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Questa sera stiamo esaminando Daniele capitolo 6. Che avventura meravigliosa ed emozionante è percorrere questo capitolo. Quando affronto questi capitoli narrativi, spesso sono combattuto all’idea di suddividerli e trattarli nell’arco di più incontri; eppure, la storia, considerata nel suo insieme, è così meravigliosa che mi sento quasi costretto ad affrontarla tutta. E così, in un certo senso, attraversiamo di corsa queste grandi sezioni narrative del libro di Daniele. Questa è l’ultima. Il sesto capitolo conclude la parte narrativa e storica, e dal capitolo 7 in poi entreremo in verità profetiche profonde ed entusiasmanti. Cominceremo a occuparcene a partire da domenica prossima.

Stiamo esaminando Daniele capitolo 6, il celebre capitolo in cui troviamo Daniele dentro e fuori dalla fossa dei leoni. A mo’ d’introduzione, permettetemi di fare un paio di osservazioni su ciò che impareremo dal testo. Le nazioni nascono, vivono e muoiono. Sorgono e cadono con grande regolarità. Anzi, più studiate la storia, più restate colpiti dal fatto che le nazioni scompaiono rapidamente dalla scena. Ripensiamo agli imperi degli Ittiti, degli Egiziani, degli Assiri e infine dei Babilonesi, presso i quali vediamo Daniele assumere per la prima volta il ruolo di primo ministro. A essi seguirono i Persiani, i Medi, i Greci e i Romani. Tutti vennero e tutti se ne andarono.

Nel nostro stesso emisfero, quello occidentale, si narrano le vicende delle grandi civiltà maya, inca e azteca; eppure ne rimangono poche tracce, se non alcuni reperti archeologici. Sono venute e se ne sono andate.

In tempi più moderni, alcuni di voi hanno vissuto gli anni d’oro dell’Inghilterra. Ricordate la grandezza della Francia. Ricordate quando l’Italia era una delle maggiori potenze mondiali e, sotto la guida di Mussolini, minacciava persino di dominare l’Europa. Ricordiamo la Germania. Hitler, con la sua filosofia ariana, pensava di poter conquistare il mondo. Abbiamo visto l’ascesa del Giappone come potenza militare. La Cina sembra aver avuto il suo momento. La Russia sembra vivere ora il proprio. E l’America potrebbe essere in declino.

Le nazioni sorgono, le nazioni cadono. Vengono e se ne vanno. Ma la Bibbia ci dice, in Atti 17, che i tempi delle nazioni sono delimitati dalla sovranità di Dio. E tutto ciò che accade alle nazioni rientra nel piano prestabilito di Dio per la storia. Ora, ciò che è particolarmente entusiasmante è che il sorgere e lo scomparire delle nazioni hanno ben poco a che fare con il cammino ininterrotto del popolo di Dio.

Non si potrebbe immaginare un avvenimento più catastrofico di quello appena accaduto in Daniele capitolo 5. Babilonia è caduta. Proprio al culmine della sua gloria, almeno in apparenza, la testa d’oro—il più grande impero che l’umanità avesse mai conosciuto—crollò quando i Medi e i Persiani entrarono nella città senza sparare un colpo, per così dire. Ma la cosa sorprendente è che tutto questo ebbe un impatto minimo, se non nullo, su ciò che Dio stava compiendo con il Suo popolo, perché Daniele attraversa indenne il flusso e riflusso delle nazioni.

E quando giungiamo al capitolo 6, entriamo nel secondo dei quattro grandi imperi raffigurati nella statua di Daniele capitolo 2: l’Impero medo-persiano, il petto e le braccia d’argento. E mentre osserviamo quell’impero, non vediamo un Daniele assente dalla scena, bensì un Daniele proprio al centro degli avvenimenti. Era stato primo ministro di Babilonia e sarà, allo stesso modo, primo ministro dell’Impero medo-persiano.

E questo pensiero mi entusiasma. Perché oggi, in tutta l’America e perfino in varie parti del mondo, vedo molti cristiani preoccuparsi di salvaguardare determinate nazioni, persino della nostra. E, stranamente, sono tentati di equiparare l’America alla chiesa, oppure l’America al piano di Dio; ma le cose non stanno affatto così. Le nazioni vengono e se ne vanno, e l’opera di Dio prosegue. E nessuna nazione è davvero significativa quando viene collocata sullo sfondo dell’eternità e del piano di Dio.

Per esempio, in Isaia 40:15 si legge: “Ecco, le nazioni sono come una goccia che cade da un secchio e sono considerate come il pulviscolo della bilancia”. Un’affermazione molto interessante. Le nazioni sono come una sola goccia caduta da un secchio. L’unica parola che mi viene in mente è “irrilevante”. Sono come la polvere sulla bilancia, che non incide minimamente sul peso. Quando Dio si accinge a pesare la storia dell’umanità, le nazioni non sono il fattore decisivo. E quando Dio riversa il fiume impetuoso del Suo piano redentivo, una sola goccia è irrilevante. Le nazioni sono gocce. Sono polvere.

Tornando indietro a Isaia 40:7-8, egli paragona le nazioni all’erba che appassisce, muore e svanisce. Ripensiamo a Nimrod, Sennacherib, Nebucadnetsar, Ciro, Artaserse, Alessandro, ai Cesari, ai Faraoni, a Napoleone, Churchill, Mussolini, Hitler, Mao, Krusciov, fino ai nostri tempi; i governanti e le nazioni vengono e se ne vanno, e l’opera di Dio prosegue.

In Daniele 4:17 ricorderete quella grande dichiarazione: “La cosa è decretata dai veglianti e la decisione viene dalla parola dei santi, affinché i viventi sappiano che l’Altissimo domina sul regno degli uomini e lo dà a chi vuole”.

Dio governa la storia. E le nazioni possono venire e possono andarsene, perfino la nostra. Ma il piano redentivo di Dio, che si dispiega attraverso il Suo popolo, procederà secondo il programma stabilito. Il popolo di Dio attraversa il sorgere e il cadere delle nazioni e va oltre. Questa è una grande speranza per noi. E lo vediamo in Daniele. Babilonia è caduta. La testa d’oro è stata frantumata. I tempi dei Gentili sono passati alla seconda fase, ma Daniele si trova esattamente dove Dio lo vuole, e Dio non è ostacolato dalle decisioni degli uomini.

Quando pensate al fatto che Babilonia sia caduta, è davvero sorprendente. Nebucadnetsar, naturalmente, aveva l’abitudine di imprimere il proprio nome su ogni mattone impiegato negli edifici di Babilonia. Uno scrittore afferma, infatti, che sono state ritrovate letteralmente migliaia e migliaia di mattoni recanti il nome di Nebucadnetsar: cercava di costruire un impero duraturo. Su un mattone, oggi conservato al British Museum, compaiono l’effigie e il nome di Nebucadnetsar, e sopra entrambi l’impronta della zampa di un cane.

