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Ci accostiamo, confido, con un grande senso di attesa al libro di Daniele. Vorrei leggere i primi nove versetti, che faranno da sfondo al nostro messaggio di questa sera. Capitolo 1, “Nel terzo anno del regno di Ioiachim, re di Giuda, Nabucodonosor, re di Babilonia, marciò contro Gerusalemme e la cinse d’assedio. E il Signore diede nelle sue mani Ioiachim, re di Giuda, insieme con una parte degli arredi della casa di Dio; egli li trasportò nel paese di Sinear, nella casa del suo dio, e portò gli arredi nella casa del tesoro del suo dio.

“Poi il re ordinò ad Aspenaz, capo dei suoi eunuchi, di condurgli alcuni dei figli d’Israele, della stirpe reale e dei nobili: giovani senza alcun difetto fisico, di bell’aspetto, versati in ogni sapienza, dotati di conoscenza, capaci d’intendere la scienza e idonei a stare nel palazzo del re; e gli ordinò d’insegnare loro la cultura e la lingua dei Caldei. Il re assegnò loro una razione giornaliera dei cibi del re e del vino che egli beveva; dovevano essere allevati così per tre anni, al termine dei quali sarebbero entrati al servizio del re. Fra loro vi erano, tra i figli di Giuda, Daniele, Anania, Misael e Azaria. Il capo degli eunuchi diede loro altri nomi: a Daniele diede il nome di Beltsatsar; ad Anania quello di Sadrac; a Misael quello di Mesac; e ad Azaria quello di Abed-Nego.

“Ma Daniele prese in cuor suo la decisione di non contaminarsi con i cibi del re né con il vino che egli beveva; perciò chiese al capo degli eunuchi di poter non contaminarsi. Ora Dio fece trovare a Daniele favore e compassione presso il capo degli eunuchi”.

Ci fermeremo qui. Non è la fine della storia. È soltanto l’inizio. Ma per conoscere la fine dovrete tornare la prossima volta.

Viviamo in un’epoca di compromessi. Anzi, credo che fin da quando iniziamo la nostra vita nel mondo impariamo piuttosto bene l’arte del compromesso. Per tutto il corso della vita seguiamo la via della minore resistenza. Manteniamo una convinzione finché non intralcia la nostra comodità o il nostro benessere. Conserviamo un principio finché non ci impedisce di fare qualcosa che desideriamo. Se possiamo cavarcela dando un po’ meno del nostro meglio, lo facciamo. Se possiamo aggirare un poco i principi divini, o perfino i principi nei quali diciamo di credere, in molti casi facciamo anche questo, purché serva a raggiungere i nostri scopi. Ed è un modo molto personale di affrontare la vita che finisce per produrre una visione del mondo segnata dal compromesso, perché tutti noi, vivendo così come individui, contribuiamo a creare un intero mondo di compromessi.

Francamente, il criterio dominante della vita umana è la convenienza. Adoriamo il grande dio del pragmatismo. Suppongo che oggi il nostro motto potrebbe essere: “Se per te funziona, fallo”. Siamo pragmatisti più di ogni altra cosa. E poiché nella società di oggi abbiamo abbandonato ogni norma morale, ci siamo completamente svincolati dai principi cristiani. Non ci interessa più una moralità biblica. Di ciò che Dio ha da dire non potrebbe importarci di meno, almeno per la maggior parte. Ci resta soltanto la filosofia della convenienza, ossia il pragmatismo. Qualunque cosa funzioni, qualunque cosa realizzi il vostro obiettivo, qualunque cosa vi faccia arrivare allo scopo: è questo che fate. Così rinunciamo facilmente alla nostra coscienza. Rinunciamo facilmente alle nostre convinzioni. Abbandoniamo facilmente i nostri principi per ottenere un risultato pratico. E la cosa sorprendente è che alla nostra società sembra essere rimasta ben poca coscienza, ben poco senso di colpa o di rimorso.

Scopriamo che i politici, i quali sembrano avere principi tanto elevati e che, quando devono essere eletti, proclamano da un capo all’altro del paese questi grandi ideali, una volta entrati in carica sono pronti a comprometterli, se ciò serve ai loro scopi. Vediamo la stessa cosa nelle pratiche commerciali: dai dirigenti d’azienda fino ai venditori, fanno tutti lo stesso. Gli avvocati, che dovrebbero essere la coscienza di qualunque società, in molti casi mettono a tacere la propria coscienza se questo permette di ottenere un certo risultato.

Molto spesso fanno lo stesso anche i responsabili in ogni ambito della vita e in ogni settore dei rapporti umani. Come individui di ogni genere, impariamo a mentire, impariamo a imbrogliare, impariamo a rubare, impariamo a distorcere la verità e impariamo a fare tutto ciò che occorre per ottenere quello che vogliamo, finché il compromesso diventa uno stile di vita.

E quando ci troviamo in una situazione di confronto, talvolta perfino i nostri principi più importanti vengono relegati in secondo piano, perché non vogliamo offendere qualcuno, non vogliamo essere invadenti oppure abbiamo paura di dire davvero ciò in cui crediamo. Forse, nella vita di un cristiano, questo non è mai più evidente di quando vi trovate in mezzo a una conversazione nella quale sapete che dovreste parlare di Cristo, ma, per non essere giudicati male o considerati meno, tenete la bocca chiusa e tacete riguardo a Cristo proprio quando si dovrebbe parlare di Lui. Questo, di per sé, è un compromesso. Per salvare il nostro ego, per proteggere i nostri fini, siamo pronti a scendere a compromessi.

E il compromesso sui principi e sulla verità si è fatto strada anche nella chiesa. Anzi, siamo scesi a compromessi con il mondo così ripetutamente, lo abbiamo fatto così spesso che, francamente, cari, credo che ormai non comprendiamo neppure più quali siano i compromessi. Ogni volta che il mondo propone qualcosa, noi immancabilmente gli andiamo dietro. Se il mondo vuole un movimento di tipo hippy, noi avremo un movimento di hippy per Gesù. Se il mondo vuole un movimento di musica rock, dateci tempo e lo avremo anche noi. Se il mondo decide di avere un movimento di liberazione della donna, aspettate un po’ e ne avremo uno anche noi.

Siamo scesi a compromessi con il mondo da così tanto tempo, siamo rimasti così immersi nella sua visione materialistica, nella sua concezione dell’economia e nel suo stile di vita, che è ben difficile perfino comprendere che cosa significhi davvero una vita senza compromessi. Lottiamo per essere separati dal mondo, eppure non riusciamo a definire che cosa significhi questa separazione, perché il sistema ci ha sottoposti a un lavaggio del cervello tanto profondo.

Abbiamo accettato i modelli di pensiero del mondo. Abbiamo accettato il sistema di valori del mondo. Abbiamo accettato gli atteggiamenti del mondo. In moltissimi casi ne abbiamo accettato anche l’economia. Assecondiamo noi stessi. Abbiamo accettato la sua moralità. E, di nuovo, assecondiamo noi stessi. E benché sappiamo che la Bibbia insegna una certa cosa, se sentiamo di volerla fare, andiamo avanti e la facciamo comunque.

Di recente ci è capitato che alcune persone venissero da noi per una consulenza, perché desideravano sposarsi. Non abbiamo trovato alcuna giustificazione biblica per il loro matrimonio e abbiamo spiegato loro che, in realtà, non avevano il diritto di sposarsi; ma la cosa non li ha turbati minimamente. Sono semplicemente andati poco più avanti, si sono sposati e la settimana successiva si sono ripresentati qui.

Il compromesso: l’incapacità di affrontare i dati biblici come Dio vuole che li affrontiamo, perché siamo sopraffatti dai nostri desideri personali. Così mettiamo noi stessi al posto di Dio come coloro che devono essere compiaciuti, e impariamo bene l’arte del compromesso. Ci abbandoniamo alle priorità del mondo. Facciamo nostra l’offerta d’intrattenimento del mondo, e così via, senza fine.

