorno si presentasse e dicesse: “Signore, vorrei arare il suo campo”. Avete mai conosciuto un cavallo che si offrisse volontario per trainare un carro? E che dire di un cavallo che si offrisse volontario per portare un cavaliere?

Bisogna domarlo, non è vero? E lo si doma mettendogli un morso in bocca: controllandone la lingua, si controlla tutto il corpo. Potete dirigere l’intero corpo. Questo è ciò che Giacomo sta dicendo. Ottenete il controllo della vostra lingua e potrete dirigere tutto il vostro corpo. Tutto il resto si metterà in riga. Che illustrazione così vivida. Infatti, questo principio è talmente evidente che potrebbe essere stato un esempio comunemente usato dagli scrittori e dai saggi di quel tempo e di quel luogo, e Giacomo potrebbe persino aver preso in prestito questa illustrazione. Ma il punto è chiaro. Controllando la lingua, l’intera vita viene indirizzata verso uno scopo utile. Senza il controllo della lingua, il cavallo è assolutamente inutile. Volete sapere una cosa? Un cavallo non domato e senza briglie non serve assolutamente a nulla... non fa altro che correre qua e là.

Nel versetto 4 ci presenta un’altra illustrazione, “Ecco”, dice, eccone un’altra: “anche le navi, benché siano così grandi e sospinte da venti impetuosi, vengono tuttavia dirette da un piccolissimo timone dovunque desideri il timoniere”... oppure, “dovunque le spinga l’impulso del timoniere”. Questa è un’altra illustrazione estremamente vivida. Una nave enorme; e voi potreste dire: “Beh, a quei tempi non erano poi tanto grandi”. Beh, quella di Atti 27, se ricordo bene, aveva a bordo 276 passeggeri... era una nave di dimensioni piuttosto considerevoli, sospinta da un tremendo Euroclidone, euroaquilone, quel vento di nord-est che si abbatté su di essa. Quella grande nave, spinta attraverso il Mediterraneo, naturalmente era fuori controllo in Atti 27; ma quando era sotto controllo, veniva guidata interamente dal timone. Quel piccolo timone muove una nave così imponente.

Quest’estate mi sono trovato su una nave da 70.000 tonnellate. È una città... una vera e propria città galleggiante, con migliaia di persone a bordo. E viene condotta attraverso il mare da quel piccolo timone. Salii negli alloggi del capitano e poi sul ponte di comando, e lì c’era un uomo con questo piccolo comando fra le mani, che muoveva quella città ovunque volesse, conducendola fino al molo senza neppure toccarlo... un controllo incredibile. Questo è ciò che dice Giacomo. Se riuscite semplicemente a prendere il controllo della piccola lingua, potrete muovere tutto il resto. L’idea è questa... ascoltatela: la potenza applicata nel punto giusto è sufficiente per controllare l’intera nave. E la potenza applicata nel punto giusto, vale a dire la bocca, è sufficiente per controllare l’intera persona.

E questo è il secondo punto. Giacomo dice: controllate la vostra lingua a causa del potere che ha di controllarvi... del potere che ha di controllarvi. Pronunciate soltanto parole piene di grazia. Posso essere molto pratico con voi? Pronunciate soltanto parole piene di grazia. Pronunciate soltanto parole gentili. Pronunciate soltanto parole amorevoli, parole vere, parole ponderate, parole sante, parole piene di tatto, parole che edificano. Pronunciate soltanto parole miti, parole di conforto, parole di benedizione, parole di umiltà, parole di sapienza, parole di ringraziamento. Pronunciate soltanto parole disinteressate e parole di pace; e se farete questo, controllerete ogni altra parte della vostra vita, perché tutto questo è possibile soltanto se siete sotto il controllo dello Spirito di Dio. Ma il punto centrale è concentrarsi sul controllo della propria lingua.

Ragazzi, quanto semplifica le cose, almeno concettualmente. La vostra lingua è come un interruttore generale. Un commentatore scrive: “Se la nostra lingua fosse così ben controllata da rifiutarsi di formulare le parole dell’autocommiserazione, le fantasie impure, i pensieri di ira e di risentimento, allora queste cose verrebbero stroncate prima ancora di avere la possibilità di prendere vita. L’interruttore generale le avrebbe private di ogni potere di attivare quella parte della nostra vita. Il controllo della lingua è più di una prova della maturità spirituale; è anche il mezzo per raggiungerla”. L’interruttore generale... che idea. Nel retro di casa mia c’è un quadro elettrico con tutta una serie di piccoli interruttori, sapete, gli interruttori automatici. E in fondo ce n’è uno che è l’interruttore generale.