Così va il mondo; ma il popolo di Dio e il piano di Dio trascendono tutto questo. Vediamo dunque Daniele sopravvivere e, nel capitolo 6, lo troviamo nel cuore dell’Impero medo-persiano.

Ora vorrei usare alcune parole chiave per guidarci attraverso il testo. Cominceremo dall’inizio del capitolo 6. È un testo narrativo. Non occorre soffermarci a lungo su ogni sezione. Vogliamo arrivare al culmine e poi trarne alcune implicazioni pratiche. Ma useremo delle parole chiave, semplicemente per non perdere il filo mentre procediamo.

La prima è promozione, promozione. E riguarda i versetti 1-3. “Piacque a Dario di costituire sul regno”—si tratta del regno medo-persiano—“centoventi principi, che fossero preposti a tutto il regno; e sopra di loro tre presidenti”—e, a proposito, questo è l’unico punto della Bibbia in cui il termine “presidente” viene usato nell’ebraico—anzi, nell’aramaico—e sembra essere una parola che significa “capo”.

Egli pose sopra quei centoventi satrapi, o governatori territoriali, tre capi ai quali dovevano rendere conto. “Fra questi Daniele era il primo, affinché i principi rendessero conto a loro e il re non subisse alcun danno. Allora questo Daniele si distingueva al di sopra dei presidenti e dei principi, perché in lui vi era uno spirito eccellente; e il re pensava di stabilirlo su tutto il regno”.

Qui, dunque, troviamo la promozione. Notate anzitutto che incontriamo Dario. Ora, Dario è una figura molto sfuggente, perché non possediamo alcun dato extrabiblico che ci dica qualcosa su di lui. In realtà non sappiamo chi sia. In quel particolare momento storico non troviamo nessuno che porti il nome di Dario. Nei registri genealogici dei re di quel periodo non sembra esserci posto per un uomo chiamato Dario.

Alcuni studiosi ritengono che Dario sia un altro nome di un sovrano chiamato Gubaru, Gubaru, il quale non era propriamente un re, ma una persona nominata da Ciro come una sorta di governatore del territorio di Babilonia. Ciro, il grande monarca dell’intero Impero medo-persiano, avrebbe nominato questo Gubaru affinché governasse Babilonia. E alcuni sostengono che il nome Dario sia semplicemente un altro nome di Gubaru.

Ma la spiegazione che preferisco è che Dario sia semplicemente un altro nome di Ciro, un altro nome di Ciro. Ritengo che questa sia forse la spiegazione migliore. Perché? Perché il nome Dario è un titolo. È un titolo. Un po’ come Faraone, oppure re, oppure Cesare. È un titolo.

Troviamo, per esempio, il nome Dario usato nelle iscrizioni archeologiche per almeno cinque diversi sovrani persiani. Vengono tutti chiamati “Dario”. Sembra dunque preferibile considerarlo un titolo, un titolo onorifico, un titolo di rilievo. Potremmo quindi supporre che sia semplicemente un titolo attribuito a Ciro. E se guardate 6:28, forse troverete un piccolo indizio a sostegno di questa ipotesi.

Vi si legge: “Così questo Daniele prosperò durante il regno di Dario”—e, naturalmente, nell’aramaico si potrebbe leggere—“cioè durante il regno di Ciro il Persiano”. Alcuni commentatori preferiscono questa resa anziché “e durante il regno di Ciro”, ponendo i due nomi in parallelo e traducendo “cioè durante il regno di Ciro”.

Ora, tornando all’inizio del capitolo 6, vedete che Dario pone sul regno centoventi principi; e mi sembra che, per fare una cosa del genere, dovesse essere più di un governatore locale di Babilonia. E se intendeva stabilire tre capi sull’intero regno, doveva essere una persona piuttosto importante. Credo quindi che qui sia presentato il monarca medo-persiano Ciro, indicato semplicemente con un altro titolo ufficiale. Il fatto stesso che dovesse istituire centoventi principi indicherebbe che la sua autorità si estendeva ben oltre Babilonia, ben oltre la sola città-stato di Babilonia.

Incontriamo dunque quest’uomo, Ciro, che forse si cela dietro il nome Dario. È un uomo capace. È intelligente. Sa organizzare e strutturare con efficacia. È un uomo potente. Non è devoto al Dio d’Israele, bensì ai propri dèi; eppure manifesta un notevole interesse per il Dio di Daniele, interesse che cresce man mano che percorriamo questo sesto capitolo.

Ora notate che, quando nominò i centoventi e i tre presidenti, il versetto 2 dice: “Daniele era il primo”. È possibile intendere la parola primo semplicemente nel senso di “uno”: Daniele era uno di loro. Oppure possiamo intenderla davvero come primo, nel senso che fu scelto per primo o che occupava il primo posto. In realtà non ha molta importanza. Ciò che conta è quanto viene detto al versetto 3: “Daniele si distingueva al di sopra di tutti gli altri”.

E il termine “si distingueva”, in aramaico, è un participio che significa “si distingueva continuamente dagli altri”. Senza alcun dubbio era il migliore statista dell’intero Impero medo-persiano, così come era stato il migliore statista dell’Impero babilonese e, forse, il migliore statista che abbia mai camminato sulla faccia della terra.

Noterete che il versetto 3 dice: “in lui vi era uno spirito eccellente”. In realtà si riferisce al suo atteggiamento. E, naturalmente, l’atteggiamento pervade tutto ciò che facciamo. È una qualità lodevole, un atteggiamento giusto. Ma Daniele aveva anche molto altro dalla sua parte. Aveva esperienza. Voglio dire, aveva già prestato servizio come primo ministro sotto il regime precedente. Aveva sapienza, una sapienza che nessun altro possedeva.

Aveva il senso della storia. Evidentemente possedeva straordinarie doti di guida, come dimostra l’influenza esercitata sui tre giovani all’inizio del libro. Aveva capacità amministrative e gli erano state affidate responsabilità di vastissima portata. E, oltre a tutto questo, sapeva interpretare sogni e visioni e dare a tutti un’idea di ciò che sarebbe avvenuto in futuro; e per un monarca questo è di valore incalcolabile. Che uomo!

Dio lo collocò esattamente dove lo voleva. Dio permise a Dario di riconoscere le capacità di Daniele e di porlo in una posizione altamente strategica, dalla quale avrebbe esercitato una grande influenza.

Sapete che cosa c’è di interessante? Nel primo anno di Ciro, o nel primo anno di Dario, egli emanò un decreto che permetteva ai Giudei di tornare in Giuda. Con il decreto di Ciro, i settant’anni della cattività babilonese erano terminati, e Ciro emanò un decreto che permetteva ai Giudei di tornare. E credo davvero che Daniele sia stato colui che esercitò su di lui l’influenza decisiva che lo spinse a farlo.

Credo che fu per la potenza della vita di Daniele, per la sapienza di quell’uomo, per la sua influenza, che già nel primo anno del regno di Ciro, intorno al 538 o 537 a.C., egli emanò il decreto che permetteva al popolo di partire. E questo accadde prima dell’episodio della fossa dei leoni, proprio nel primo anno di Ciro.