La Scrittura ci chiama a fare esattamente il contrario. E potremmo dedicare molto tempo a studiare questo tema da una prospettiva teologica. Potremmo percorrere l’Antico Testamento e studiare la chiamata stessa di Dio a essere separati dal mondo. Potremmo andare nei Vangeli e vedere che cosa disse Gesù. Potremmo passare alle epistole e studiarlo lì. Ma in realtà non occorre farlo, se non per dire semplicemente che, da un’estremità all’altra della Bibbia, l’intero modo in cui Dio si rivolge al Suo popolo afferma che dobbiamo vivere separati dal mondo. È questo l’intero messaggio di Dio al Suo popolo.

Quando Dio costituì la nazione d’Israele, inserì nella loro vita quotidiana — nel modo in cui si vestivano, in ciò che mangiavano, nel modo in cui svolgevano le attività di ogni giorno e nel calendario dell’anno — delle salvaguardie volte a impedire che si mescolassero, per così dire, con i pagani. Ha fatto lo stesso per tutto il Suo popolo. Noi abbiamo un criterio che, in realtà, non può essere compatibile con il mondo.

Eppure, con quanta facilità scendiamo a compromessi. Con quanta facilità abbandoniamo i nostri valori assoluti. Con quanta facilità permettiamo che le qualità del nostro carattere si corrompano, mentre cerchiamo di compiacere noi stessi sotto la pressione del sistema in cui viviamo.

Sarà bene ricordarci, fin dall’inizio, che Dio è il Dio che non scende a compromessi. Dio non scende mai a compromessi su un valore assoluto. Non scende mai a compromessi su un principio; e noi, come Suoi figli, dobbiamo fare lo stesso.

Prima di esaminare Daniele, vorrei condividere con voi un passo di 2 Corinzi capitolo 6 e poi un altro di Ebrei, per aiutarvi a comprendere questo punto. In 2 Corinzi capitolo 6, versetto 17, credo che troviate un riassunto dell’insegnamento del Nuovo Testamento riguardo a questo genere di separazione. Dice: “Perciò uscite di mezzo a loro” — e “loro” si riferisce agli idolatri, alle persone legate a Satana, agli increduli, agli ingiusti, a coloro che sono nelle tenebre, al mondo non rigenerato — “e separatevene, dice il Signore, e non toccate nulla d’impuro; e Io vi accoglierò, e sarò per voi come un Padre e voi sarete per Me come figli e figlie, dice il Signore onnipotente”.

Ora ascoltate: Dio è Colui che è separato e non scende a compromessi; ed Egli dice che il Suo popolo, per manifestare davvero di essere il Suo popolo, deve anch’esso essere un popolo separato, che non scende a compromessi. Quando scendiamo a compromessi con il mondo, questo produce effetti devastanti in due ambiti. Prima di tutto, compromette la nostra adorazione, come vediamo in Ebrei capitolo 13. Quando accettiamo il criterio del mondo e mettiamo da parte i criteri di Dio, distruggiamo la nostra adorazione.

Lasciate che ve lo mostri. Ebrei 13, versetto 12, un passo straordinario. “Perciò”, dice Ebrei 13:12, “anche Gesù, per santificare” — o separare, perché questo significa “santificare” — “il popolo con il Proprio sangue” — cioè, per separarlo dal peccato — “soffrì fuori della porta”.

In altre parole, ricordate che, nel sistema sacrificale d’Israele, quando giungeva il momento di uccidere l’agnello per i peccati del popolo, quei peccati venivano posti simbolicamente su un altro animale, e quell’animale veniva condotto fuori della città, fuori delle porte, separato dal popolo. Gesù si richiama semplicemente a questa chiara idea di separazione. Quando morì, morì separato dalla città, fuori delle mura, fuori dal consorzio umano. Morì separato “per acquistare un popolo separato”. Questo è il punto.

Poi, al versetto 13, viene detto che, se Cristo Si separò per acquistare un popolo separato, “usciamo dunque fuori dell’accampamento e andiamo a Lui, portando il Suo obbrobrio”. In altre parole, viviamo dunque vite separate. Se Egli morì separato per acquistare un popolo separato, allora viviamo una vita separata. “Poiché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura”. E quando lo abbiamo fatto, “per mezzo di Lui offriamo continuamente a Dio un sacrificio di lode”.

In altre parole, non potete neppure adorare se non vivete una vita separata. Non presentatevi a Dio con la vostra lode, con il rendimento di grazie che sale dalle vostre labbra, con le vostre buone opere, con ciò che condividete e con i vostri sacrifici offerti a Lui, a meno che tutto questo non scaturisca da una vita separata. Questo è il punto. Siamo chiamati a essere separati.

Giovanni lo espresse così: “Non amate il mondo né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui”. Giacomo lo espresse così: “Non sapete che l’amicizia del mondo è inimicizia verso Dio?”. Non potete essere amici del mondo e amici di Dio. Siamo dunque chiamati a una vita separata. E se non siamo separati, distruggiamo la nostra adorazione.

In secondo luogo, il compromesso distrugge il nostro servizio. Distrugge il nostro servizio. Non possiamo servire il Signore. Diventiamo inutili. In 2 Timoteo capitolo 2, versetto 20, viene detto: “In una grande casa non ci sono soltanto vasi d’oro e d’argento, ma anche vasi di legno e di terra; gli uni sono destinati a un uso nobile, gli altri a un uso ignobile”. Probabilmente è così anche in casa vostra, non è vero? Avete le stoviglie vecchie, sapete, quelle con le mele sbeccate, quelle di plastica e tutte quelle spaiate che usano tutti in famiglia. Poi, quando arriva qualcuno d’importante, tirate fuori le cose belle, e tutti i bambini dicono: “Come mai noi non le usiamo mai?”. È tipico. Lo facciamo tutti. Abbiamo, sapete, gli oggetti di ogni giorno con cui mangiamo, le posate comuni, e poi abbiamo l’argenteria finissima che si usa soltanto nelle occasioni speciali.

Ebbene, lo stesso vale per Dio. Nel tesoro degli utensili di Dio — skeuos, è una parola che indica qualunque genere di utensile — vi sono oggetti destinati a un uso onorevole e altri a un uso ignobile. Ora, se volete essere un utensile che Dio possa usare, purificatevi da queste cose. Da che cosa? Dai falsi maestri, dai falsi insegnamenti e dal falso modo di vivere che li caratterizza. Separatevi dall’empietà. Fuggite le passioni giovanili. Evitate le discussioni stolte e insensate, che generano contese. In altre parole, separatevi dai falsi insegnamenti, dai falsi criteri e dai falsi modi di vivere, altrimenti non potrete essere un vaso adatto all’uso del Maestro.

Ora, cari, ciò che sto dicendo è questo: Dio ci chiama alla separazione, e se non viviamo una vita separata distruggiamo la nostra adorazione e distruggiamo il nostro servizio per Lui. Nella nostra vita deve avvenire una vera opera di purificazione.

Una volta, uno yacht si trovava all’ancora sul fiume Niagara. All’improvviso, poiché l’acqua scorreva piuttosto rapidamente, il vento soffiava e sul fiume vi era una piccola agitazione, la fune che teneva la barca al molo si spezzò. Lo yacht cominciò a essere trascinato dalla corrente, e a bordo vi erano alcune persone. Furono prese dal panico mentre la barca si dirigeva rapidamente verso le cascate del Niagara.

Alcuni si accusavano a vicenda e si urlavano contro per stabilire chi fosse il colpevole: “Perché mi hai fatto salire su questa barca?”, e così via. Sentivano il rombo delle cascate immediatamente davanti a loro. Che cosa doveva fare il comandante? Ebbene, era un uomo d’azione. E, secondo The Chronicle, aveva a bordo un candelotto di dinamite. Lo incastrò nello scafo, accese la miccia e aprì un enorme squarcio nel mezzo della barca, che cominciò immediatamente ad affondare. Una volta che la barca fu affondata e non venne più trascinata dalla corrente, le persone poterono essere facilmente soccorse mentre vi si aggrappavano, in acque piuttosto basse.

