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Che gioia è quella di arrivare adesso al momento dello studio della Parola di Dio. Apriamo la Bibbia insieme a Filippesi capitolo 4. In quest’ultimo capitolo della lettera di Paolo alla chiesa di Filippi arriviamo ad una nuova sezione, che di fatto è l’ultima grande sezione di pensiero prima di alcuni commenti conclusivi che presenta alla fine. Arriviamo a quella che è una sezione molto importante in questi versetti, che ci occuperà questo giorno del Signore e quello a venire. Ora, mentre ci accostiamo a questo quarto capitolo, voglio richiamare la vostra attenzione sui versetti dal 10 al 19. Voglio prendere questa sezione come un’unità, perché credo sia un unico pensiero, e mentre spieghiamo il significato della Parola di Dio, credo che troverete tutto questo estremamente pratico nella vostra vita, così come anch'io l’ho trovato nella mia.

A mo’ di introduzione, lasciate che vi dica che "contentezza" è una parola molto, molto ricca, ed è proprio la parola su cui voglio concentrarmi in questa sezione. Infatti, se dovessi dare un titolo a questo messaggio, lo chiamerei: “Il segreto della contentezza”, “Contentezza" non è soltanto una parola ricca, ma è anche una parola biblica. Infatti, la Bibbia ha parecchio da dire su questa questione dell’essere "contenti". Paolo disse in 1 Timoteo 6:6, “La pietà, con la contentezza, è grande guadagno”, e poi al versetto 8 disse: “ma avendo di che nutrirci e di che coprirci, saremo di questo contenti”. L'autore di Ebrei al capitolo 13 versetto 5, dice: “siate contenti delle cose che avete; perché Dio stesso ha detto: «Io non ti lascerò e non ti abbandonerò”, la Bibbia, quindi, non soltanto identifica la contentezza come una virtù, ma parla della contentezza come di un comandamento. Dovete essere contenti di qualunque cosa abbiate. Dovete essere contenti con il cibo ed il vestiario; dovete essere contenti del vostro salario. Dovete essere contenti perché comprendete che un Dio assolutamente, totalmente, infinitamente, e soprannaturalmente ricco di risorse non vi lascerà mai e non vi abbandonerà mai. La contentezza è una virtù; la contentezza è un comandamento.

Francamente, la maggior parte delle persone non la sperimenta. La maggior parte dei cristiani non la sperimenta, ovviamente, nella misura in cui Dio desidera che la sperimentiamo. Tendiamo a essere un popolo molto scontento. E io ho questa sorta di teoria personale che più avete, più diventate scontenti. E se questo è vero, allora questa deve essere una delle società più scontente nella storia dell'umanità. Siamo chiamati alla contentezza. Siamo chiamati a essere soddisfatti. Siamo chiamati a dire: "ho abbastanza". La maggior parte di noi non lo sperimenta però.

Paolo invece sì. Paolo era un uomo soddisfatto. Era un uomo contento. Leggiamo della sua contentezza a partire dal versetto 10, “Or io mi sono grandemente rallegrato nel Signore, perché finalmente avete fatto rivivere la vostra cura per me; in realtà, prima già vi prendevate cura di me, ma vi mancava l’opportunità. Non lo dico perché mi trovi nel bisogno, perché io ho imparato ad essere contento nello stato in cui mi trovo. So vivere anche umilmente, e so anche vivere nell’abbondanza; in ogni cosa e per ogni cosa ho imparato il segreto, sia dell’essere sazio che dell’aver fame, sia dell’avere abbondanza che del soffrire il bisogno. Io posso ogni cosa in Colui che mi fortifica. Tuttavia, avete fatto bene a prendere parte con me alla mia afflizione. Anche voi stessi sapete, Filippesi, che all’inizio della predicazione del vangelo, quando partii dalla Macedonia, nessuna chiesa ebbe comunione con me quanto al dare e al ricevere, se non voi soli; perché anche a Tessalonica mi mandaste più di una volta di che provvedere ai miei bisogni. Non che io cerchi il dono in sé, ma cerco il frutto che abbonda a vostro conto. Ma ho ricevuto tutto pienamente, e sono nell’abbondanza; sono ampiamente provveduto, avendo ricevuto da Epafrodito ciò che mi avete mandato, un profumo di odore soave, un sacrificio accettevole, gradito a Dio. E il mio Dio supplirà ad ogni vostro bisogno secondo le Sue ricchezze in gloria in Cristo Gesù”.

Ora, quando leggete questo, vi diventa immediatamente chiaro che quest’uomo, Paolo, sapeva cosa volesse dire essere contento. È un uomo contento. E se guardiamo molto attentamente questa particolare porzione della Scrittura, mentre egli condivide la sua propria contentezza, possiamo trovare anche noi il segreto della nostra contentezza.

Ora, lasciate che vi dia un po’ il contesto. La maggior parte di noi, quando scriviamo una lettera a qualcuno che amiamo profondamente, includerà ad un certo punto o ad un altro qualche espressione di ringraziamento per qualcosa che quella persona ha fatto per noi. Questo è un elemento abbastanza ragionevole, abbastanza comune, di una lettera. Ed è questo il caso qui. L’apostolo Paolo, prima di concludere questa lettera ai Filippesi, che amava molto profondamente, vuole esprimere con una certa ampiezza la sua gratitudine verso di loro per la loro bontà. Essi lo hanno amato fin dal principio. Di recente avevano avuto l’opportunità di condividere quell’amore con lui mandando Epafrodito, che viene menzionato al versetto 18, e insieme ad Epafrodito mandarono alcuni doni per venire incontro ai suoi bisogni: forse del denaro, forse del cibo, forse degli indumenti. Gli mandarono le cose di cui aveva bisogno. E tutta questa sezione, dal versetto 10 al 19, è di fatto il suo ringraziamento per ciò che avevano mandato. L’intero testo è inteso come una dichiarazione finale di gratitudine per il dono generoso ricevuto per mano di Epafrodito.