Vediamo dunque ancora una volta Daniele. Ma questa volta, invece di osservarlo come un giovane, come abbiamo fatto in precedenza, lo vediamo ormai molto anziano. Anzi, notate bene: nel capitolo 6 Daniele si avvicina decisamente ai novant’anni—novant’anni—ed è ancora l’uomo di Dio. È ancora la scelta di Dio. Ed era ancora la scelta del re per il ruolo di primo ministro. Sapete, la potenza di una vita virtuosa si estende fino alla vecchiaia.

Il dottor Criswell, della First Baptist Church di Dallas, racconta di Robert G. Lee, che fu un grande predicatore del Sud. L’11 novembre 1970, nel giorno del suo ottantaquattresimo compleanno, a Robert G. Lee fu posta questa domanda: “Continuerà a predicare, dottor Lee?”. Ecco che cosa rispose: “Quando vi sono tutt’intorno così tante persone non salvate; quando vi sono cuori afflitti da consolare; quando tanti giovani gettano via la propria vita alla corte della follia e al mercato dei piaceri carnali; quando vi sono tanti mali contro i quali è necessario protestare; quando tanti anziani sono soli sul sentiero del tramonto; quando nel 1910, al momento della mia ordinazione, ho sposato la predicazione finché morte non ci separi: perché mai, nell’ottantacinquesimo anno della mia vita, non dovrei continuare a predicare?”.

A proposito, il dottor Lee aggiunse alcune statistiche incoraggianti, che dovrebbero essere di benedizione e d’incoraggiamento per quanti fra voi si avvicinano ai novanta o agli ottant’anni. Disse questo: “Newman Darlan, studioso di riconosciuta autorevolezza, analizzò la vita e i risultati conseguiti da quattrocento fra i personaggi più eminenti della storia. Dall’analisi emerse che quasi l’ottanta per cento delle più grandi figure del mondo concluse la propria vita attiva fra i cinquantotto e gli ottant’anni. Il venticinque per cento continuò oltre i settanta, il ventidue e mezzo per cento oltre gli ottanta e il sei per cento oltre i novanta. Considerate ciò che è stato compiuto da uomini che avevano superato gli ottant’anni.

“A ottantatré anni Gladstone divenne per la quarta volta primo ministro della Gran Bretagna. A ottantanove anni Michelangelo realizzò il suo Giudizio universale, forse il dipinto più famoso del mondo. A ottantotto anni John Wesley predicava con un’eloquenza quasi per nulla diminuita, concludendo, a quell’età straordinaria, la carriera più straordinaria del suo tempo: aveva percorso circa quattrocentomila chilometri in un’epoca che non conosceva né l’elettricità né il vapore; inoltre, secondo una stima, aveva pronunciato quattromila sermoni e scritto volumi e volumi di libri.

“A novant’anni Edison continuava a inventare. A novant’anni Wright era considerato un architetto creativo. A novant’anni Shaw scriveva opere teatrali. A ottant’anni Grandma Moses dipingeva. J. C. Penney, quel grande cristiano, lavorava con energia alla propria scrivania a novantacinque anni”.

E noi diciamo: “Oh, ho cinquantacinque anni. Devo farmi da parte”. E rinunciamo alla ricchezza dell’età, la ricchezza dell’età. Daniele si avvicinava ai novant’anni ed era l’uomo di Dio. E Dio lo pose esattamente dove lo voleva, e la politica dell’Impero medo-persiano poté ben poco per impedirlo.

Seconda parola: la prima è promozione; la seconda è complotto, versetti 4-9. Ogni volta che il Signore innalza un uomo a una posizione di rilievo, quell’uomo incontra determinate difficoltà. C’è sempre un prezzo da pagare. Non esistono esaltazione, successo o prestigio che non si paghino con una certa forma di schiavitù. Chi ha successo è uno che lavora, si affatica e fatica duramente. È incatenato.

Se è un musicista, è legato al pianoforte. Se è un artista, è legato alla tela. Se è un predicatore, è legato ai suoi libri e alle sue preghiere. Se è uno scrittore, al suo manoscritto. Se è un poeta, ai suoi versi. Se è un medico, ai suoi pazienti e ai suoi libri. Se è un teologo, al suo studio. Chiunque eccella, senza eccezione, è un prigioniero. E dunque c’è un prezzo da pagare. Si consuma nel proprio compito. Vi riversa la sua vita.

Ma c’è un altro prezzo da pagare quando Dio vi colloca in una posizione privilegiata. Ed è questo: ogni volta che vi trovate in quella posizione, scoprirete che l’invidia vi bracca, vi perseguita e vi segue. Le cose stanno semplicemente così. Lo vediamo in Filippesi capitolo 1, non è vero?, dove Paolo era prigioniero e alcuni aggiungevano afflizione alle sue catene dicendo cose malvagie sul suo ministero. Volevano aggravare ulteriormente la sua sofferenza di prigioniero. Predicavano Cristo per rivalità, usando il loro ministero per colpire Paolo.

È sorprendente vedere come, quando Dio innalza qualcuno, il cuore di altre persone arda di rabbia, gelosia e amarezza, anche se quell’individuo non ha recato loro alcuna offesa, assolutamente alcun male. Come si poteva odiare Daniele? Come si poteva disprezzare un uomo simile? Vi farò una domanda ancora più difficile: come si poteva crocifiggere Gesù Cristo? Eppure lo fecero.

A Londra viveva un predicatore più anziano, contemporaneo del giovane Charles Spurgeon, che esercitava il ministero in città da una generazione. Aveva trascorso anni servendo fedelmente nel ministero. Poi arrivò Charles Haddon Spurgeon, questo giovane ardente, affascinante e dinamico, che giunse a Londra quando aveva circa vent’anni. E quasi immediatamente—intendo dire, non dopo uno, due o tre anni, ma non appena apparve sulla scena—ebbe un impatto tale che la gente accorreva in massa per ascoltarlo predicare. Era come una stella che all’improvviso si accende nel cielo.

Il ministro più anziano raccontò che, quando le folle cominciarono ad accalcarsi intorno al giovane, l’invidia e la gelosia entrarono nel suo cuore e lo divorarono, lo divorarono. Lui era un predicatore affermato a Londra, ma le folle ascoltavano Spurgeon. E quel pastore più anziano disse che si mise in ginocchio, gridò a Dio e raccontò ogni cosa al Signore. Poi disse che il Signore cominciò a mettere nel suo cuore la lode, l’intercessione e la supplica a favore del giovane Spurgeon. Disse, cito: “Dopo aver pregato e aver portato la cosa a Dio, venne il giorno in cui, a ogni vittoria ottenuta da Spurgeon, mi sembrava di averla ottenuta io stesso”. Dio gli diede la vittoria.