Suppongo che debba accadere qualcosa del genere anche nella nostra vita. A un certo punto, come credenti, dobbiamo autoaffondare la nave del compromesso. Dobbiamo mandare a fondo l’imbarcazione della mondanità, altrimenti ci ritroveremo a procedere rapidamente verso il disastro.

È a questo che Dio ci chiama. Questo è il criterio secondo il quale dobbiamo vivere. E il nostro modello non è altri che il Signore Gesù Cristo. In Ebrei capitolo 7, versetto 26, viene detto: “Un sommo sacerdote così ci conveniva” — ascoltate — “santo, innocente, immacolato” — ora ascoltate questo — “separato dai peccatori”. Egli è il modello: santo, innocente, immacolato, separato dai peccatori. Dio ci chiama a una vita simile. Dio ci chiama a un impegno simile.

Mosè, sapete, prese questo impegno a vivere una vita separata. In Ebrei 11:26 viene detto di Mosè: “Preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio anziché godere per breve tempo i piaceri del peccato; stimando l’obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto, perché aveva lo sguardo rivolto alla ricompensa. Per fede abbandonò l’Egitto, senza temere l’ira del re, perché rimase saldo, come se vedesse Colui che è invisibile”. In altre parole, Mosè scelse Dio anziché il faraone. Scelse il cielo anziché la terra. Scelse la povertà nella volontà di Dio anziché le ricchezze fuori dalla volontà di Dio. Scelse la volontà di Dio anziché i tesori d’Egitto.

Rut prese un impegno simile. “Esse alzarono la voce e piansero di nuovo. Orpa baciò sua suocera, ma Rut rimase stretta a lei. Naomi disse: Ecco, tua cognata è tornata al suo popolo e ai suoi dèi; torna anche tu, seguendo tua cognata”. In altre parole, a Rut, che rimane aggrappata a lei, viene detto: “Torna alla tua vita di prima; torna agli dèi pagani”.

Ma Rut disse: “Non pregarmi di lasciarti e di andarmene senza seguirti; perché dove andrai tu andrò anch’io, e dove starai tu io pure starò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio; dove morirai tu morirò anch’io e là sarò sepolta. Il Signore mi tratti con tutto il Suo rigore, se altra cosa che la morte mi separerà da te”. E quando vide che era fermamente decisa ad andare con lei, smise di insistere. Rut disse: “Non tornerò alla mia vita precedente. Sono consacrata a Dio e, poiché tu Lo rappresenti, sono consacrata a te”.

Davide prese lo stesso impegno. Nel Salmo 119 Davide disse: “Ho giurato, e lo manterrò: osserverò i Tuoi giusti giudizi”. Al versetto 115 disse: “Allontanatevi da me, malfattori” — andatevene — “e io osserverò i comandamenti del mio Dio”.

Mosè non scese a compromessi, Rut non scese a compromessi e neppure Davide lo fece. Di Barnaba, quell’amabile uomo di Dio che vediamo nel Nuovo Testamento e che ebbe un ruolo così importante nella vita della chiesa primitiva, in Atti 11:23 viene detto: “Quando giunse e vide la grazia di Dio, si rallegrò ed esortò tutti ad attenersi al Signore con cuore risoluto”. Barnaba esortò la chiesa primitiva a non scendere a compromessi e a rimanere saldamente unita al Signore.

Ma non esiste esempio migliore del carattere di uno spirito che non scende a compromessi di quello di Daniele; dunque guardiamo a lui. E, tra parentesi, Ezechiele, che era contemporaneo di Daniele, doveva pensarla allo stesso modo, perché quando volle presentare un elenco dei grandi uomini giusti della storia, in Ezechiele 14:14 disse che erano Noè, Daniele e Giobbe. E collocò Daniele proprio in mezzo, benché gli altri due fossero morti da molto tempo e Daniele fosse ancora vivo. Raramente un uomo vivente riceve un onore simile. Di solito bisogna aspettare che muoia.

Daniele era un grande uomo, un uomo giusto. Questa sera, esaminando i primi otto versetti, vedremo perché. Cominciando dai versetti 1 e 2, troviamo la condizione, la condizione. Abbiamo già esaminato questi versetti, perciò non occorre dedicarvi molto tempo; ci limiteremo a leggerli brevemente e a fare una o due osservazioni.

“Nel terzo anno del regno di Ioiachim, re di Giuda” — Giuda era il regno meridionale — “Nabucodonosor, re di Babilonia, marciò contro Gerusalemme e la cinse d’assedio. E il Signore diede nelle sue mani Ioiachim, re di Giuda, insieme con una parte degli arredi della casa di Dio; egli li trasportò nel paese di Sinear, nella casa del suo dio, e portò gli arredi nella casa del tesoro del suo dio”.

Ora, abbiamo dedicato a quei due versetti due lezioni, almeno due ore d’insegnamento. Voglio soltanto ricordarvi che il libro comincia con una nota molto dolorosa. Ciò che troviamo qui è la prima delle tre fasi della cattività babilonese. Il regno settentrionale è in cattività ormai da molto tempo; e adesso Giuda, ciò che rimane del popolo d’Israele, è stato infedele e disubbidiente, e quindi è giunto il suo giudizio.

Nabucodonosor, re di Babilonia, che ormai, a tutti gli effetti, domina tutta quella parte del mondo, muove contro Israele, cioè contro Giuda, lo assedia e porta via i prigionieri. Così, in questa serie di tre deportazioni, con la prima, avvenuta al tempo di Ioiachim, i prigionieri vengono condotti a Babilonia. E il libro comincia dunque con una nota dolorosa.

E non potete fare a meno di ripensare a quante volte Dio aveva avvertito il popolo. Vi ho detto che Dio li avvertì in tre modi. Primo, li avvertì per mezzo dei profeti, i quali predicavano continuamente che, se non si fossero ravveduti, sarebbero stati giudicati. Secondo, li avvertì per mezzo degli Assiri, che invasero il loro paese e li sottoposero a una pressione tremenda; ogni volta Dio li liberò, ma essi assaggiarono un poco che cosa avrebbe significato vivere sotto un’oppressione straniera. Eppure non ascoltarono mai i profeti e non impararono mai nulla dagli Assiri.

Infine, Dio li avvertì mandando in cattività il regno settentrionale. Avrebbero dovuto imparare vedendo che cosa era accaduto al nord, ma non impararono da nessuna di queste cose. Continuarono dunque nel loro peccato, e Dio fu paziente, misericordioso e pieno di grazia finché poté esserlo; ma lo stesso Dio che in Genesi 6 disse: “Il Mio Spirito non contenderà per sempre con l’uomo”, smise di contendere con Giuda, fece venire il giudizio ed essi furono condotti in cattività.

Ora, nella prima deportazione partirono Daniele, i suoi amici e un intero altro gruppo di giovani menzionati nel brano. Li incontriamo più avanti, ai versetti 6 e 7, e vi arriveremo tra un momento.

Ma l’intero scopo, qui, è preparare la scena. Daniele viene condotto in cattività. L’intera nazione non è ancora stata deportata, perché Dio vuole che Daniele sia già là, pronto per quando giungerà il resto del popolo. Ora, il versetto 2 ci dice — ed è soltanto una nota interessante — che, quando Nabucodonosor compì questo primo assedio e sconfisse effettivamente Ioiachim, non lo depose mai dal trono. È un particolare che vale la pena aggiungere.

Aveva visto che in passato Ioiachim era stato un vassallo docile del faraone d’Egitto, perciò ritenne che fosse abbastanza debole da poter essere lasciato lì e abbastanza intimidito da non tentare nulla. Così lasciò Ioiachim al suo posto, lasciò che se ne stesse lì ad aspettare.

Ma, per dimostrare la propria potenza, rubò dalla casa di Dio tutti gli arredi di valore. Saccheggiò letteralmente il tempio e prese ogni cosa preziosa. Perché? Perché, se riuscivate a rubare gli oggetti appartenenti al dio, o agli dèi, di una potenza straniera, dimostravate la vostra grandezza.