Ora, ricordate, Paolo, quando scrive questa lettera, è prigioniero. È incatenato ad un soldato romano. È incarcerato in quello che probabilmente era un piccolo appartamento nella città di Roma. È in isolamento. Non è in grado di muoversi liberamente. Ha perso la libertà di lavorare e di ministrare nella misura in cui una volta poteva farlo. Si trova, quindi, in grande bisogno, probabilmente vivendo appena al livello minimo di sussistenza. È afflitto dalla difficoltà dell’essere prigioniero. E nel mezzo di questo bisogno, i Filippesi, avendone sentito parlare, hanno mandato di che provvedere alle sue necessità. Questa è, senza dubbio, la parte più triste della vita di Paolo fino a questo punto: essere incatenato ad un soldato, poter raggiungere soltanto pochi amici che riuscissero a trovarlo, aspettando un processo davanti a Nerone che avrebbe potuto risultare nella sua esecuzione, tutto questo lo rendeva un tempo molto difficile. F.B. Meyer scrisse diversi anni fa: “Privato di ogni conforto, e gettato come un uomo solo sulle rive della grande e strana metropoli, con ogni movimento della sua mano che faceva tintinnare una catena, e nulla davanti a sé se non la bocca del leone o la spada”. Fine citazione.

Un tempo davvero molto provante. Il punto più basso, per così dire, quando aveva poco o nulla di ciò che questa vita considera benefici. E questi cari Filippesi, avendo sentito del suo bisogno, avevano mandato dei doni, ed egli esprime loro gratitudine. Così, l’intento primario di questi versetti è un’espressione di ringraziamento. Ma in un modo molto tipicamente paolino, e certamente tipico dell’ispirazione dello Spirito Santo, sotto la superficie dell’espressione di ringraziamento c’è la visione di un uomo contento, mentre lo Spirito di Dio va più in profondità di ciò che leggiamo inizialmente, per mostrarci qualcosa che ha un impatto profondo nelle nostre vite. Qui troviamo un uomo contento; quindi, troviamo l’esempio di contentezza di cui abbiamo così disperatamente bisogno, se vogliamo seguirlo.

Ora, ricordate, nei primi nove versetti del capitolo 4 abbiamo parlato della stabilità spirituale. E al versetto 9 Paolo presentò sé stesso come esempio di quella stabilità quando disse: “Le cose che avete imparato, ricevuto, udito e visto in me, fatele”. Lasciate che io sia il vostro esempio di stabilità spirituale. Quella era una dichiarazione diretta. Ora, in modo indiretto, mentre lo vediamo qui esprimere il suo ringraziamento, impariamo che egli è anche un esempio non soltanto di stabilità spirituale, ma di contentezza. Notate il versetto 11, lo dice lì: “Io ho imparato ad essere contento”. Attraverso le esperienze della vita, attraverso la provvidenza di Dio, egli era stato inserito in un processo che adesso era completato, ed aveva imparato ad essere contento. Che cosa straordinaria è questa da imparare. Ecco, quindi, la testimonianza di un uomo contento. E non c’è modo migliore di vedere quella contentezza che vedere come egli affronta la propria afflizione ed i doni che alcune persone gli danno. Questo gli offre l’ambiente perfetto per dimostrare la sua contentezza.

A proposito, lasciate che commenti almeno brevemente la parola “contento”. È una parola meravigliosa. Risale al termine greco che significava essere autosufficienti, essere soddisfatti, avere abbastanza. Il termine indica effettivamente una certa indipendenza, una certa assenza di necessità di assistenza o di aiuto. Infatti, veniva usato in alcuni contesti al di fuori della Scrittura per riferirsi ad una persona che si manteneva da sola, senza l’aiuto di nessuno. Paolo sta dicendo: “Io ho imparato ad essere soddisfatto, ho imparato ad essere sufficiente in me stesso, eppure non in me stesso in quanto tale, ma in me stesso in quanto Cristo dimora in me”. Era arrivato alla contentezza spirituale.

Questa particolare autosufficienza era stata resa una virtù nella cultura greca dagli Stoici. Gli Stoici credevano che questo concetto di contentezza fosse raggiunto quando si fosse arrivati al punto della totale indifferenza; quando eravate indifferenti a tutto, allora, e soltanto allora, sareste stati contenti. In altre parole, in un certo senso vi convincevate col pensiero ad assumere un atteggiamento del tipo: “non mi importa”. Uno scrittore antico, Epitteto, disse: “Cominciate con una tazza o un utensile di casa; se si rompe, dite: ‘Non mi importa’. Passate poi ad un cavallo o ad un cane domestico; se gli succede qualcosa, dite: ‘Non mi importa’. Passate poi a voi stessi, e se venite feriti o lesi in qualunque modo, dite: ‘Non mi importa’. E se continuate abbastanza a lungo, e se vi impegnate abbastanza, arriverete ad uno stato in cui potrete vedere i vostri più vicini e più cari soffrire e morire, e dire: ‘Non mi importa’”.

Ora, questa è la contentezza dell’indifferenza. Questa è la contentezza stoica che abolisce il sentimento e abolisce l’emozione. Come disse un altro scrittore: “Gli Stoici fecero del cuore un deserto e lo chiamarono pace”. Non è questo ciò di cui Paolo sta parlando. Quando parla di contentezza, potrà anche usare la stessa parola, autarkēs, che usavano gli Stoici, ma intende qualcosa di molto diverso. Non intende una noncuranza senza passione. Non intende indifferenza, perché egli era profondamente compassionevole, gli importava moltissimo. E tuttavia era contento. Quindi porta l’idea della contentezza molto più avanti di quanto fosse stata portata persino nella cultura greca, dove la parola aveva trovato il suo significato. Paolo era contento.

Notate di nuovo al versetto 12, egli dice, a metà del versetto: “Ho imparato il segreto”. Questo è un verbo affascinante; è un verbo usato per parlare dell’essere iniziati nelle religioni misteriche, dell’essere iniziati nei culti pagani che custodivano certi segreti che solo gli iniziati potevano conoscere. Paolo prende in prestito quella parola e dice: “Io sono stato iniziato ai segreti della contentezza, ho imparato il segreto di vivere una vita nella contentezza”. Davvero, la pace di Dio, al versetto 7, era la sua porzione. Davvero, il Dio della pace, al versetto 9, era la sua porzione. Davvero, egli stava sperimentando il versetto 6: non era ansioso di nulla. Era contento, era soddisfatto, era adeguato, aveva abbastanza, era sufficiente.