Ma non sempre accade così. Vediamone l’opposto al versetto 4: “Allora i presidenti e i principi cercarono di trovare un’occasione contro Daniele in relazione agli affari del regno; ma non poterono trovare né occasione né colpa, perché egli era fedele, e non si trovò in lui alcun errore né alcuna colpa”. Daniele non aveva nessun Watergate. Non aveva scheletri nell’armadio. Non c’era alcun modo di incriminare quell’uomo.

Ora, quando un uomo ha novant’anni e tutti i politici che gli stanno intorno si mettono a scavare nel suo passato per trovare qualcosa, ma non trovano nulla, quello è un uomo degno d’onore. Grande integrità, grande onestà, grande purezza, grande nobiltà. Non trovarono alcuna colpa: shechath, che significa “corrompere”. Nessuna corruzione; nessun errore: shalu, che significa “trascurare”. In altre parole, la corruzione è il peccato di commissione, mentre l’errore è il peccato di omissione. Non riuscirono a trovare nulla che avesse fatto pur non dovendolo fare, né nulla che avrebbe dovuto fare e invece aveva trascurato. Che uomo virtuoso! Non riuscirono a trovare niente.

Versetto 5: “Allora quegli uomini dissero: Non troveremo alcuna occasione contro questo Daniele, a meno che non la troviamo contro di lui riguardo alla legge del suo Dio”. Ora, ascoltate, vorrei che avessimo il tempo di predicare soltanto su questo versetto. Quando non riescono a trovare nulla contro di voi, se non il fatto che siete totalmente consacrati al vostro Dio, allora state vivendo il principio neotestamentario della sofferenza a motivo della giustizia. L’unica cosa per cui, dissero, riusciremo mai a coglierlo in fallo è la sua assoluta dedizione al suo Dio. Che elogio! Non riuscirono a trovare nient’altro. Se ci fosse stato qualcosa, l’avrebbero trovato; ma non ci riuscirono.

Versetto 6: “Allora questi presidenti e principi si precipitarono insieme dal re e gli parlarono così: O re Dario, possa tu vivere per sempre”. Le consuete formule di cortesia. Ogni volta che vi presentavate a corte, dovevate dirlo. Perfino Daniele lo dirà dalla fossa dei leoni. È davvero portare il cerimoniale all’estremo; comunque, versetto 7: “Tutti i presidenti del regno, i governatori, i principi, i consiglieri e i capitani si sono consultati insieme”—ora, questa è pura intimidazione, perché è un mucchio di sciocchezze. Fu un gruppo di loro a ordire il complotto. Non erano tutti d’accordo; ma snocciolando tutti quei titoli volevano intimidire il re. E dissero di essersi consultati tutti—“per stabilire uno statuto reale e promulgare un decreto irrevocabile: chiunque, per trenta giorni, rivolga una richiesta a qualsiasi dio o uomo, eccetto che a te, o re, sia gettato nella fossa dei leoni”.

Avete sentito parlare di “regina per un giorno”? Qui abbiamo un re per trenta giorni. Vogliamo che tu sia dio per trenta giorni. Ora, quando si può essere eletti dio, la teologia è pessima. E quando si è dio soltanto per trenta giorni, la teologia è ancora peggiore. Eccoli arrivare: “Abbiamo consultato tutti i governatori, i principi, i presidenti, i consiglieri e i capitani, e tutti concordano sul fatto che dovremmo emanare una legge. Tu sei così meraviglioso da meritare trenta giorni nei panni di un dio. E noi vogliamo—vogliamo concederti questo privilegio. Vogliamo semplicemente stabilire una norma: chiunque, per trenta giorni, rivolga una richiesta a qualsiasi dio o uomo, se non a te, sia gettato nella fossa dei leoni”.

È interessante notare che, tornando al versetto 6, compare un verbo: “si precipitarono insieme”. È un verbo aramaico molto interessante. Significa che “vennero in fretta e tumultuosamente”. Era una specie di marmaglia. Voglio dire, erano un gruppo agitato e chiassoso. Entrarono tutti insieme, agitati e accalcati. È un verbo molto forte e indica effettivamente che un gran numero di loro aveva organizzato il complotto. Ma non erano tutti d’accordo, perché Daniele era il loro capo e non era d’accordo. Sono certo che non fosse stato nemmeno consultato.

Così si presentano tutti dal re e gli propinano la loro menzogna. Quando dissero “tutti i presidenti”, non era vero. Ce n’era uno che non era d’accordo e che forse non ne sapeva neppure nulla. Vogliamo emanare uno statuto e un decreto irrevocabile. E, a proposito, l’uso di entrambe le espressioni—uno statuto reale e un decreto irrevocabile—vi mostra quanto vincolante e inflessibile volessero renderlo: nessuno, proprio nessuno, per trenta giorni avrebbe potuto adorare o rivolgere una richiesta a chiunque, eccetto che a te.

A proposito, a quei tempi le loro divinità erano concepite a immagine degli uomini ed erano ritenute fallibili quanto loro. In altre parole, si erano fatti un’immagine di Dio modellata su sé stessi. E così i loro dèi erano fallibili. Perciò dire che un uomo possa essere per noi un dio è assolutamente ridicolo, perché Dio è santo, giusto e perfetto, e non possiede nessuna delle imperfezioni dell’umanità.

Ma per loro non era un problema. Infatti, studiando attentamente la storia, scopriamo che gli Egiziani credevano che i Faraoni fossero dèi e che i Romani credevano che i Cesari fossero dèi. I Tolomei erano considerati dèi. Vi sono indicazioni che i Seleucidi rivendicassero un ruolo divino. Perfino gli Erodi, come ricorderete da Atti 12, si arrogarono un ruolo divino. Non era dunque insolito che i monarchi facessero una cosa del genere.

Ebbene, Dario fu lusingato. Voglio dire, quando l’intero apparato politico viene da voi per tributarvi un simile onore, beh, è davvero difficile resistere. Così non rifletté. Si lasciò trascinare dall’entusiasmo del momento. Versetto 8: “Ora, o re, stabilisci il decreto e firma lo scritto, affinché non possa essere mutato, secondo la legge dei Medi e dei Persiani, che non può essere revocata”.

Ora, non sappiamo moltissimo sulla legge dei Medi e dei Persiani, ma sappiamo che, una volta promulgata una legge, non la si poteva modificare né revocare. Era un principio fondamentale del loro ordinamento. E la maggior parte degli studi indica che lo avevano adottato per impedire leggi dettate dal capriccio: una volta emanata, la legge diventava vincolante. Perciò erano piuttosto cauti nel formulare quelle leggi.

Ma quando questi uomini arrivarono e fecero leva sul punto debole del re—il suo ego—egli cedette. Versetto 9: “Firmò lo scritto e il decreto”. Ora c’era una legge: chiunque rivolgesse una richiesta a qualsiasi dio tranne quel dio sarebbe finito nella fossa dei leoni.