Se il loro dio non riusciva a difenderli neppure abbastanza da trattenere ciò che si trovava nel suo stesso tempio, non c’era motivo di preoccuparsi di lui. Perciò i conquistatori, quando sottomettevano una nazione, raccoglievano immancabilmente tutte le ricchezze del tempio degli dèi di quella nazione e le trasportavano nel proprio paese, per affermare la loro superiorità sugli dèi falsi, sugli dèi stranieri.

Così Nabucodonosor raccolse tutto e, viene detto, lo portò nella casa del suo dio. Esistono così tanti nomi per indicare quale fosse il suo dio che è quasi impossibile saperlo; ma sembra che le divinità principali fossero legate al dio Bel, che a sua volta è collegato a Baal. A volte compare con il nome di Merodac, altre volte con quello di Marduk, e l’elenco continua. Non riuscivano mai a mettere ordine nella loro teologia e, comunque, mescolavano sempre tutto. Qualunque fosse il suo dio, Nabucodonosor portò gli arredi del tempio nella casa del tesoro di quel dio.

Ora, credo che questo particolare ci venga indicato per mostrarci quanto totale sarebbe stata la rovina imminente. Dio non difendeva più neppure Giuda. Il tempio stesso di Dio poteva essere saccheggiato e Dio non interveniva. La difesa di Giuda era finita. Dio li aveva difesi contro gli Assiri. Ora Dio non li difendeva più affatto.

Sapete, doveva essere un periodo molto duro anche per Daniele. Perfino settant’anni dopo la sua deportazione, settant’anni più tardi, al capitolo 6, versetto 10, quando pregava Daniele si rivolgeva verso Gerusalemme. Settant’anni dopo, il suo cuore desiderava ancora la città di Gerusalemme. Potete immaginare che cosa dovette accadere nel suo cuore proprio nel momento in cui fu fatto prigioniero. Questa è dunque la situazione: un popolo prigioniero in una terra straniera.

Ora, in secondo luogo, consideriamo il piano, il piano. Dalla situazione al piano, versetti da 3 a 7. Questa è senza dubbio una delle parti più affascinanti del libro e prepara la scena per tutto ciò che accadrà nella vita di Daniele laggiù.

Vi ho detto poco fa — e voglio che afferriate bene questo punto, perché si tratta dello sfondo storico — che, quando Nabucodonosor assediò Gerusalemme per la prima volta, proprio nel mezzo dell’operazione ricevette la notizia che suo padre stava morendo. Lasciò dunque le cose al punto al quale erano arrivate e dovette tornare a Babilonia per affrontare la situazione causata dalla morte del padre. Perciò lasciò Ioiachim al potere. Ora notate bene questo: lo lasciò al potere.

Ma, per assicurarsi della sua lealtà e avere la certezza che Ioiachim non organizzasse qualche ribellione e non sopraffacesse la forza minima che Nabucodonosor aveva lasciato, fece una cosa molto astuta: prese degli ostaggi. La prima deportazione, dunque, non fu realmente una deportazione di massa del popolo di Giuda. Stava semplicemente prendendo degli ostaggi, finché non fosse potuto tornare nel 597 per intervenire in grande stile e, infine, nel 586, distruggere l’intera nazione. Il versetto 3 ci dice che cosa fece.

“Poi il re ordinò ad Aspenaz, capo dei suoi eunuchi, di condurgli alcuni dei figli d’Israele, della stirpe reale e dei nobili”. Ora, voleva degli ostaggi, e voleva ostaggi presi direttamente dalla famiglia reale e dalla nobiltà principesca del paese di Giuda.

Tra parentesi, la parola tradotta “parlò”, nell’espressione “il re parlò”, in ebraico è in realtà il termine “ordinò”. Alcuni ritengono che “Aspenaz” sia un nome proprio e che quest’uomo si chiamasse Aspenaz. Altri pensano che il termine indichi un titolo, riferito a qualcuno che è un capo, un dirigente o un sovrintendente. Che si tratti di un titolo o di un nome non è davvero importante. Per quanto ci riguarda, accetteremo semplicemente che sia un nome. È molto più facile parlare di lui in questi termini. Così il re dà un ordine a quest’uomo, Aspenaz, e il testo ci dice che era il capo dei suoi eunuchi.

Ora, ogni re aveva persone che lavoravano per lui o lo servivano. Alla corte di un re vi erano degli eunuchi. Fondamentalmente, un eunuco era una persona della quale, secondo Isaia, si poteva dire che fosse un albero secco. In altre parole, aveva subito un’emasculazione chirurgica che lo rendeva eunuco. Persone di questo genere venivano poi incaricate di sorvegliare gli harem e di svolgere mansioni specifiche nell’ambiente reale.

È anche vero — e vogliamo sottolinearlo perché lo comprendiate chiaramente — che, poiché gli eunuchi servivano comunemente il re, il termine “eunuco” finì per essere usato per molte persone che servivano il re senza essere necessariamente state rese eunuchi mediante un intervento chirurgico. La parola, dunque, poteva indicare qualcuno che aveva subito quell’operazione fisica oppure semplicemente qualcuno che serviva il re.

Infatti, Potifar viene indicato come eunuco in Egitto, e noi sappiamo che era sposato e aveva una moglie, perché conosciamo l’episodio di Giuseppe e della moglie di Potifar. Nel caso di Potifar, dunque, egli poteva essere definito eunuco senza esserlo realmente dal punto di vista fisico. Ma la definizione di Isaia indica effettivamente l’aspetto fisico dell’essere eunuco.

Ora, è difficile sapere se Daniele fosse davvero un eunuco in senso fisico. A me sembra — e credo di averlo già menzionato in passato — molto probabile che il re rendesse eunuchi questi giovani quando entravano al suo servizio; e questo potrebbe spiegare in qualche modo perché Daniele non si sposò mai. Non viene mai collegato a una famiglia; per tutta la vita lo troviamo al servizio del re.

Comunque stessero le cose, quest’uomo, Aspenaz, era il capo delle persone legate al re: eunuchi in senso fisico ed eunuchi nel senso di servitori del re. A quest’uomo viene dunque dato l’ordine — e vogliamo capire bene chi sia, perché lo incontreremo di nuovo —; egli occupa un incarico importante. La parola “capo” equivale letteralmente alla parola “principe”. Deve radunare questi giovani.

Ora, alcuni storici hanno indicato che fossero almeno fra cinquanta e settantacinque. A quanto pare esistono alcuni dati sui quali possono basarsi per affermare che si trattasse di un gruppo relativamente numeroso; da cinquanta a settantacinque giovani potrebbe essere una buona stima. Notate: erano figli d’Israele. Questo non significa che provenissero dal regno settentrionale, perché ormai alcuni abitanti del nord, appartenenti alle dieci tribù, erano emigrati al sud prima della catastrofe del nord, e così tutto Giuda racchiudeva realmente in sé la discendenza d’Israele.

Dunque, alcuni dei figli d’Israele che erano “della stirpe reale e dei nobili”: la famiglia reale e la nobiltà. Nabucodonosor voleva come ostaggi i migliori, per assicurarsi che Ioiachim non facesse nulla che non avrebbe dovuto fare.

In secondo luogo — ora fate attenzione — Nabucodonosor voleva anche formare questi giovani nella sua corte, nel suo palazzo, perché lo aiutassero ad amministrare gli affari dei Giudei; infatti, nella sua mente aveva già deciso che avrebbe reso Giuda uno stato vassallo di Babilonia. Stava per conquistare il mondo e avrebbe dovuto sapere come governare questo popolo giudeo; perciò voleva alcuni ragazzi giudei ben preparati, che potesse letteralmente fondere e rimodellare come Caldei, ma che conservassero un retroterra giudaico, così da poterli usare nelle manovre che riteneva necessarie per amministrare il proprio dominio sui Giudei.

Guardate il versetto 4. Dice che non soltanto dovevano appartenere alla stirpe reale — cioè alla famiglia reale stessa — e ai nobili — cioè alla nobiltà di corte —, ma dovevano essere “giovani”, yeledim in ebraico. È molto difficile definire esattamente questa parola, ma la maggior parte dei commentatori concorda che non potevano avere più di diciassette anni e probabilmente non meno di tredici o quattordici. Daniele, dunque, a quel tempo era un adolescente.