Che dichiarazione meravigliosa, “Sono contento”. Perché, Paolo? “Ho imparato il segreto”. Voi dite: “Paolo, ci faresti un favore?” “Certo, quale?” “Condividi il segreto”. Qual è il segreto della contentezza? Questo è ciò che impareremo in questi versetti. Impareremo il segreto della contentezza; egli lo condivide qui. Viene direttamente dal suo cuore. Ed io sono così entusiasta di ciò che Dio mi sta insegnando in questo brano, e so che lo sarete anche voi mentre comincerete a vederlo dispiegarsi. Amati, viviamo in una società molto scontenta. Questa società è così scontenta che è malata di scontentezza. Siamo più scontenti di società che sono private di molte cose. Ci sono delle ragioni per questo. E ne discuteremo alcune questa mattina. Abbiamo bisogno di imparare come essere contenti.

Chiedetevi: “Posso dire: in qualunque stato io mi trovi, sono contento?” Posso dire di essere contento a prescindere da quali siano le circostanze? Che sono perfettamente in pace, soddisfatto, che ho abbastanza? Se non potete dire questo, allora non avete ubbidito al comandamento di Dio di essere contenti. Voi dite: “Ma come?” Lasciate che vi dia i fili, se vogliamo, nel tessuto della contentezza.

Filo numero uno: fiducia nella provvidenza di Dio, fiducia nella provvidenza di Dio. Guardate il versetto 10: “Or io mi sono grandemente rallegrato nel Signore, perché finalmente avete fatto rivivere la vostra cura per me; in realtà vi prendevate cura di me, ma vi mancava l’opportunità”. Lasciate che vi dia un po’ di contesto. Sono passati dieci anni da quando l’ultimo dono dei Filippesi gli era stato mandato; dieci anni da quando era arrivato a Filippi; dieci anni da quando aveva predicato il vangelo lì; dieci anni da quando era stato gettato in prigione; dieci anni da quando il terremoto aveva liberato tutti i prigionieri; dieci anni da quando il carceriere di Filippi si era convertito a Cristo, lui e tutta la sua casa; dieci anni da quando Paolo si era spostato da lì a Tessalonica e i Filippesi gli avevano dato qualche sostegno; dieci anni da quando aveva lasciato la Macedonia per l’Acaia, le città di Atene e Corinto, e i Filippesi gli avevano mandato un altro dono dopo che era partito. Dieci anni dall’ultima espressione del loro amore. Egli era il fondatore della loro chiesa, c’era un legame d’amore tra loro, ma per dieci anni non c’era stato alcun sostegno.

Per Paolo andava bene così. Lo capiva. E dice: io so che non era perché non vi importasse, ma perché vi mancava che cosa? L’opportunità, alla fine del versetto. Semplicemente non avevate l’opportunità. La parola è kairos, significa la stagione. Non avete mai avuto un tempo, un’opportunità, non un tempo cronologico. Non avete mai avuto quel momento in cui la cosa potesse accadere. Non sappiamo perché questo fosse vero. Non sappiamo perché non l’avessero fatto. Non sappiamo se fosse per la loro povertà, o se fosse per il fatto che non sapevano quali fossero i bisogni di Paolo, o non riuscivano a localizzare Paolo. Ma per qualche ragione non gli avevano mandato alcun sostegno per quasi dieci anni, e lui dice semplicemente loro: beh, non avete avuto l’opportunità di farlo. Non ve lo rinfaccio. Non vi rimprovero per questo. Capisco. Non avevate opportunità per questo fino a poco tempo fa. E dice: “Ma mi sono rallegrato”, quando? Beh, quando Epafrodito arrivò dopo dieci anni con un dono da parte dei Filippesi, quello fu un momento felice, “Mi sono grandemente rallegrato nel Signore”, dice. La sua gioia fu grande mentre arrivava questa espressione d’amore: “che ora finalmente, dopo tutta questa lunga attesa”, è implicito in quel finalmente, “avete fatto rivivere la vostra cura per me”. È una parola bellissima, quella parola “rivivere”; è un termine orticolo che significa rifiorire. Il vostro amore è rifiorito. Il vostro amore è sbocciato di nuovo. È sempre stato lì, ma semplicemente non aveva avuto l’opportunità di sbocciare, perché le fioriture sono stagionali e voi non avevate avuto la stagione. Oh, dice al versetto 10: “Vi prendevate cura di me”, e l’implicazione è: da sempre. So che vi prendevate cura di me, non voglio che mi fraintendiate, so che vi prendevate cura di me. Ma semplicemente non avete mai avuto l’opportunità.

Voi dite: “Qual è il punto?” Il punto è questo: l’apostolo Paolo aveva una fiducia paziente nella sovrana provvidenza di Dio. Lo vedete in tutta la sua vita. Egli poteva farne a meno e, aspettando il Signore, rimase contento. Sapeva che tutto era nelle mani di Dio, e che se Dio avesse dato la stagione appropriata, il tempo appropriato, l’opportunità appropriata, allora quelle cose che dovevano essere espresse sarebbero state espresse. Non c’era panico nel suo cuore; non c’era bisogno di manipolare le persone. Non c’era bisogno di fare pressione, per così dire, per ottenere da qualcuno ciò che pensava di volere o di avere bisogno. Era certo che Dio, a tempo debito, avrebbe ordinato le circostanze in modo che il suo bisogno fosse soddisfatto. Sapeva che non c’era nulla di realmente negativo tra lui e i Filippesi, e quindi non sentiva alcuna responsabilità di risolvere un conflitto. Aspettò semplicemente con pazienza finché il Signore lo fece accadere.

Amati, vorrei semplicemente prendere questo piccolo versetto e in qualche modo lanciarlo dentro questo concetto della provvidenza, e dire: guardate, la ragione per cui quest’uomo era contento era perché sapeva che i tempi, e le stagioni, e le opportunità della vita erano controllati da un Dio sovrano.

E finché non imparate questo, non sarete mai contenti; finché non arrivate al punto nella vostra vita in cui comprendete che Dio è sovrano e sta ordinando ogni cosa per i Suoi santi propositi, e sta operando tutte le cose secondo il consiglio della Sua propria volontà, e sta facendo sì che tutte le cose cooperino al bene. Finché non comprendete questo, sarete sempre scontenti, perché vi assumerete la responsabilità di organizzare e ordinare la vostra propria vita, e vi frustrerete se non riuscite a controllare ogni cosa.