Vediamo dunque la promozione e il complotto. C’è una terza parola: perseveranza, versetto 10, perseveranza. La notizia giunse a Daniele, e voglio che sappiate che cosa fece. “Quando Daniele seppe che lo scritto era stato firmato, entrò in casa sua; e, avendo nella sua camera le finestre aperte verso Gerusalemme, tre volte al giorno si metteva in ginocchio, pregava e rendeva grazie davanti al suo Dio, come faceva in precedenza”. Questo mi piace.

“Allora quegli uomini si precipitarono insieme e trovarono Daniele che pregava e supplicava davanti al suo Dio”. Sapete che cosa vedo qui? Perseveranza. Emanarono una legge, e Daniele tornò nella propria stanza e fece ciò che faceva ogni giorno. Seguì il modello che sembra risalire a Davide nel Salmo 55: mattina, mezzogiorno e sera si metteva in ginocchio a pregare. E, naturalmente, a quei tempi sul tetto delle case si trovava spesso una piccola stanza appartata.

Stanze simili esistevano anche ai tempi del Nuovo Testamento. Erano luoghi appartati e non avevano finestre di vetro. Mettevano delle grate alle finestre e le lasciavano aperte; poiché nella zona di Babilonia faceva molto caldo, la brezza poteva passare e rinfrescare l’ambiente.

Egli dunque saliva lassù e, attraverso la grata, era visibile; si volgeva verso Gerusalemme perché là era rivolto il desiderio del suo cuore: il popolo di Dio e la città di Dio, che per lui rappresentava la presenza di Dio. E senza dubbio pregava per la pace di Gerusalemme, per la restaurazione della città, per qualunque altra cosa avesse nel cuore, per la confessione del peccato e per tutto il resto; e lo faceva esattamente come aveva sempre fatto. Perseveranza.

In altre parole, gli uomini possono emanare le loro leggi; ma quando quelle leggi entrano in conflitto con le norme stabilite da Dio e le violano, non ce ne curiamo. È il principio che ritroviamo negli Atti, non è vero?, quando Pietro dice che bisogna ubbidire a Dio anziché agli uomini.

Ora voi potreste dire: “Ma Daniele non avrebbe potuto essere un po’ più discreto? Non avrebbe potuto semplicemente chiudere la finestra e pregare nello stesso modo?”. Sì. “Non avrebbe potuto, per trenta giorni, tenere un profilo più basso e parlare al Signore stando in piedi e camminando, così da essere meno visibile?”. Sì. Ma il minimo compromesso sarebbe stato interpretato come un tentativo di proteggere sé stesso, e non rientrava nel suo carattere comportarsi così.

Quando, per esempio, bruciarono vivo Policarpo a Smirne nel 155 d.C., egli era cristiano da ottantasei anni. Prima di appiccare il fuoco, lo chiamarono e gli dissero: “Rinnega il Signore e salva la tua vita”. Con serena sicurezza, a voce ferma, rispose così: “L’ho servito per ottantasei anni. Non mi ha mai fatto alcun male. Perché dovrei abbandonarLo adesso?”. E Policarpo, quel discepolo di Giovanni, con la lode sulle labbra e una serena fiducia nel Signore, guardò le fiamme levarsi ai suoi piedi e le accettò come volontà di Dio.

Penso a Simon Pietro. Simon Pietro era in prigione. Il giorno seguente avrebbe dovuto essere giustiziato; un angelo venne a liberarlo e dovette svegliarlo, perché dormiva profondamente. Straordinario. È come in quel canto: “Egli non dorme né sonnecchia”. Ricordo quell’uomo che si trovava nella stiva di una nave ed era impaurito; alla fine lesse quelle parole, alzò lo sguardo verso il Signore e disse: “Finché Tu rimarrai sveglio, non ha senso che perdiamo il sonno entrambi. Credo che dormirò un po’”.

E così, perseveranza. Che uomo veramente virtuoso e pio! Poi c’è un’altra parola chiave che ci conduce attraverso il testo: accusa, versetto 12. E ora la trama si infittisce. “Allora si avvicinarono e parlarono al re riguardo al decreto reale”. Avevano spiato Daniele. Avevano visto ciò che faceva.

Forse andarono a controllare già al mattino, ma è più probabile che lo videro a mezzogiorno. Avevano fatto promulgare il decreto al mattino e, a mezzogiorno, andarono a casa di Daniele per osservarlo. Lo videro soltanto quella volta e corsero dal re.

E parlarono del decreto: “Non hai forse firmato un decreto secondo il quale chiunque, entro trenta giorni, rivolga una richiesta a qualsiasi dio o uomo, eccetto che a te, o re, deve essere gettato nella fossa dei leoni?”. Ora misero il re con le spalle al muro. “Il re rispose e disse: La cosa è vera, secondo la legge dei Medi e dei Persiani, che non può essere revocata”.

Esatto. “Allora essi risposero e dissero davanti al re: Quel Daniele, che è uno dei figli della cattività di Giuda”—continuavano a rinfacciarglielo. Quello straniero. Quel prigioniero. Quel deportato. Nemmeno della stirpe giusta—“non tiene in alcun conto te, o re”. Era vero? Non era vero, non è così? Daniele era un servitore leale e fedele, purché questo non lo costringesse a violare i propri princìpi. Rispettava il re nel modo in cui un re deve essere rispettato; come disse il nostro Signore, “rendeva a Cesare ciò che era di Cesare”. Ed essi dissero: “Non tiene in alcun conto il decreto che hai firmato, ma presenta la sua richiesta tre volte al giorno”.

Ora, so che non rimasero lì un’intera giornata per vederlo tutte e tre le volte. Ne videro soltanto una e dedussero che lo facesse anche le altre volte; e la loro deduzione era corretta. Così affrontarono il re. Aveva cominciato come re per un mese, dio per un mese, e in un solo giorno finì per dimostrarsi uno sciocco. Che sciocco! Che decisione stupida e sconsiderata! E sapete con chi era adirato? Fu abbastanza saggio da prendersela con sé stesso.

Versetto 14: “Quando il re udì queste parole, rimase profondamente turbato e se la prese con sé stesso”. Sapete, almeno quell’uomo ebbe l’onestà di attribuire la colpa a chi spettava. Era stato il suo stesso ego a intrappolarlo. Le seduzioni saranno sempre presenti, ma vi cediamo soltanto quando entra in gioco il nostro ego. E questo mi piace: “Si mise in cuore di liberare Daniele e si adoperò fino al tramonto del sole per salvarlo”.

Supponiamo che il decreto sia stato firmato al mattino. Essi si precipitarono fuori per vedere che cosa avrebbe fatto Daniele a mezzogiorno. Daniele era lì a pregare. Corsero indietro e lo riferirono al re; e ora egli aveva tutto il pomeriggio, perché, secondo la loro consuetudine, l’esecuzione doveva avvenire prima del calare della notte. Aveva dunque tutto il pomeriggio. Tentò ogni possibile strada legale. Questo è ciò che implica il versetto 14: “Si mise in cuore di liberare Daniele e si adoperò fino al tramonto del sole”.