Sappiamo che settant’anni più tardi esercitava ancora il governo. Ricopriva ancora un ruolo di guida a Babilonia, e quindi doveva essere molto giovane in quel momento. Questi giovani, dunque, avevano più o meno fra tredici e diciassette anni, ed è probabile che Daniele ne avesse forse quattordici o quindici, non di più. Tenete bene a mente questo particolare, perché è un pensiero straordinario. Era soltanto un ragazzo, soltanto un adolescente.

Platone parlò dell’educazione dei giovani in Persia come di un percorso che cominciava a quattordici anni e terminava a diciassette. Le usanze babilonesi erano probabilmente molto simili. Cercavano dunque un periodo di formazione nel quale trasformare questi ragazzi giudei in Caldei.

Ora voglio che vediate che genere di ragazzi cercavano; è davvero interessante. Versetto 4: “senza alcun difetto”. La parola ebraica è mum e significa “difetto fisico”. Non volevano nessuno che avesse una menomazione fisica. Volevano un esemplare fisico perfetto. Qui si sta parlando della salute dell’individuo.

In secondo luogo, notate che dice “di bell’aspetto”. Questo riguardava il volto, la loro avvenenza. Fondamentalmente, mum si riferisce probabilmente al corpo e alle sue capacità fisiche, mentre “ben formati” riguarda in particolare il viso, benché possa comprendere anche la conformazione fisica. Stavano valutando le caratteristiche esteriori.

È tipico. Quando Israele volle scegliersi un re, chi scelse? L’uomo più alto e più bello del paese, Saul; e che fallimento si rivelò. È tipico: l’apparenza. Procurateci i giovani più belli, meglio formati, vigorosi e avvenenti. Non vogliamo nessuno che abbia un difetto nel corpo o nel volto.

E non soltanto dal punto di vista fisico; in quale altro modo il mondo valuta le persone? Prima per le caratteristiche fisiche, e poi per il cervello. Il fisico e la mente: è davvero tutto ciò su cui il mondo può basarsi. “Versati in ogni sapienza”. Qui sono elencati quattro requisiti intellettuali.

Primo: “versati in ogni sapienza”. Significa intellettualmente superiori, molto intelligenti, capaci di distinguere, capaci di prendere decisioni, capaci di applicare la verità alle situazioni. Volevano ragazzi davvero superiori dal punto di vista intellettuale.

In secondo luogo, nell’ambito mentale, “dotati di conoscenza”. Significa superiori nell’istruzione. Possedevano le informazioni giuste. Avevano ricevuto la formazione giusta. Letteralmente l’ebraico dice “conoscitori della conoscenza”: persone informate, buoni studenti, ben istruiti. Cercavano dunque persone istruite e capaci di applicare ciò che sapevano nel fare distinzioni e prendere decisioni.

In terzo luogo, volevano persone che comprendessero la scienza. E, a quanto pare, questo termine ebraico trasmette l’idea della capacità di mettere in relazione. Primo, conoscere i fatti; secondo, applicare i fatti; terzo, correlare i fatti, armonizzare molti elementi e prendere decisioni. In realtà, è essenzialmente ciò che fa la scienza, non è vero? La scienza trae conclusioni mettendo in relazione i dati. Dovevano essere capaci di ragionare in termini di correlazione.

Infine, dovevano avere “la capacità di stare nel palazzo del re”. Questo riguardava una terza dimensione delle qualità che cercavano. La prima era fisica: senza difetti e ben formati; la seconda era mentale: versati in ogni sapienza, dotati di conoscenza e capaci d’intendere la scienza; la terza era sociale. Dovevano possedere il portamento, le buone maniere e l’eleganza sociale necessaria per stare nel palazzo di un re senza fare la figura degli imbranati.

Ora, ve lo dico: io non ce l’avrei mai fatta. Tanto per cominciare, sarei stato squalificato in ogni categoria. Ma anche se fossi riuscito a superare le prime due — cosa impossibile — non avrei mai superato la terza, perché ogni volta che mi trovo in una situazione molto importante faccio sempre la cosa sbagliata.

Ricordo che non molto tempo fa mi trovavo a Dallas, in Texas, e qualcuno telefonò dicendo: “Oggi vogliamo che pranzi con una certa signora. Ha apprezzato il tuo messaggio. Desidera conoscerti e pranzeremo nel club all’ultimo piano riservato ai petrolieri di Dallas; sarai ospite di questa signora”. E io dissi: “Fantastico”. Sam Ericsson era con me. Gli dissi: “Vieni, Sam; puoi venire anche tu”.

Non mi rendevo conto di quanto fosse importante la cosa — e intanto mi portavo dietro Sam, sapete, come se la festa fosse mia. Comunque, durante il giorno ero impegnato e mi infilai semplicemente un maglione. Avevo studiato, mi misi un maglione e uscii. Dovevo soltanto pranzare con questa simpatica signora. Entrammo nell’ascensore. Continuavamo a salire, sempre più in alto, e pensai che forse, durante il tragitto, fossimo stati rapiti in cielo. Finalmente arrivammo all’ultimo piano; uscii e, ve lo assicuro, quel posto era incredibile.

E vi sentite immediatamente a disagio. Vi sentite fuori posto: come se le scarpe non andassero bene, i pantaloni fossero sbagliati e ci fosse qualcosa di terribilmente fuori posto — i capelli, sapete, le orecchie che non sono dove dovrebbero —; vi sentite… vi sentite strani, perché tutti vi fissano, e si udivano molti: “Ehm… ehm… ehm. Sì, signore? Cercava qualcuno?”.

“Sì, dovrei incontrare…”, e dissi il nome. Il tizio mi squadrò da capo a piedi. Poi uscì quella cara signora e disse: “Oh, è un piacere conoscerla”. Io non capivo che cosa non andasse. Ebbene, scoprii che non si poteva salire con quell’ascensore senza giacca e cravatta. Così l’uomo andò nel ripostiglio sul retro. Disse: “Credo che abbiamo una giacca che può prendere in prestito”.

Andò nel ripostiglio e mi portò una giacca taglia americana 48, modello corto. È vero; guardai l’etichetta. Mi arrivava fin quassù ed era larga fin qui. E, voglio dire, credo che fosse stata… aveva addosso una quantità incredibile di macchie. Rimasi seduto per tutto il pranzo, in mezzo a quel club di petrolieri, con la mia giacca 48 corta, cercando di fingere di possedere una certa eleganza sociale. Mamma mia, quanto ero fuori dal mio ambiente! Datemi McDonald’s; al massimo Carl’s, sapete? Non ce l’avrei fatta.

Quando il mondo cerca persone adatte alle proprie esigenze, le valuta sul piano fisico, mentale e sociale. Tutto qui. Perché è tutto ciò che riesce a comprendere. Non sapevano nulla del carattere. Non sapevano nulla della qualità spirituale. Non sapevano nulla della virtù. Non sapevano nulla della moralità. Dicevano: “Procurateci i ragazzi più intelligenti, più belli e più raffinati che riusciate a trovare. Poi li fonderemo e li rifaremo come Caldei”. Questo era l’intero piano. Era un complotto, cari — ascoltate — per sottoporre questi giovani Giudei a un lavaggio del cervello. Un piano di lavaggio del cervello, chiaro e semplice. Volevano lavorarseli per bene.

Qual era il loro scopo? Alla fine del versetto 4: “affinché si insegnassero loro la cultura e la lingua dei Caldei”. Ora, “Caldei” è un termine usato in modo intercambiabile con “Babilonesi”. In origine i Caldei erano un gruppo distinto, ma, con la crescita dell’Impero babilonese e il predominio dell’astrologia, della cultura e delle scienze caldee nell’Impero babilonese, il termine “Caldeo” divenne sinonimo di “Babilonese”. Volevano dunque trasformarli in Babilonesi, o Caldei, a tutti gli effetti. Volevano che apprendessero la cultura dei Caldei.