Paolo ha una contentezza straordinaria. Ed essa si fondava sull’idea che non era mai stata data un’opportunità. In altre parole, Dio non l’aveva mai resa provvidenzialmente possibile. C’è una calma quieta in quel tipo di fede. Se credo che Dio è sovrano, ed Egli lo è, se credo che Dio ordina tutte le circostanze per compiere il Suo proprio santo proposito, allora posso essere contento in qualunque cosa, perché tutto è sotto controllo. La scontentezza arriva quando vogliamo controllare tutto. Di solito questo è il risultato diretto di un fallimento nel comprendere che tutto è già sotto controllo, e che qualcuno migliore di voi lo sta governando. Dio. Vedete, Paolo era pienamente fiducioso che Dio fosse al comando e che avrebbe ordinato gli eventi per soddisfare i suoi bisogni.

Provvidenza, la chiamiamo. Lasciate che vi spieghi che cos’è. Provvidenza è un termine che indica che Dio provvede, è collegato al termine provvedere. Che Dio provvede, ma in realtà significa più di questo. Significa che Egli orchestra ogni cosa per compiere il Suo proposito. Ora, lasciate che vi mostri che cosa significa per contrasto. Ci sono due modi in cui Dio può agire nel mondo. Uno è per miracolo, l’altro è per provvidenza. Va bene? Se Dio vuole fare qualcosa, diciamo, nella società umana, cosa che, naturalmente, Egli fa in ogni momento, ha due possibilità per farlo. Una è il miracolo. Che cos’è un miracolo? Ecco, avete il flusso naturale della vita, il corso naturale delle cose. Dio semplicemente mette un muro da entrambe le parti, ferma il flusso, e inserisce un miracolo. Non ha una spiegazione naturale. Non ha nulla a che vedere con ciò che è normale. Risuscita qualcuno dai morti. Guarisce qualcuno. Dio può intervenire nella storia, fermare il flusso della storia normale, fare un miracolo. E poi rimettere il flusso in movimento, proprio come fermare il Mar Rosso finché il Suo popolo potesse attraversarlo. Egli ferma il corso naturale delle cose, inserisce ciò che è soprannaturale, e poi lascia che il flusso riprenda. Questo è un miracolo: un’invasione del naturale che fa cessare il naturale e lo fa invadere dal soprannaturale.

La provvidenza, in secondo luogo, il modo in cui Dio agisce, è prendere tutti i diversi elementi del normale e orchestrarli per compiere il Suo proprio proposito. Ora, quale vi sembrerebbe il più difficile? Personalmente, credo che la provvidenza sia un miracolo più grande di un miracolo. Dev’essere facile per Dio dire semplicemente: “Fermo lì, voglio fare questo”, e farlo. Molto più facile che dire: “Vediamo, ho cinquanta miliardi di circostanze che devo orchestrare per compiere questa singola cosa”. Questa è la provvidenza. Ma quando arrivate a comprendere che un Dio sovrano non è soltanto sovrano mediante l’intervento soprannaturale, ma è sovrano mediante l’orchestrazione naturale, avete fiducia e avete contentezza. La persona contenta è la persona che sa che Dio sta ordinando ogni cosa per il Suo proprio santo proposito. Siete contenti.

Paolo non è frustrato. Dice: semplicemente non avete avuto un’opportunità, il che significa che Dio non l’ha mai fatta accadere. E se Dio non l’ha fatta accadere, non è accaduta. Se Dio avesse voluto che accadesse, sarebbe accaduta. Non è fatalismo. È fiducia nella provvidenza. Leggete la storia di Giuseppe. Una delle grandi storie dell’orchestrazione provvidenziale di Dio delle circostanze per realizzare il Suo proprio proposito. Leggete la storia di Ester, un’altra prova della provvidenza di Dio. Leggete la storia di Rut, un’altra prova della provvidenza di Dio. E la Scrittura è piena di illustrazioni di questo genere.

Paolo era pienamente fiducioso che Dio fosse al comando. E finché Dio era al comando, e Dio stava ordinando ogni cosa per i Suoi propri propositi, tutto sarebbe andato bene. Quindi era contento. Amati, lasciate che ve lo dica: è qui che comincia la contentezza. Non conoscerete mai un cuore contento finché non crederete che un Dio sovrano sta ordinando ogni cosa per il vostro bene e per la Sua gloria. E una volta che arrivate a questa conclusione, ed essa trova la sua strada nel modo in cui vivete, sperimenterete la contentezza; non prima. Finché sentite che le cose sono fuori controllo e che dovete afferrarle e farle accadere, avete un problema, perché vi frustrerete nel processo.

Voi lavorate quanto più duramente potete, e siete contenti che Dio sia in controllo dei risultati. Questa è contentezza. Paolo ce l’aveva. Si manifesta ripetutamente. Egli sapeva che il Dio che amava stava ordinando tutti gli eventi della vita. E quella verità appena appena fa capolino nel versetto 10. Ma è fondamentale per la contentezza. Ogni volta che vedo una persona scontenta, la mia prima reazione è darle una lezione sulla sovranità di Dio. Non cercare di rattoppare la sua scontentezza con qualche tipo di consiglio, ma parlare del Dio nel quale evidentemente non confida, o che non conosce, il quale ordina ogni cosa secondo il Suo proprio piano. Ed è per questo che tutte le cose cooperano al bene di coloro che amano Dio e sono chiamati secondo il Suo proposito, perché Egli è al comando.

Lasciate che vi dia un secondo principio, un secondo filo nel tessuto della contentezza. Paolo era contento, numero uno, per la fiducia nella provvidenza di Dio; numero due, per la capacità di accontentarsi di poco, per la capacità di accontentarsi di poco. Guardate il versetto 11. Questo è una specie di rapida precisazione dopo il versetto 10. Dice: “Non lo dico perché mi trovi nel bisogno”, in altre parole: “Oh, mi sono rallegrato quando è arrivato il vostro dono, mi sono rallegrato così tanto quando è arrivato”, non perché ne avessi bisogno, “non perché io stia parlando a motivo del mio proprio bisogno. Perché io ho imparato ad essere contento nello stato in cui mi trovo”.