E potete spegnere qualunque cosa vogliate. Potete mettervi ad armeggiare con tutti gli altri, uno dopo l’altro, oppure potete semplicemente spegnere tutto azionando l’interruttore generale; e a quel punto diventa assolutamente irrilevante ciò che fate con gli altri. Questo è, essenzialmente, ciò che sta dicendo questo autore. La vostra lingua è l’interruttore generale. Spegnete quello, e nient’altro potrà funzionare. Tutto il resto diventa irrilevante. E Giacomo riassume il concetto nel versetto 5: “Così anche la lingua è un piccolo membro, eppure si vanta di grandi cose”. Fermiamoci qui. Che cosa intende? Si vanta di grandi cose. Sapete perché? Perché può fare grandi cose. Ragazzi, è potentissima. È orgogliosa del proprio potere di controllare... e può farlo davvero.

È uno strumento potente. Può abbattere le persone. Può abbattere le chiese. Può distruggere le relazioni. Può mandare in rovina un matrimonio. Può devastare una famiglia. Può lacerare una nazione. Può condurre all’omicidio. Può condurre alla guerra. D’altra parte, può edificare. Può generare amore, entusiasmo, incoraggiamento, conforto, pace, gioia. La lingua è una cosa potente, davvero potente. E se riusciamo ad afferrarla e a controllarla, essa può controllare tutto il resto della nostra persona. E così Giacomo dice: “Guardate il vostro modo di parlare. È il modo di parlare di una fede viva? E impegnatevi a controllare la vostra lingua, a causa del potere che ha di condannarvi e del potere che ha di controllarvi”. Che insegnamento concreto per noi. Chiniamo insieme il capo in preghiera.

E poco prima di pregare... ci sarebbe ancora così tanto da dire. Sento davvero che il Signore ci istruirà mentre affronteremo la prossima parte, domenica prossima. Ma prendiamo insieme questo impegno; è qualcosa che ho avuto nel cuore per tutta la settimana, anche se non l’ho ancora espresso. Cerco di evitare di fare annunci pubblici riguardo a ciò che intendo fare, ma nel mio cuore ho chiesto al Signore di cominciare ad aiutarmi, giorno dopo giorno, a iniziare ogni giornata con il desiderio consapevole di lasciare che lo Spirito di Dio controlli la mia lingua... di lasciare che lo Spirito di Dio controlli la mia lingua. Dopotutto, come dice Colossesi capitolo 3: “Se ho rivestito l’uomo nuovo, allora devo deporre ogni ira, collera, malizia, calunnia e linguaggio offensivo dalla mia bocca, non mentire mai a nessuno e deporre il vecchio uomo con le sue pratiche malvagie”.

Se sono una nuova creatura in Cristo, non c’è posto per queste cose. E come posso tenere a freno tutte le potenziali aree di peccato nella mia vita? Giacomo dice: “Controllate la vostra lingua”. Prendiamo dunque nel nostro cuore l’impegno di cominciare ogni giorno con uno sforzo consapevole, che continui per tutta la giornata, affinché la mia lingua sia uno strumento di grazia, di benedizione e di verità per tutti coloro che mi ascoltano parlare. E mentre mi impegno a lasciare che lo Spirito controlli la mia lingua, tutto il resto si metterà in riga. Preghiamo... in silenzio, ciascuno di noi, invitando lo Spirito di Dio a operare in questo modo nella nostra vita. Padre, Ti chiediamo di concederci, mediante il Tuo Spirito, la grazia di controllare la nostra lingua.

Persino quelli di noi che sono redenti, che possiedono una fede viva, che sono stati veramente trasformati, che hanno un cuore nuovo, un cuore che produce cose buone, scoprono che tante di quelle vecchie cose sono ancora presenti, rimaste nella nostra carne. Signore, aiutaci a sottomettere allo Spirito anzitutto la nostra lingua, affinché le nostre parole siano sempre piene di grazia, condite con sale, e servano a edificarci gli uni gli altri. Perdonaci... perdonaci, Signore, per i peccati commessi nel parlare, così frequenti. E santifica le nostre bocche e, con esse, tutto il nostro corpo, per la Tua gloria. Nel nome di Cristo, amen.

FINE

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