Che cosa comprendeva questa cultura? Tra parentesi, la lingua dei Caldei era una lingua molto, molto potente e importante a quel tempo; il popolo giudeo non la conosceva e quindi avrebbe dovuto impararla, ma essa avrebbe permesso loro di comunicare in tutta quella parte del mondo, perché dominava l’intera regione.

Oltre a questo, la cultura dei Caldei è molto interessante. L’International Standard Bible Encyclopedia ci informa che comprendeva le antiche lingue babilonesi, i due dialetti del sumero e una certa conoscenza del cassita, che sembra essere stato affine alla lingua ittita. Vi erano poi altre lingue delle regioni immediatamente circostanti. In altre parole, sarebbero diventati letteralmente degli esperti linguisti.

Inoltre, i Caldei conoscevano l’astronomia e l’astrologia. Possedevano un sistema matematico sofisticato, basato su una numerazione sessagesimale. Avevano una certa conoscenza della storia naturale. Possedevano un immenso patrimonio mitologico, comprendente leggende sulla creazione e sul diluvio. Avevano anche una straordinaria molteplicità e abbondanza di dèi, un intero pantheon di divinità. Conoscevano profondamente l’agricoltura. Erano forse i migliori architetti del mondo intero, come dimostrano molti celebri edifici di Babilonia. Forse vi interesserà sapere che, nella costruzione dei giardini pensili di Babilonia e dei palazzi, avevano sviluppato già allora un sofisticato sistema di condizionamento dell’aria.

Questi giovani sarebbero dunque stati esposti a tutto questo sapere. Che si trattasse di architettura, agricoltura, lingue, teologia o storia, sarebbero diventati Caldei eruditi. I Caldei erano esperti anche di magia, stregoneria, incantesimi, presagi e formule magiche, preghiere, inni, miti, leggende e conoscenze scientifiche. Erano esperti nella lavorazione del vetro. Lo sappiamo. E così via, e così via, senza fine. Quei giovani avrebbero imparato tutto questo. Era un processo di lavaggio del cervello.

Sapete una cosa? Non è molto diverso da ciò che oggi università e college si propongono di fare ai giovani: togliere loro la fede, derubarli della loro eredità, rimodellarli con le idee empie, atee, umanistiche e socialiste che riempiono i loro libri e la mente dei loro insegnanti. Mandare oggi vostro figlio o vostra figlia in un college o in un’università non significa sempre fargli un favore; può significare esporlo a un processo di lavaggio del cervello. Purtroppo, perfino i seminari del nostro paese che un tempo sostenevano la Parola di Dio, ma che ora l’hanno abbandonata come autorità, sottopongono le persone a un lavaggio del cervello, inducendole a credere che le risposte umane dimostrino che non possiamo fidarci di Dio e che la Sua Parola non è vera. Un altro processo di lavaggio del cervello.

Ricordate Mosè, quando si trovava in Egitto? In Atti 7:22 viene detto: “Fu istruito in tutta la sapienza e in tutte le arti degli Egiziani”. Ma sapete una cosa? Ci sono persone che proprio non si possono corrompere. Non ci si riesce. E tra un momento incontreremo persone di questo genere.

Le università e i seminari dei Caldei avrebbero cercato di distruggere tutto ciò che Daniele e i suoi amici conoscevano di Dio e dell’eredità che Dio aveva posto in mezzo al loro popolo. Volevano che dimenticassero Dio, che dimenticassero la verità di Dio, che cancellassero tutto il passato. Credetemi, cari, questo è lo sforzo dell’istruzione moderna. Dal momento in cui vostro figlio va a scuola — eccettuati gli insegnanti timorati di Dio e le persone che amano Cristo e che incontrano i vostri figli — riceverà un sistema di valori umanistico, empio e ateo, orchestrato da Satana per cancellare Dio dal quadro e sottoporre quelle menti a un lavaggio del cervello, affinché servano Satana. Questo è il piano.

Al versetto 5 il piano entra in una nuova fase. “Il re assegnò loro una razione giornaliera delle sue vivande” — prelibatezze, carne, cibo. La parola qui significa “prelibatezze”. Non si trattava del cibo comune. Credo che la RSV lo traduca correttamente con “cibi ricchi”. Dovevano dunque ricevere una porzione delle prelibatezze del re. Ora, perché? Perché dar loro da mangiare il cibo del re? Mamma mia, io ho vissuto per un po’ in un dormitorio. Qualunque re avesse mangiato quella roba avrebbe abdicato molto tempo prima. Perché dar loro da mangiare proprio quello? Faceva parte dell’istruzione?

Ascoltate, uno degli elementi più basilari del lavaggio del cervello è creare un senso di obbligo: farli sentire in debito, provvedere per loro in modo sontuoso, così che il loro sostentamento dipenda da voi e si sviluppi una dipendenza da ciò che fornite. Li abituate a pretendere ciò che offrite loro, e a quel punto li avete in pugno. Sapete: “Come li terrete in fattoria, dopo che hanno visto Parigi?”.

Date loro da mangiare il cibo dei Caldei e vedrete se torneranno mai alle misere verdure e all’acqua alle quali erano abituati. Seduceteli attraverso gli appetiti, fateli sentire in debito per ciò che ricevono e innalzate il loro tenore di vita fino al livello che desiderate, così che non possano mai tornare all’altro modo di vivere. Tutto faceva parte del lavaggio del cervello.

Il re stesso era un uomo intelligente. Nabucodonosor era un uomo brillante. Predispose questa situazione e ordinò ad Aspenaz di dare a quei giovani le prelibatezze del re e il vino che il re beveva. Ora, bevevano vini di ogni genere, ma il vino del re sarebbe stato il vino migliore, il migliore. Per tre anni, viene detto, affinché al termine dei tre anni potessero stare davanti al re. Sarebbero entrati dicendo: “O re, mamma mia, quanto sei buono! Accidenti! Guardaci, re, quanto siamo sani. Per tre anni abbiamo mangiato tutta quella roba squisita. Ce la siamo spassata”.

E l’espressione “stare davanti al re” si riferisce al servire il re. Avete sentito? Servire il re. “Stare davanti” significa “servire”. Lo troviamo continuamente. Viene detto che gli angeli stanno davanti al trono di Dio facendo che cosa? “Attendendo un incarico per servire”. Il profeta Geremia stava davanti a Dio, in attesa di essere mandato a servire. Il re dice: “Voglio persone che mi servano, e so che mi serviranno se si sentiranno in debito con me. So che mi serviranno se dipenderanno dai miei beni e dal mio tenore di vita”.

Avete mai assaggiato qualcosa di simile? Siete mai andati da qualche parte e vi siete concessi il lusso più sfrenato per due o tre giorni, o magari anche soltanto per un giorno? Oppure qualcuno vi ha portati in un ristorante, sapete, e il conto è stato di circa 50 dollari, e voi ne avete avuto appena un assaggio e avete pensato: “Ragazzi, sapete, potrei abituarmi a questo, non è vero? È così che merito di essere trattato”.

Ebbene, questa è l’intera idea del lavaggio del cervello. Questa è la trappola. E a quanto pare — volete sapere una cosa? — se furono condotti lì da cinquanta a settantacinque giovani, il sistema deve aver funzionato con circa settantuno di loro, perché gli unici che incontriamo e che non caddero vittime del processo di lavaggio del cervello sono quattro, soltanto quattro.

Versetto 6: “Fra loro vi erano, tra i figli di Giuda, Daniele, Anania, Misael e Azaria”. Notate: “fra loro”. Significa che ve ne erano molti altri, e in mezzo a loro soltanto quattro, soltanto quattro. Non sono molte le persone al mondo che resistono al tentativo del mondo di fare loro il lavaggio del cervello. Non sono molte le persone che non comprano ciò che il mondo vende, che non ballano al ritmo del mondo. Erano soltanto quattro. E sapete che cosa fecero? Versetto 7: “Il capo degli eunuchi diede loro altri nomi: a Daniele diede il nome di Beltsatsar; ad Anania quello di Sadrac; a Misael quello di Mesac; e ad Azaria quello di Abed-Nego”.