Bene, che cosa ci sta dicendo questo? Ci sta dicendo che egli era soddisfatto di poco. Aveva appena il necessario per vivere. Il suo bisogno era profondo e grande, ma non riconosceva alcuna scontentezza. Era così in pace con la provvidenza di un Dio sovrano che era contento. Era così soddisfatto con pochissimo che non importava che fosse prigioniero, nel senso che ciò gli portasse via la contentezza; non lo faceva. Non importava che fosse incatenato ad un soldato romano, che mangiasse appena il necessario per sopravvivere, che stesse in un luogo grandemente privo di comfort. Questo non toccava davvero la sua contentezza; era soddisfatto di poco.

Ora, amati, voglio che sappiate che questo colpisce duramente proprio questa cultura particolare in cui viviamo. Viviamo in una cultura che non è contenta, punto, né con poco né con molto. E la mia teoria è che più le persone hanno, più sono scontente. Voglio dire, se volete, di solito, se volete incontrare una persona miserabile, infelice, disgraziata, trovate un uomo ricco da qualche parte. L’atteggiamento delle persone oggi è che i loro bisogni non possono mai essere soddisfatti. Le persone sono spinte al soddisfacimento dei bisogni, ed è una passione divorante, e non arrivano mai a vedere i loro bisogni soddisfatti. L’atteggiamento delle persone oggi è tutto fuorché soddisfazione con poco.

Abbiamo sviluppato il bisogno, credo, forse come il valore numero uno nel sistema americano. Ora, potrei parlare molto di questo, ma ne parlerò soltanto un po’, giusto per darvi una cornice di pensiero. Stiamo sviluppando un concetto della vita che dice: “l’intera vita è un processo mediante il quale l’uomo soddisfa i suoi bisogni”. Da dove viene questo? Freud, Maslow, altri psichiatri. Viene dall’umanesimo. Dal momento che non c’è Dio e l’uomo è supremo, lo scopo dell’esistenza non è soddisfare Dio, ma soddisfare chi? L’uomo. E così, quando partite da una premessa umanistica secondo cui l’uomo è supremo, e l’uomo deve essere realizzato, e l’intera vita consiste nel soddisfare i bisogni dell’uomo, allora avete messo l’uomo su un percorso impossibile. Ora passerà tutta la sua vita cercando di soddisfare i suoi bisogni. Questo andrebbe bene, se non fosse per un fatto: dove scopre quali sono i suoi bisogni? Perché è ovvio che non si è fermato al cibo ed al vestiario. Chi, adesso, sta definendo i suoi bisogni? La cultura. La cultura adesso sta definendo i suoi bisogni. Questo è così diverso da Paolo. Paolo era soddisfatto con così poco: cibo e vestiario, un posto dove dormire. Ed è esattamente ciò che la Bibbia diceva, vi ho letto quei brani: “Siate contenti del vostro salario, siate contenti con cibo e vestiario, la pietà con la contentezza è grande guadagno, e rendetevi conto che Colui che possiede tutte le risorse non vi lascerà e non vi abbandonerà mai”, quindi siate contenti con le necessità essenziali della vita.

Paolo era lì, quindi era contento, perché era così soddisfatto di poco. Quando dice: “Non lo dico perché mi trovi nel bisogno”, ciò che intende è: “In realtà non ho alcun bisogno che non sia soddisfatto”. Forse non sono soddisfatti pienamente come vorrei che fossero soddisfatti, ma sono soddisfatti. Egli è così sensibile a questo che per me è straordinario. Quando scrisse 1 Corinzi, al capitolo 9 dice ai Corinzi: “Guardate”, dice, “io ho il diritto di vivere del vangelo perché predico il vangelo”, il che significa guadagnarmi da vivere con la predicazione, dovrei essere sostenuto dalle chiese. Parla dei soldati che vengono sostenuti quando combattono le guerre, e perché i predicatori non dovrebbero essere sostenuti quando predicano messaggi, e dice: io ne ho il diritto. Ma dice: “Guardate, io non prenderò nulla da voi, perché non voglio farvi pagare ciò che faccio”. Quindi dice: lavoro con le mie proprie mani, non voglio farvi pagare il vangelo; non voglio offuscare il vostro pensiero riguardo ai miei motivi, quindi lavoro.

Ai Tessalonicesi dice, capitolo 2, versetto 9: “Voi ricordate, fratelli, la nostra fatica e il nostro travaglio, come lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi vi abbiamo predicato il vangelo di Dio”. Ecco il predicatore che viene a predicare ai Tessalonicesi e, per non farsi sostenere da loro, lavora notte e giorno. E quando ricevette un’offerta, per mostrarvi la sua mentalità, quando ricevette un’offerta, nel capitolo 11 di 2 Corinzi vi fa riferimento, versetti 8 e 9, dice: “Ho spogliato altre chiese, ricevendo da loro un salario per servire voi”. Quando altre chiese lo sostenevano, lo vedeva come una spoliazione. Non è strano? Non gli piaceva davvero farlo. Dice: “Quando ero presente tra voi ed ero nel bisogno, non fui di peso ad alcuno; perché i fratelli venuti dalla Macedonia supplirono pienamente al mio bisogno, e in ogni cosa mi sono guardato dall’esservi di peso e continuerò a farlo”, dice ai Corinzi. Non voglio mai essere un peso, sono contento con pochissimo. Alcuni altri cari amici sono venuti e hanno provveduto ai miei bisogni così che voi non doveste farlo, e mi sento come se li avessi spogliati. Ragazzi, sarebbe stato un pessimo telepredicatore. Voglio dire, quest’uomo è davvero esitante nel chiedere denaro, sostegno. Perché? Perché era così fiducioso nella cura provvidenziale di Dio. Era così fiducioso che Dio avrebbe soddisfatto i suoi bisogni, e perché non voleva che le persone fraintendessero i suoi motivi, e perché era così soddisfatto di poco. Era contento.

“Io ho imparato”, enfatico, “io ho imparato”, indica il fatto che questa lezione è acquisita, gente, questa l’ho capita fino in fondo, “ad essere contento, ad essere soddisfatto, ad essere autosufficiente in Cristo in qualunque circostanza io mi trovi”. La parola “contento”, tra l’altro, è la stessa parola che in 2 Corinzi 9:8 viene tradotta sufficienza. Sono sufficiente, sono completo in me stesso, non ho bisogni che non siano soddisfatti. Non sta negando la difficoltà. Non sta negando circostanze dure. È semplicemente contento nella cura provvidenziale di Dio ed è soddisfatto con molto, molto poco.