Non so che cosa fece; forse cercò una scappatoia nella legge, oppure qualche precedente nella legislazione medo-persiana che potesse annullare il decreto. Ma, tecnicamente, non vi era via d’uscita. E sapete che cosa amo in tutto questo? Daniele non dice una parola. Non perora mai la propria causa e non si difende mai. Come Cristo, rimane muto come un agnello davanti a chi lo tosa e non apre la bocca.

Vedete, nel corso di tutti quegli anni aveva maturato una tale fiducia in Dio da affidarsi semplicemente a Lui. Non aveva alcuna difesa da presentare, giusto? Che cosa avrebbe potuto dire, se non: “È vero. Stavo pregando e continuerò a pregare”? Non c’era altro da aggiungere.

Dunque: la promozione, il complotto, la perseveranza, l’accusa. E al versetto 16 compare un’altra parola chiave: “pena”. Il versetto 15 dice: “Allora quegli uomini si precipitarono dal re e gli dissero: Sappi, o re, che la legge dei Medi e dei Persiani stabilisce che nessun decreto o statuto emanato dal re può essere mutato”. Ormai non puoi più tirarti indietro. “Allora il re diede l’ordine; portarono Daniele e lo gettarono nella fossa dei leoni”.

Ora, badate bene, questi sono leoni veri, leoni veri. Leoni che venivano deliberatamente tenuti affamati perché servissero da carnefici. Non so quanti ve ne fossero lì dentro, ma non erano soltanto un paio. Ho visto raffigurazioni con due o tre leoni. No, non so quanti fossero, ma dovevano essere davvero molti, perché quando arriviamo alla fine del capitolo e le conseguenze del complotto si abbattono sui colpevoli, li gettano tutti là dentro, insieme a tutte le loro famiglie, e vengono divorati prima ancora di toccare il fondo. C’erano molti leoni lì dentro.

Un commentatore disse: “Ebbene, erano soltanto pochi e Daniele trovò un angolo in cui nascondersi”. No, no, no. Era un luogo grande, giusto? “Trovò un angolo e si nascose nella paglia o in qualunque cosa ci fosse”. No. C’erano molti leoni. Ed erano leoni veri, proprio come quelli che vi immaginate.

E così, “fu portata una pietra e fu posta all’imboccatura della fossa”. Molto probabilmente si trattava di una grotta sul fianco di una collina; in basso, dove si trovava l’ingresso, mettevano una pietra per chiuderlo. Poi, sulla sommità della collina, vi era un’apertura coperta da una grata. Lo crediamo perché la parola “fossa” è letteralmente il termine aramaico gôb, imparentato con la parola ebraica gûwb, che significa “fossa”. Si trattava dunque di una fossa. Questa è l’idea fondamentale. Gûwb, in ebraico, significa “scavare”.

Avete dunque una sorta di fossa sotterranea con un ingresso laterale, attraverso il quale, servendosi dell’apertura naturale della grotta, potevano far entrare e uscire i leoni o fare tutto ciò che occorreva per nutrirli; e poi vi era l’apertura superiore, dalla quale si poteva osservare l’intera scena mentre le persone condannate venivano giustiziate.

A proposito, alcuni interessanti studi archeologici hanno portato alla scoperta di fosse per leoni usate dai monarchi come luoghi di esecuzione. Keil, il celebre commentatore dell’Antico Testamento, ne descrive una. Dice: “Consisteva in una grande caverna quadrata sotterranea, con una parete divisoria al centro, provvista di una porta che il custode poteva aprire e chiudere dall’alto.

“Gettando il cibo, egli attirava i leoni da una camera all’altra; poi, dopo aver chiuso la porta, il custode entrava nello spazio rimasto vuoto per pulirlo. La caverna era aperta in alto e la sua imboccatura era circondata da un muro alto circa un metro e quaranta, oltre il quale si poteva guardare giù nella fossa”. Forse era proprio così: un’area molto grande sul fianco di una collina.

Ora noterete che il versetto 16 dice: “Il re parlò e disse a Daniele: Il tuo Dio, che tu servi continuamente, Egli”—che cosa?—“ti libererà”. Da dove gli venne quell’idea? Ascoltate, se avete seguito questo studio, conoscete abbastanza Daniele da sapere che, se ormai si trovava lì da almeno un anno, e forse da due, Dario aveva sentito parlare di Dio più e più volte. E sapete anche che doveva conoscere tutto ciò che Dio aveva già compiuto nella vita di Daniele; forse fu proprio questa una delle ragioni per cui lo nominò a quella posizione.

Mi sembra evidente che Daniele fosse un uomo che non nascondeva ciò in cui credeva. Aveva già visto Dio compiere miracoli. Aveva già consigliato di liberare i Giudei e permettere loro di tornare in patria. Sono quindi certo che il messaggio sulla potenza del Dio di Daniele, il Dio che lo aveva liberato, fosse chiarissimo. Sono certo che quest’uomo conoscesse bene la storia di Azaria, Misael e dell’altro—non riesco a ricordare il suo nome ebraico—che in babilonese erano chiamati Sadrac, Mesac e Abed-Nego; erano stati liberati dalla fornace ardente. Dunque sapeva che questo Dio poteva farlo; ed è meraviglioso, perché dimostra che l’opera evangelistica di Daniele stava producendo qualche risultato.

Così “fu portata la pietra; fu sigillata con il sigillo del re e con il sigillo dei suoi grandi”—nessuna delle due parti poteva spezzare quel sigillo—“affinché nulla fosse mutato riguardo a Daniele”.

Ora, tutto questo ci conduce a un’altra parola chiave: preservazione. Versetto 18: “Allora il re tornò al suo palazzo”. Sapete, lo Spirito Santo racconta le cose con una finezza straordinaria. Vi aspettereste che il racconto ci portasse direttamente alla fossa dei leoni, giusto? Voglio dire, se stessi guardando un film e il film arrivasse al culmine, quando prendono Daniele e lo gettano nella fossa dei leoni, e poi l’inquadratura passasse al palazzo del re, direi: “Oh, ma dai! Non voglio vedere il palazzo del re. Riportatemi alla fossa dei leoni. Voglio sapere che cosa sta accadendo nella fossa dei leoni”. Inquadratura sul palazzo. Non dice una sola parola sulla fossa dei leoni, niente.

“E il re trascorse la notte digiunando”. A chi importa, giusto? Che cosa accadde nella fossa dei leoni? “Il re trascorse la notte digiunando e non furono portati davanti a lui strumenti musicali”, dice un testo. In realtà la parola aramaica significa “divertimenti”. Potevano essere musica, donne, danzatrici, qualunque cosa usassero per distrarre il re. Ma egli non volle nulla di tutto questo: niente musica, niente danzatrici, niente cibo, niente di niente. “Il sonno lo abbandonò”. E continuò a camminare avanti e indietro.