Ora, sapete che cosa accadde? Cambiarono tutti i loro nomi, sostituendoli con nomi caldei. Anche questo fa parte del processo di lavaggio del cervello. Dimenticate le vostre radici. Dimenticate la vostra eredità. Dimenticate la vostra famiglia. Dimenticate il vostro passato, quando dimenticate chi siete veramente. Non avete più alcuna identità. Avete semplicemente perduto la vostra identità.

Ricordo che, per moltissimi anni, venivo sempre presentato come il figlio del dottor Jack. Io non ero nessuno. Ero soltanto il figlio del dottor Jack. Se non ci fosse stato il dottor Jack, non ci sarei stato neppure io. È proprio vero. Ma non dimenticherò mai il giorno in cui qualcuno, presentandomi a una signora, disse: “Oh, questo è il figlio del dottor Jack”. Lei disse: “Oh, dottor Jackson, è un piacere conoscerla”. Ero il dottor Jackson, chiunque fosse il dottor Jackson. Non mi dispiacerebbe essere il dottor Jackson, se fossi il dottor Jackson. Recidere il legame delle persone con le proprie radici non è una novità ed è una pratica comune ancora oggi.

Questa settimana leggevo un libro sul dottor Hong, che, cosa molto interessante, era cresciuto nella Corea del Nord. Quest’uomo davvero singolare, cresciuto nella Corea del Nord — in realtà l’ho incontrato proprio la settimana scorsa — vide tutta la propria famiglia torturata quando la Corea del Nord fu invasa dai Giapponesi. Arrivarono. Tagliarono i pollici a suo padre. Uccisero sua nonna. Assassinarono suo fratello. Anzi, lo impiccarono sulla soglia della loro casa. E una delle cose che fecero in tutta la Corea del Nord, appena arrivati, fu sostituire tutti i nomi coreani con nomi giapponesi, per privare le persone di ogni senso d’identità. Questo fa parte del processo di lavaggio del cervello, ed è ciò che fecero.

Forse vi interesserà sapere qualcosa riguardo ai nomi, perché credo che questo sia… Tra parentesi, potrei aggiungere che cambiarono anche il nome di Giuseppe, ricordate? Quando andò in Egitto gli fu dato un nome egiziano. Credo fosse qualcosa come Safenat-Paneac, o qualcosa del genere. E sapete, conoscete nella Bibbia una donna di nome Adassa? Quello è il vero nome di Ester; anche il suo nome fu cambiato quando entrò in un’altra società. Era una pratica molto comune.

Bene, Daniele. “Daniele” significa “Dio è giudice”. “Beltsatsar” significa “Baal provvede”. Bel: “Bel provvede”; oppure potrebbe significare “principe di Bel”. Così lo cambiarono: da Yahweh, da Dio, a Baal. Cancellare Dio, vedete?

In secondo luogo, “Anania” significa “il Signore è misericordioso”. Cambiarono il nome di Anania in “Sadrac”. “Sadrac” è una qualche derivazione dal dio Akku, dal quale deriva il termine “Marduk”. È tutto così ingarbugliato, ma si tratta di un’altra delle principali divinità di Babilonia.

“Misael”, tra parentesi, significa — e questo mi piace molto — “chi è come il Signore?”. Non è meraviglioso? Cambiarono il suo nome in “Mesac”, ancora da Mesha-Akku, che significa “chi è come Akku?”. Akku, tra parentesi, dovrebbe essere il dio della luna.

“Azaria” significa “il Signore è il mio aiuto”. Lo cambiarono in “Abed-Nego”, cioè “servo di Nego” o “servo di Nebo”; e Nebo era il figlio di Baal. Così, in ognuno di quei quattro nomi, qualcosa rappresentava Dio. Questo dice qualcosa riguardo al fatto che dovevano avere genitori timorati di Dio, il che forse spiega perché si distinsero dagli altri; infatti, in Giuda era rimasto comunque soltanto un residuo di credenti e, fra tutti i giovani che furono portati via, forse soltanto questi quattro possedevano un’eredità spirituale. Certamente avevano nomi belli e devoti. Ma, in ogni caso, eliminarono dai loro nomi il riferimento a Dio e lo sostituirono con riferimenti alle loro divinità pagane. Cercavano di cancellare Dio. Cercavano di sostituirLo con il loro pantheon demoniaco. Tutto faceva parte del lavaggio del cervello.

Vedo la stessa cosa nella nostra società. Eccome se vedo Satana all’opera per fare il lavaggio del cervello ai nostri giovani: educarli nelle cose del mondo, trascinarli nelle seduzioni del mondo, indurli a mangiare i cibi del mondo e a giocare ai giochi del mondo; e la maggior parte di loro cede.

Questo ci conduce al pensiero finale, al versetto 8. Questa sera ci limiteremo a introdurlo. Dalla situazione, al piano, al proposito — il proposito. E questo cambiò ogni cosa. La chiave di una vita senza compromessi, versetto 8, soltanto la prima parte: “Ma Daniele prese in cuor suo la decisione di non contaminarsi con i cibi del re né con il vino che egli beveva”. Fermiamoci qui.

Daniele — ascoltate bene — questo ragazzo ha quattordici anni. “Prese in cuor suo la decisione”; letteralmente, se la pose sul cuore. A questi giovani erano accadute tre cose chiaramente pagane: si doveva insegnare loro la sapienza pagana, si dovevano imporre loro nomi pagani e si doveva dar loro da mangiare cibo pagano.

Ora, le prime due cose le accettarono. Accettarono quella formazione pagana, che non era tutta malvagia. Comprendeva molte nozioni scientifiche e molti principi utili di architettura e di altri campi. Accettarono di seguire quel genere di formazione; e talvolta, nella nostra società, nel nostro mondo, dobbiamo ricevere la preparazione che il mondo offre e dobbiamo saper distinguere il bene dal male, il vero dal falso. Perciò non si opposero a quel processo educativo.

In secondo luogo, non sembrano essere stati turbati dai nomi pagani che furono loro dati, perché si potevano cambiare i loro nomi, ma non il fatto che i loro nomi originali erano scritti nel libro di Dio e che essi appartenevano a Lui. Si potevano cambiare i loro nomi, ma non si potevano cambiare i loro cuori. Si potevano cambiare i loro nomi, ma non si potevano cambiare le loro anime.

Ma fu sulla terza cosa che tracciarono il limite e dissero: “No”. Daniele disse che non si sarebbe contaminato. E la parola “contaminare” significa “inquinare oppure lasciare una macchia deturpante”. Egli dice: “Non macchierò la mia vita. Non inquinerò la mia vita con i cibi del re e non toccherò il suo vino”.

Ora, aspettate un momento. Ebbene, Daniele, qual è il problema? Voglio dire, perché dire di no al cibo e di sì all’istruzione? Sembrerebbe che l’istruzione eserciti un’influenza più potente del cibo. No. Non credo. Non credo, perché ci corrompiamo molto più rapidamente quando ci nutriamo delle prelibatezze del mondo. È lo stile di vita del mondo a contaminarci, molto più dei suoi modelli di pensiero. Ed egli era disposto a riconoscere che vi erano cose buone e cose cattive da imparare, e possedeva ciò che occorreva per distinguerle.

Ma c’era qualcosa di più. Non si trattava semplicemente di una decisione logica. Lasciate che vi dica perché decise in quel modo. Ascoltate, nella Parola di Dio non esisteva un divieto esplicito — afferrate bene questo punto —; non esisteva un divieto esplicito di ricevere un nome pagano. Non c’era. In secondo luogo, non esisteva un divieto esplicito di imparare ciò che altri popoli avevano da insegnare. Esisteva, però, un divieto molto rigoroso riguardo a ciò che un Giudeo poteva mangiare e bere, non è vero?

Ora ascoltate, questo è il punto centrale di tutta la questione. Daniele tracciò nella propria vita la linea oltre la quale non sarebbe sceso a compromessi, basandosi su ciò che diceva la Parola di Dio. Avete capito? Qual è dunque il carattere di una vita senza compromessi? È l’impegno a tracciare nella vostra vita i limiti proprio dove li traccia la Parola di Dio. Lo vedete? È lì che Daniele tracciò il limite.