Quanto è diverso questo da oggi. Quanto è diverso. Le persone oggi che predicano il vangelo pensano che questo dia loro in qualche modo il diritto di vivere uno stile di vita che è ben oltre la vita degli altri. Quanto è diverso da quelli oggi che si concentrano incessantemente sui loro bisogni. Paolo dice: “Bisogni? Io non ho alcun bisogno, non ho alcun desiderio insoddisfatto”. Qualcuno potrebbe dire: “Paolo, devi entrare in contatto con i tuoi bisogni, amico. Tu non sai nemmeno quali siano i tuoi bisogni. Oh, sei messo male, non lo sai?” “No, pensavo di essere messo piuttosto bene, in realtà. Ho un po’ di cibo, e un po’ da bere, e un posto dove coricarmi, e una coperta calda”. Vedete, la cultura in cui viviamo è semplicemente spinta dal bisogno perché la definizione dell’uomo è: l’uomo è supremo, quindi la soddisfazione dell’uomo è lo scopo ultimo della vita, quindi l’uomo deve soddisfare tutti i suoi bisogni. Ora, ciò che è davvero strano in tutto questo è il modo in cui l’uomo definisce i suoi bisogni. È uscito un libro intitolato “Il bisogno, la nuova religione”. L’ho letto l’altra sera, scritto da Tony Walter. Egli sostiene come punto principale che la differenza chiave tra cristianesimo e umanesimo sorge con la domanda se gli esseri umani siano soli nell’universo, “Nel cristianesimo non lo siamo. Guardiamo oltre noi stessi al Creatore. L’umanesimo afferma che siamo soli nell’universo e restringe grossolanamente i nostri orizzonti e la nostra esperienza concentrandosi sugli esseri umani e sui loro bisogni”. Fine citazione. Questa è la nuova religione: soddisfare bisogni.

Infatti, lo vedete alla televisione. L’intera idea della televisione, in un colpo solo, è produrre in voi scontentezza. Va bene? Questa è l’intera idea. Non so se ve ne rendiate conto; capite di cosa tratta davvero la televisione? Capite che lo scopo della televisione è rendervi scontenti, così che pensiate di avere bisogno di qualcosa che non avete? Lo capite? Sapete che lo scopo della televisione non è mettere in onda programmi? Lo scopo della televisione è farvi comprare cose, così che la questione principale in televisione siano gli spot pubblicitari, e i programmi servano soltanto a portarvi lì perché possiate vedere gli spot. E se il programma non vi porta lì a vedere lo spot, il programma viene tolto dal palinsesto, perché l’intera idea è fare appello alla vostra scontentezza, creare un bisogno che non sapevate di avere, e spingervi, mediante quel bisogno, a comprare qualcosa. Il programma è accessorio. Lo spot pubblicitario è il pezzo forte.

Ora, ciò che rende questo così insidioso è questo: non vedrete mai uno spot pubblicitario in televisione che vi dica di andare al negozio e comprare cibo perché ne avete bisogno. Questo lo sapete. Non vedrete mai uno spot pubblicitario in televisione che vi implori di bere acqua, di dormire, di procurarvi qualcosa di caldo quando fa freddo. Questo lo sapete. E gli uomini troveranno sempre le loro necessità fondamentali. Lo hanno fatto in ogni generazione prima di questa. Ora, abbiamo un approccio completamente nuovo.

Mi ricordo, quando ero bambino, di aver sentito mio padre predicare molte volte sul fatto che il problema di tanti cristiani è che non sono contenti che i loro bisogni siano soddisfatti. Stanno cercando di soddisfare i loro desideri. Avete mai sentito una cosa del genere? Certo. Dovete essere contenti che i vostri bisogni siano soddisfatti e non i vostri desideri, perché mi ricordo che diceva: “I nostri desideri superano sempre i nostri bisogni”. Sapete che questo è stato capovolto? Sapete che adesso viviamo in una società in cui i nostri bisogni superano i nostri desideri? Voi dite: “Che cosa mai vuoi dire con questo?” Seguite questo tipo di ragionamento. La televisione non fa appello a noi sulla base del: “non vi piacerebbe avere questo?” Fa appello a noi sulla base del: “voi avete bisogno di questo”. Così, ora ciò che sto scoprendo è che ho bisogno di cose che nemmeno voglio. Lo avete notato? Non le volevo in passato, non le voglio adesso, ma ne ho bisogno. È tutta un’altra partita. Non posso dire in un sermone: “Non potete permettere che i vostri desideri superino i vostri bisogni”. Questo non è più vero.

Tutto è un bisogno. Sapete che c’erano milioni di donne che non volevano essere liberate, e poi hanno scoperto di aver bisogno di essere liberate? Lo sapevate? Sapete che c’erano milioni di giovani che non volevano vivere nella liberazione sessuale, finché non hanno scoperto che avevano bisogno di vivere nella liberazione sessuale, altrimenti avrebbero ferito i loro ego repressi? Vedete, l’intera cosa è pervertita. Una volta che avete una base umanistica e dite che lo scopo della vita dell’uomo è soddisfare i suoi bisogni, date al diavolo tutto ciò di cui ha bisogno per muoversi, e poi lui semplicemente ridefinisce quali siano tutti i vostri bisogni. Gli omosessuali hanno bisogno di essere liberi di vivere come omosessuali. I giovani hanno bisogno di avere incontri sessuali senza fine per liberare i loro ego repressi. Le donne hanno bisogno di ribellarsi alla repressione dei loro mariti e hanno bisogno delle loro proprie carriere. Le donne non vogliono figli, hanno bisogno di figli. E i vostri figli non vogliono certe cose, hanno bisogno di esprimere se stessi. Hanno bisogno di essere liberati dal vincolo della repressione dei genitori.