“E si alzò molto presto e andò in fretta”. A proposito, l’espressione “molto presto al mattino” significa letteralmente “al chiarore dell’alba”. Non appena spuntò il sole, egli partì. “E andò in fretta”—e la maggior parte dei commentatori ritiene che avesse probabilmente sessantadue o sessantatré anni, quindi si muoveva davvero in fretta, considerando la sua età. Si precipitò alla fossa dei leoni alle prime luci dell’alba per vedere che cosa stesse accadendo. Questo indica che aveva una certa fede nel Dio di Daniele, non è vero?

Versetto 20: “Quando fu vicino alla fossa, gridò con voce angosciata”—una voce triste e addolorata, una voce d’angoscia, una voce carica d’ansia—“e gridò a Daniele”—sapete, sperando che fosse andata bene, ma forse temendo il peggio—“Daniele, o Daniele, servo del Dio vivente”.

Ora, dove pensate che avesse imparato quelle parole? Dove pensate che avesse imparato l’espressione “servo del Dio vivente”? Vi dirò dove l’aveva imparata: da Daniele. Daniele gli aveva impartito molte lezioni. “Servo del Dio vivente, il tuo Dio, che tu servi continuamente, ha potuto liberarti dai leoni?”. Francamente, è un po’ tardi per fare questa domanda, non vi pare? Ne è capace? Ora siamo al punto cruciale, non è vero? Dio ne era capace?

Ebbene, versetto 21: “Allora Daniele disse al re: O re, possa tu vivere per sempre”. Quando si parla a un re, bisogna rispettare il cerimoniale; non si può semplicemente dire: “Sto bene”, bisogna dire: “O re, possa tu vivere per sempre”. Poi, versetto 22: “Il mio Dio ha mandato il Suo angelo e ha chiuso la bocca dei leoni”. E, a proposito, bisogna intendere che in qualche modo si occupò anche delle loro zampe, perché avrebbero potuto farlo a brandelli.

Dio mandò un angelo. Ora, gli angeli sono potenti. Un solo angelo abbatté centottantacinquemila Assiri, tutto da solo. Dunque un angelo era più che sufficiente. “Il mio Dio ha mandato il Suo angelo, ed egli ha chiuso la bocca dei leoni; essi non mi hanno fatto alcun male, perché davanti a Lui sono stato trovato innocente”. Non è orgoglio. È la verità. E se è vero, non è orgoglio, capite? “E anche davanti a te, o re, non ho commesso alcun male”. Tanto per mettere le cose in chiaro.

Non è interessante? Si difende soltanto dopo aver lasciato che Dio lo sottoponesse alla prova. È disposto a mettere la propria vita nelle mani di Dio nella fossa dei leoni. È come se dicesse: “Ora, Dio, non capisco perché sto andando in quella fossa dei leoni, ma forse Tu hai una ragione. Forse Tu vedi nella mia vita qualcosa che non va e tutto questo ne fa parte”. Soltanto dopo che Dio lo ebbe liberato poté dire: “Non ho fatto nulla. Sono innocente”. Come fai a sapere di essere innocente? Perché Dio ha avuto l’occasione perfetta per correggermi e non lo ha fatto. Daniele attende che sia Dio a valutarlo.

Ebbene, il versetto 23 dice: “Allora il re si rallegrò moltissimo per lui e ordinò che Daniele fosse tirato fuori dalla fossa”. Questa è un’altra indicazione che si trattava di una fossa: probabilmente calarono delle corde e quell’uomo di quasi novant’anni le afferrò, e venne su. “Fu tratto fuori dalla fossa e non si trovò su di lui alcuna ferita, perché aveva creduto nel suo Dio”.

Daniele sta scrivendo il sesto capitolo e afferma che ciò costituì una conferma della sua grande fede in Dio. Credette a Dio, e Dio onorò la sua fede. Ma sapete una cosa? Non accade sempre così, non è vero? Anche Isaia credette a Dio, ma fu segato in due. Anche Paolo credette a Dio, e posò il capo su un ceppo; la lama di una scure balenò al sole e glielo recise dal corpo. Pietro credette in Dio e fu crocifisso a testa in giù.

Credere in Dio non significa che i leoni non vi mangeranno. In tutta la storia dell’azione di Dio fra gli uomini vi sono stati martiri che hanno creduto a Dio e sono morti. La questione è accettare la volontà di Dio. Se Dio vuole che viviamo, viviamo; se vuole che moriamo, moriamo. Ma in entrambi i casi non siamo mai sconfitti.

Infatti, se Daniele fosse stato divorato dai leoni, si sarebbe trovato alla presenza di Dio, giusto? E sarebbe stato molto meglio che restare lì a guardare Dario dal basso e dire: “O re, possa tu vivere per sempre”. Non poteva perdere. Noi non perdiamo mai. Se fosse stato fatto a brandelli, quell’angelo lo avrebbe portato alla presenza del Signore, nel seno di Abraamo.

A tutto questo segue un’altra parola chiave: “punizione”. Versetto 24: “Il re diede un ordine e furono condotti gli uomini che avevano accusato Daniele”—quei satrapi, principi e presidenti che lo avevano accusato—“e furono gettati nella fossa dei leoni, loro, i loro figli e le loro mogli; e i leoni ebbero il sopravvento su di loro e spezzarono tutte le loro ossa prima che giungessero al fondo della fossa”. Straordinario. Doveva esserci un numero enorme di leoni.

E la gente dice: “Beh, sapete, Daniele non fu divorato perché i leoni non avevano fame”. Avevano fame. Avevano abbastanza fame da divorare quell’enorme gruppo di persone. Alcuni hanno perfino suggerito che Daniele non fu divorato perché i leoni erano vecchi. Erano come Clarence, sapete, il leone strabico. È incredibile vedere che cosa tentano di fare alla Bibbia i commentatori liberali.

Ma il punto del testo è mostrarvi che non erano vecchi e sdentati. Non erano sazi. Avevano fame. Ed erano così feroci che fecero a brandelli quelle persone prima ancora che toccassero il fondo. Dio compì un miracolo. Una scena spaventosa, un’immagine della retribuzione e della vendetta di Dio.

A proposito, è uno scorcio molto interessante della legge pagana. La legge dei Medi e dei Persiani diceva: “A motivo della colpa di uno, tutti i suoi parenti devono perire”. Questa era la legge dei Medi e dei Persiani. E così perirono.

Vediamo la promozione, il complotto, la perseveranza, l’accusa, la pena, la preservazione, la punizione. Restano altre due parole chiave; la prima è proclamazione. Versetto 25: “Allora il re Dario scrisse a tutti i popoli, nazioni e lingue”—ricorderete che questa piccola triade ricorre molte volte nel libro di Daniele e abbraccia tutti i popoli del regno—“che abitavano su tutta la terra”—almeno la terra come egli la concepiva—“Pace vi sia moltiplicata. Io emano un decreto: in ogni dominio del mio regno gli uomini tremino e temano davanti al Dio di Daniele”. Non è meraviglioso?