Ora ascoltate, non poteva mangiare i cibi del re per due ragioni principali. Prima di tutto, non erano kosher. I Giudei avevano leggi alimentari. Il cibo giudaico doveva essere preparato in un certo modo. Il sangue doveva essere fatto scolare in un certo modo. Vi erano animali puri e animali impuri, giusto? I Babilonesi non facevano alcuna distinzione del genere. Sapete che banchettavano letteralmente con carne di maiale? Consideravano il maiale una prelibatezza, mangiavano carni proibite a un Giudeo e il metodo di preparazione non era adatto a un Giudeo. Ora potete comprendere qualcosa dello scopo delle leggi alimentari di Dio, non è vero? In questo caso impedirono che alcuni giovani straordinari venissero corrotti. Questa era l’intenzione di Dio: limitare la possibilità di mescolarsi con i pagani.

Ma vi era un’altra ragione per cui Daniele non poteva mangiarne: l’Antico Testamento affermava ripetutamente di non tollerare gli idoli, di non tollerare alcuna forma d’idolatria e di non avere nulla a che fare con un popolo che adorava gli idoli. E ascoltate questo: i cibi del re, serviti alla tavola del re, erano sempre collegati agli dèi; infatti, dalla storia babilonese sappiamo che il cibo che mangiavano veniva prima offerto agli dèi, il vino che bevevano veniva prima offerto agli dèi e tutto veniva simbolicamente donato, per così dire, agli dèi; poi essi ne mangiavano.

E se Daniele e i suoi amici avessero mangiato quel cibo, avrebbero mangiato ciò che era stato offerto agli dèi e avrebbero letteralmente partecipato a un banchetto pagano. Non potevano farlo. Presero posizione sulla base della Scrittura. Quando esiste un comando biblico specifico, è lì che tracciate il limite.

Questa mattina qualcuno mi ha chiesto: “Prendi posizione su determinate questioni?”. E io ho risposto: “Sì”. “Come le valuti?”. Alla luce del messaggio di questa sera, per voi è facile saperlo. Mi ha domandato: “Come stabilisci su quali cose prendere posizione?”. A lui e a voi rispondo: “Dove la Scrittura traccia il limite, io traccio il limite, proprio lì”. Se esiste una chiara parola da parte di Dio, questo è il carattere di una vita senza compromessi. Daniele non si sarebbe contaminato, non si sarebbe macchiato, non si sarebbe inquinato disubbidendo alla Scrittura.

Ora ascoltate questo. Aveva ogni ragione per farlo, ogni ragione. Pensateci. Prima di tutto, era un ragazzo. Quanto spesso si trova un carattere simile in un quattordicenne? Non certo spesso. Era soltanto un ragazzo. Non solo: era lontano da casa. Non c’era nessuno a controllarlo. La mamma non sarebbe spuntata dietro l’angolo con una gruccia in mano. Il papà non sarebbe comparso dietro il fienile con una cintura. Nessuno gli avrebbe detto: “Che cosa stai facendo, ragazzo?”. Era solo.

Inoltre, il re era il re, il re aveva emanato una legge e probabilmente Daniele aveva imparato a ubbidire alle autorità. E non solo: se voleva fare carriera nel regno — cosa che qualunque giovane dotato di quelle qualità avrebbe potuto desiderare — sapeva di dover fare ciò che il re aveva ordinato.

Inoltre, se avesse disubbidito, il re si sarebbe adirato moltissimo; e, leggendo il libro di Daniele, non occorre molto per scoprire che, quando si adirava, si adirava sul serio e cominciava a gettare le persone nelle fornaci ardenti. Daniele avrebbe anche potuto pensare: “Dio ci ha abbandonati, permettendo che fossimo condotti qui. Che cosa Gli dobbiamo?”.

Aveva ogni ragione per scendere a compromessi, ogni ragione. Ma non lo fece. Sapete perché? Aveva carattere. Aveva un vero carattere. Possedeva una vera integrità. Avrebbe imparato la lingua del re. Sì. Avrebbe imparato le scienze dei Caldei. Avrebbe perfino accettato il nome, ma mai lo stile di vita. Avete sentito? Mai lo stile di vita; mai lo stile di vita.

Ora voglio che sappiate che questo non significa che si sia adirato, amareggiato e indurito, né che abbia assunto un atteggiamento ostile mettendosi tutti contro. Il versetto 9 dice che il capo degli eunuchi provava compassione per lui. Sentiva tenerezza verso Daniele. Questo ragazzo sapeva restare fermo nelle proprie convinzioni con un atteggiamento amorevole. Che giovane! Che giovane!

Cari, vi dico questo: il carattere di una vita senza compromessi si fonda su un’ubbidienza assoluta ai principi della Parola di Dio. Tutto ciò che posso dirvi, cari, è che, quando la Bibbia afferma qualcosa, non dovete scendere a compromessi su quel punto; e dovete mantenere la vostra convinzione con amore. Quando vivete una vita senza compromessi, Dio vi userà. Da questo momento in poi, cari, Dio usa Daniele in modi semplicemente entusiasmanti, entusiasmanti. Ah, siate utili a Dio. Stabilite un principio e vivetelo ogni giorno della vostra vita.

Concluderò con questa storia. Si racconta di un ricco inglese che possedeva una collezione di violini rari. Vi era uno strumento di tale qualità e magnificenza che l’eminente violinista Fritz Kreisler desiderava acquistarlo da quell’inglese; ma il proprietario non voleva venderlo. Un giorno Kreisler andò a trovarlo e, poiché naturalmente sapeva suonare con un virtuosismo forse ineguagliato, lo supplicò almeno di lasciargli suonare quello strumento meraviglioso.

La richiesta fu accolta e il grande violinista prese il violino e lo suonò come soltanto Fritz Kreisler sapeva suonarlo. Si dimenticò di sé, dice il biografo. Riversò la propria anima nella musica e, mentre il maestro suonava, l’inglese rimase lì come incantato. Quando Kreisler ebbe finito, non fu pronunciata una parola; egli allentò il crine dell’archetto e le corde e depose lo strumento nella custodia con la dolcezza di una madre che mette il proprio bambino a letto. Allora il proprietario spiegò: “Signor Kreisler, lei non può comprare il violino. Prenda il violino. Non ho il diritto di tenerlo. Deve appartenere a chi sa trarne una musica tanto bella”.

Ascoltate, Dio può trarre una musica meravigliosa dalla vostra vita. Vedrete come lo fece con Daniele, ma dovete darGli la vostra vita. DateGli la vostra vita e assumete una posizione di ferma integrità, senza compromessi, vivendo secondo i principi della Parola di Dio. Preghiamo insieme.

Signore, questa sera abbiamo trascorso un tempo davvero meraviglioso. Ci sentiamo semplicemente sopraffatti dalla storia di Daniele, questa storia meravigliosa, meravigliosa. Signore, Ti prego per queste care persone e per me stesso: plasmaci affinché possediamo il carattere che aveva quel ragazzo di quattordici o quindici anni. Alcuni di noi vivono da molto più tempo, eppure faticano moltissimo a trovare un carattere simile nella propria vita.

Padre, Ti prego per i nostri ragazzi e le nostre ragazze adolescenti, che sono letteralmente bombardati dalla spazzatura del mondo, che sono tentati di parlare il linguaggio del mondo, di ricevere l’istruzione del mondo e di abbandonarsi allo stile di vita del mondo. Dio, Ti prego di suscitare in questa chiesa giovani come Daniele e i suoi amici, che non si lascino corrompere, inquinare, macchiare o contaminare, ma fondino sulla Parola di Dio il loro impegno a vivere senza compromessi.

Signore, sono entusiasta perché la prossima settimana vedremo le conseguenze di una vita senza compromessi, ciò che accade quando si vive in questo modo. Lo abbiamo visto questa sera. È come affidare un violino a un virtuoso. Tu prendi le nostre vite e compi con esse cose meravigliose. E così, Padre, aiutaci a consacrarci nuovamente a Te, per amore di Cristo. Amen.

FINE

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