Vedete, allora la società comincia a definire ogni cosa come un bisogno. Quindi, dove si ferma? Perché la premessa è che noi soddisferemo i bisogni, perché è per questo che siamo qui: per soddisfare tutti i nostri bisogni. E che cosa fa il cristianesimo? Stupidamente, ciecamente, ignorantemente inciampa nella stessa cosa e dice: “Oh, oh, quindi questa è la teologia”. E se ne esce con salute, ricchezza e prosperità e dice: “Bene, dal momento che tutti abbiamo bisogno di essere ricchi e tutti abbiamo bisogno di avere successo e tutti abbiamo bisogno di essere liberati e tutti, allora dev’essere questo il vangelo, quindi inseguiremo quello”. Quindi, che cosa ne ricavate? Una cultura del tutto scontenta e una chiesa del tutto scontenta. L’intera idea di questa cosa è produrre scontentezza. È davvero tragico.

Ma, vedete, Paolo sapeva questo. Paolo sapeva che il fine principale dell’uomo non era soddisfare i suoi bisogni, ma che il fine principale dell’uomo era adorare Dio e goderLo. Paolo sapeva che la questione non era il soddisfacimento del bisogno umano, ma vivere alla gloria del Dio che lo aveva creato. E così, era contento con pochissimo di queste cose terrene, soltanto ciò di cui aveva davvero bisogno. E questo era abbastanza per soddisfarlo.

Gente, non è facile tirarci fuori da tutto questo, non è affatto facile. Ma il peggio arriva quando cominciate a ridefinire il vangelo, e fate di Dio un grande genio che soddisfa i bisogni. Sapete, strofinate la vostra lampada, e Lui salterà fuori e vi darà tutto ciò di cui avete bisogno, confessione positiva, qualunque cosa. Lo vedete nella psicologia di oggi; tutti corrono a parlare con il consulente perché: “Ho questi bisogni che non vengono soddisfatti nel mio matrimonio”. Che cosa? Tuo marito non ti dà da mangiare? Non fa caldo in casa tua? “Oh no, ho bisogno di esprimermi e tutti questi bisogni”. Non sapevo nemmeno di aver bisogno dei gufi reali finché non è arrivato il Sierra Club, ora ho bisogno dei gufi reali. Ho anche bisogno di spazio verde; non sapevo di aver bisogno di spazio verde. Molte persone a New York non sanno nemmeno che aspetto abbia lo spazio verde, ma ne hanno bisogno. Bisogna preservare lo spazio verde, io ne ho bisogno. Non so, chi mi sta dicendo di che cosa ho bisogno? Tutto ad un tratto questa cultura sta traducendo tutto ciò che vuole in un bisogno per definizione, e poi dice all’uomo: devi soddisfare questo bisogno, altrimenti non hai realizzato la tua vita. Togliti dalla mia strada. Sto andando dietro ai miei bisogni.

Come farete mai, in mezzo a tutto questo, a portare i cristiani a dire: “Non mi importa davvero se ho poco, non mi importa se ho molto, sono perfettamente felice, tutto ciò di cui ho bisogno è Dio”? Ora, questo l’abbiamo perso. Abbiamo perso quella soddisfazione con poco che Paolo conosceva. Vi dico, gente, non conoscerete mai vera contentezza nel vostro cuore finché non avrete una totale fiducia, una totale fiducia nella provvidenza di Dio, che sta ordinando ogni circostanza della vita per la Sua gloria, e non avete bisogno di manipolare, e non avete bisogno di perdere la testa cercando di controllare tutto. E, in secondo luogo, non conoscerete mai la contentezza finché non sarete soddisfatti di poco, perché la vostra soddisfazione non dipende da ciò che il mondo definisce come ciò di cui avete bisogno.

Lasciate che vi dia un terzo filo, proprio in chiusura. Un terzo filo nel tessuto della contentezza lo chiameremo indipendenza dalle circostanze, indipendenza dalle circostanze. Ora, egli vi aveva già alluso al versetto 11 quando ha detto: “In qualunque circostanza io mi trovi, ho imparato ad essere contento”. Ora vuole ampliare questo al versetto 12, quindi dice: “So vivere anche umilmente, e so anche vivere nell’abbondanza, in ogni circostanza”. Questa è l’idea chiave, “Ho imparato il segreto sia dell’essere sazio che dell’aver fame, sia dell’avere abbondanza che del soffrire il bisogno, o la mancanza”.

Quindi, che cosa sta dicendo qui? Sta dicendo: guardate, il terzo elemento che vedete uscire dal suo cuore qui, in questa contentezza, è che egli era indipendente dalle circostanze. Dice “in qualunque circostanza”, al versetto 11, e poi al versetto 12, “in ogni circostanza, io sono lo stesso. Io sono lo stesso”. È la parte della contentezza che è del tutto indifferente e indipendente da tutte le circostanze. Amati, lasciate che ve lo dica, la cosa che più frequentemente ruba la nostra contentezza sono le cattive circostanze. Giusto? E crolliamo, e perdiamo la nostra contentezza nel senso di sufficienza, soddisfazione e pace, perché diventiamo vittime delle circostanze.

Che cosa dice Paolo? “Io so come”. Lo dice due volte in questo versetto: “Io so come”, e poco dopo: “so anche come”. Io so come, l’ho imparato. Dice: “Ho il segreto, gente, lo sto vivendo qui, io so come”. Che cosa sai fare, Paolo? “Io so come, primo, vivere umilmente”. Che cosa intendi con questo, Paolo? “Intendo dire, sto parlando di cose fisiche”. Qui sta parlando di cibo, vestiario, necessità quotidiane. So come vivere umilmente; la povertà è ciò che ha in mente. So come essere povero. So come avere molto, molto poco del sostentamento quotidiano. E questo è molto, molto basilare, soltanto i bisogni fondamentali della vita. Poi dice: “Inoltre, so anche vivere nell’abbondanza”, o traboccare, perisseuō, abbondare, essere riempito. E sta parlando di nuovo di beni terreni e di provviste terrene.

“Ehi, posso andare avanti nella povertà; posso andare avanti nella prosperità. In ogni circostanza ho imparato il segreto”. E poi prosegue. Quale segreto? “Il segreto dell’essere sazio”. Bene, questa è una parola interessante, chortazō, veniva usata per nutrire gli animali con il foraggio. È usata per nutrire e ingrassare gli animali. Ehi, so che cosa vuol dire avere un grande pasto. So che cosa vuol dire mangiare bene. So che cosa vuol dire mangiare sontuosamente. So che cosa vuol dire essere ben nutrito. E so anche che cosa vuol dire, che cosa? Avere fame. Ebbe tempi di grande privazione. Ebbe tempi in cui non aveva abbastanza cibo da mangiare. Lo sapeva. Lo sperimentò. E poi chiude il versetto 12 dicendo: “E so che cosa vuol dire avere abbondanza, e so che cosa vuol dire soffrire la mancanza. Ma il punto è: in ogni cosa sono contento perché vivo indipendente dalle circostanze”.