Un solo uomo, e letteralmente esercita un’influenza sull’intero impero. Ora tutto l’Impero medo-persiano riceve l’ordine di tremare e temere davanti al Dio di Daniele. Non servono molte persone. Servono semplicemente le persone giuste. “Poiché Egli è il Dio vivente e rimane saldo in eterno; il Suo regno non sarà distrutto e il Suo dominio si estenderà fino alla fine”. Parla come il salmista, ed è un re pagano.

E, mamma in questo libro Dio ha offerto dimostrazioni davvero convincenti, non è vero? Le nazioni vengono e se ne vanno; ma, siano esse babilonesi o medo-persiane, quando Dio colloca i Suoi uomini nel posto giusto, il Suo messaggio arriva a destinazione.

“Egli libera”—versetto 27—“e salva, e opera segni e prodigi in cielo e sulla terra; Egli ha liberato Daniele dal potere dei leoni”. Permettetemi di farvi una domanda semplice. Chi riceve la gloria in questo capitolo? Daniele? No. Non Daniele, nemmeno per un istante. Daniele era semplicemente lì, tutto qui. Dio ricevette la gloria. Credo che, se cercate il filo conduttore del libro di Daniele, non sia l’esaltazione di Daniele, bensì la maestà di Dio, il quale si erge di fronte alle nazioni del mondo e afferma la propria sovranità.

Infine, la prosperità: “Così questo Daniele prosperò durante il regno di Dario, cioè durante il regno di Ciro il Persiano”. Prosperò. Ora voglio che mi ascoltiate. Mentre concludo, voglio riassumere molto rapidamente, in appena un paio di minuti; ascoltate.

Osservando questo capitolo, che cosa vediamo in Daniele? Ricordate quando abbiamo studiato i capitoli 1 e 2? Abbiamo raccolto e catalogato tutti i tratti della virtù che caratterizzava Daniele da giovane; le abbiamo studiate e abbiamo visto che cosa rende un uomo virtuoso e pio. Ebbene, eccoci qui, venti—no, sessanta, settant’anni dopo. Che cosa vediamo nuovamente in lui? Quali elementi del suo carattere possiamo applicare a noi stessi? Che cosa rende un uomo capace d’influenzare una nazione? Che cosa permette a un uomo o a una donna di esercitare un’influenza estesa quanto un impero? Che cosa vi è in Daniele?

Permettetemi di suggerirvi alcune cose. Le elencherò rapidamente; limitatevi ad ascoltarle e a rifletterci. Anzitutto, quest’uomo si elevava al di sopra delle vicende del suo tempo. Era grande ed era utile a Dio perché sapeva elevarsi al di sopra delle vicende del suo tempo. Non rimaneva impantanato nelle vicende umane. Cercava il regno di Dio.

In secondo luogo, visse una vita coerente dall’inizio alla fine. Era virtuoso da giovane e, di conseguenza, fu virtuoso da anziano. E credo davvero che non esista alcun metro umano capace di valutare la potenza di una vita virtuosa vissuta per così tanti anni. La tragedia è che, per la maggior parte di noi, la virtù va e viene nel corso degli anni. Non per Daniele.

Quali lezioni impariamo riguardo a un uomo di Dio? Si eleva al di sopra delle vicende del suo tempo. Vive una vita coerente dalla giovinezza alla vecchiaia, e questo lo rende grandemente utile nella vecchiaia. In terzo luogo, adempie pienamente la propria chiamata. In altre parole, vive nel centro assoluto della volontà di Dio. Il suo unico desiderio è che si compia la volontà di Dio.

Quarto, ha un atteggiamento giusto. Continuavano a dire di lui che aveva uno spirito eccellente. Ha uno spirito eccellente. Quinto, sarà invidiato e odiato dal mondo che lo circonda, ma non permetterà mai che questo lo renda amareggiato.

Sesto, viene condannato; ma, se viene condannato, lo è a motivo della sua giustizia, perché non vi è in lui nessun’altra mancanza. È come dovrebbe essere un anziano della chiesa—che cosa?—irreprensibile.

Settimo, è conosciuto per la sua virtù e integrità perfino dai suoi nemici. Ottavo, è un cittadino fedele. Si sottomette alle leggi umane finché esse non lo costringono a violare le leggi di Dio.

Nono, è disposto ad affrontare qualsiasi conseguenza pur di restare nella volontà di Dio, lasciando a Dio l’esito. Decimo, servirà fedelmente, qualunque sia il prezzo personale da pagare. Undicesimo, non si difende mai. Lascia che sia Dio a farlo.

Dodicesimo, rafforza la fede degli altri, dando loro speranza in Dio. Non lo avete visto nel re? Voglio dire, perfino il re cominciava a credere a motivo della grande fede di Daniele.

Tredicesimo, viene liberato da ogni male ed è preservato per ogni scopo che rientra nella volontà di Dio. Quattordicesimo, è uno strumento attraverso il quale Dio manifesta la Sua gloria. Vorrei che potessimo predicare soltanto su questo. Noi cristiani dobbiamo essere, al di sopra di ogni altra cosa, strumenti attraverso i quali Dio manifesta la Sua gloria.

Quindicesimo, Dio lo vendicherà. Dio lo vendicherà. Dio si occuperà dei suoi nemici. Non deve affrontarli personalmente.

E infine, viene esaltato da coloro che gli stanno intorno, oltre che da Colui che è sopra di lui.

Questi sono i princìpi manifestati in questo capitolo, princìpi che mostrano la vita virtuosa di un uomo di Dio. Spero che tutto questo vi sia stato utile e che Dio lo applichi al vostro cuore, come lo applicherà al mio. Preghiamo.

Ti ringraziamo, Signore nostro, per la gioia immensa di vedere manifestata la Tua potenza. Ci sembra quasi di poter allungare la mano e toccare Daniele. Ci sembra di poter guardare dentro quella fossa e vedere quei leoni. Tutto è così vivido davanti a noi. E sappiamo che Tu sei lo stesso Dio, immutabile, allora come oggi, Colui che ci viene incontro nel momento del nostro bisogno più profondo. Tu sei il Dio che vuole servirsi di noi perché la nostra vita trascenda il continuo avvicendarsi della storia. Tu sei il Dio che ci ha chiamati a vivere oggi come visse Daniele, dalla giovinezza alla vecchiaia.

O Dio, suscita, perfino in questa congregazione e in tutto il mondo, uomini e donne di onestà, integrità e virtù, che Ti consacrino interamente la loro vita; persone che soffrano senza conoscere amarezza, perché si sono affidate al fedele Creatore.

Signore, rendici così. Per la Tua grande grazia, fa’ che anch’io sia così. Plasmami affinché la mia vita sia coerente e io possa conoscere la beatitudine di una vecchiaia utile, se Gesù tarda a tornare e Tu me lo concedi. Prego la stessa cosa per tutti questi cari fratelli e sorelle qui riuniti, nel nome di Cristo. Amen.

FINE

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