Wow. Non fu mai vittima delle circostanze. Aveva una fede tale nelle promesse di Dio. Sapeva ciò che Gesù aveva detto, “Forse adesso dovrete piangere”, ricordate questo in Luca 6:21, “ma riderete più tardi. Forse adesso dovrete avere fame, ma sarete saziati più tardi”. Il suo sguardo era nella direzione giusta, stava guardando alla gloria futura. Non lasciò mai che le circostanze di questa vita lo devastassero. Aveva sofferto grandemente nel fisico, grandemente. E tra l’altro, è il peggior esempio immaginabile per sostenere il vangelo della prosperità. Il peggiore. Non ho mai sentito nessuno che lo sostiene predicare su Paolo. Non potreste farlo. Voglio dire, ebbe una vita miserabile. Voglio dire, se cercaste di vendere il cristianesimo sulla base dell’esperienza di Paolo, non trovereste molti acquirenti. Voglio dire, va più o meno così, Atti 14:19: i Giudei vennero da Antiochia e da Iconio e, dopo aver persuaso le folle, lapidarono Paolo e lo trascinarono fuori dalla città, supponendo che fosse morto. Ora, qualcuno oggi direbbe: “Beh, non li ha legati”, sapete. Il capitolo 16, il capitolo 16 di Atti parla di Paolo e Sila; li afferrarono, al versetto 19, li trascinarono nella piazza, li portarono davanti ai magistrati, versetto 22, la folla insorse insieme contro di loro, i magistrati strapparono loro le vesti e ordinarono che fossero battuti con le verghe. Dopo aver inflitto loro molti colpi, li gettarono in prigione, comandando al carceriere di custodirli con sicurezza. Ed egli, ricevuto un tale ordine, li gettò nella prigione interna e fissò i loro piedi ai ceppi. Capitolo 17 versetto 13: “Quando i Giudei di Tessalonica seppero che la parola di Dio era stata proclamata da Paolo anche a Berea, vennero anche là, agitando e turbando le folle”. Capitolo 18 versetto 12: “Mentre Gallione era proconsole dell’Acaia, i Giudei insorsero di comune accordo contro Paolo e lo portarono davanti al tribunale”. Capitolo 20 versetto 3, ecco come va tutta la storia: “E là trascorse tre mesi in Grecia, quando fu ordita una congiura contro di lui da parte dei Giudei”. Questa è una congiura per ucciderlo, “Stava per imbarcarsi per la Siria, ma decise di ritornare attraverso la Macedonia”.

Una cosa dopo l’altra. Alla fine, nella sequenza del libro degli Atti, va a Gerusalemme. Lo prendono nel tempio. Lo afferrano e lo sbattono in prigione. E finisce in prigione a Cesarea per un periodo prolungato di tempo. Lo mandano fino a Roma. Finisce in prigione a Roma. Quest’uomo ebbe una vita molto, molto difficile. Fu privato molte, molte volte. Soffrì la mancanza molte, molte volte. In 2 Corinzi capitolo 4, al versetto 11, dice: “Noi che viviamo siamo continuamente esposti alla morte per amore di Gesù”. Visse sull’orlo della morte tutto il tempo. E poi, al capitolo 6, facendo una sorta di cronaca della sua vita, 2 Corinzi capitolo 6, dice al versetto 4: “In molta perseveranza, nelle afflizioni, nelle necessità, nelle distrette, nelle percosse, nelle prigionie, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni”, questa era la sua vita. E poi, al capitolo 11 di 2 Corinzi, conoscete quel resoconto, dice: “Guardate, in fatiche molto più abbondanti, in prigionie molto più spesso, in percosse oltre misura, spesso in pericolo di morte; cinque volte ho ricevuto dai Giudei i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe; una volta sono stato lapidato; tre volte ho fatto naufragio; ho passato una notte e un giorno in mare aperto; sono stato spesso in viaggi, in pericoli di fiumi, in pericoli di ladroni, in pericoli da parte dei miei connazionali, in pericoli da parte dei Gentili, in pericoli in città, in pericoli nel deserto, in pericoli sul mare, in pericoli tra falsi fratelli. Sono stato nella fatica e nel travaglio, in molte veglie, nella fame e nella sete, spesso senza cibo, nel freddo e nell’esposizione, e poi grava su di me la pressione quotidiana della preoccupazione per tutte le chiese”.

Quest’uomo non visse una vita da sogno. Quest’uomo visse un incubo. Quest’uomo sapeva cosa volesse dire trovarsi in circostanze difficili, ma viveva al di sopra di esse. E questo è essenziale alla contentezza. Come potete vivere al di sopra di esse? Perché guardate e ponete i vostri affetti sulle cose di lassù e non sulle cose della terra, perché considerate tutta una gioia il privilegio di soffrire per amore di Cristo.

In altre parole, avete una visione celeste, avete una prospettiva eterna. Guardate alla vostra ricompensa eterna. Egli riassunse tutto quando disse: “Questa leggera afflizione non è degna di essere”, che cosa? “Paragonata alla gloria che deve venire”. Io vivo alla luce della gloria che deve venire, non alla luce del dolore di qui. Ecco un uomo contento. Perché? Perché era fiducioso nella sovrana provvidenza di Dio, era soddisfatto con molto poco, e non aderì ai valori della sua cultura centrati sui bisogni, ed era indipendente dalle circostanze perché i suoi affetti erano su un altro regno. Bene, preghiamo.

Padre, Ti ringraziamo così tanto per averci ricordato questa mattina il bisogno di essere contenti in qualunque condizione ci troviamo. Aiutaci, o Dio, a confidare nella Tua sovrana provvidenza. Aiutaci ad essere soddisfatti di poco. Aiutaci ad elevarci al di sopra delle circostanze, a vivere, per così dire, nei luoghi celesti. Signore, rendici contenti, ministraci con il Tuo Spirito per concederci contentezza per amore del Salvatore. Amen.

FINE

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