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Apriamo la nostra Bibbia—se volete seguirmi al capitolo 26 di Matteo. Guarderemo i versetti che vanno dal 30 fino al 35 – Matteo 26 dal 30 al 35. Per quanto ci piacerebbe considerarci forti cristiani, il fatto è che, in noi stessi, siamo deboli. Ci piacerebbe pensare che non potremmo mai essere colti in una situazione nella quale rinnegheremmo il Signore, nella quale rinnegheremmo la Sua Parola, nella quale ci vergogneremmo di nominare il Suo nome o di essere associati con Lui, ma la verità è che, di tanto in tanto, facciamo esattamente quello. Ci ritroviamo in una situazione ingiusta, e non diciamo nulla; è il momento di parlare di Cristo, e non parliamo; c’è una situazione nella quale qualcuno ci identifica come cristiani, e noi ci vogliamo identificare come tali per timore della pressione sociale o dell’ostracizzazione sociale. Ci sono situazioni nelle quali dovremmo essere audaci per la causa di Cristo, eppure siamo tutt’altro che coraggiosi.

Ricordo che quando ero giovane pensavo a come sarebbe stato quando, in futuro, sarei andato a servire il Signore, e se Lui mi avesse chiamato in un luogo molto difficile, se mi fossi trovato davanti alla morte o al suo rinnegamento. Avevo letto storie di missionari, di quelle persone che affermarono la loro fede in Cristo fino alla morte, e mi chiedevo se io avrei fatto lo stesso, e desideravo tanto credere che l'avrei fatto. Volevo veramente poter dire, “Lo farei – mi schiererei con Cristo fino all’ultimo, e anche se stessero per bruciarmi al rogo, continuerei a nominare il nome di Cristo”. Volevo così tanto poter dire quello di me stesso, ma avevo davvero molti dubbi. E ciò che mi dà dubbi, ciò che me li dava allora e me li dà tutt'ora, è che ci sono situazioni nelle quali non dico nemmeno ciò che dovrei dire in situazioni molto meno intimidatorie della morte. Ci sono volte in cui semplicemente ci ritiriamo dall’identificarci con Cristo, ci sono volte in cui come discepoli, disertiamo, ci ritiriamo, disertiamo per vergogna. Preferiremmo non essere identificati con Gesù Cristo, semplicemente non vogliamo fare un passo avanti e rimanere saldi.

E così fu con i discepoli del Signore Gesù Cristo, e così la lezione che Egli insegna loro qui è una lezione anche per noi. Essi disertarono in questo passo; essi abbandonarono Cristo. Egli lo predice, e avvenne esattamente come Egli lo aveva predetto. Ma fu una lezione profonda e indimenticabile per loro, una lezione che credo abbia cambiato il corso delle loro vite. Di tutte le cose che Gesù avrebbe potuto dire loro, di tutti gli avvertimenti che avrebbe potuto dare, di tutte le questioni che avrebbero potuto essere sollevate riguardo al futuro, Egli sceglie di sollevare il fatto che essi tutti Lo avrebbero abbandonato e disertato. E Matteo, dallo Spirito Santo, sceglie di collocare questa storia proprio nel mezzo di questo capitolo dedicato alla preparazione per la croce, perché è una lezione così monumentale da imparare. E se, come il nostro Signore aveva pianificato, i discepoli devono portare il messaggio al mondo, devono essere forti. E il primo passo verso la forza è imparare quanto davvero si è deboli, giusto? Così la lezione della debolezza è la prima cosa da imparare. Ed è la lezione che Egli insegna loro qui.

È, come tutto il resto di questo capitolo fino ad ora, parte della preparazione per la croce. Abbiamo letto della preparazione di Dio, della preparazione dei capi giudei, della preparazione di Maria, della preparazione di Giuda, della preparazione del nostro Signore nel porre fine all’antica economia con l’ultima Pasqua e nell’iniziare la tavola del Signore. Ed ora c’è la preparazione dei discepoli, che porteranno avanti il messaggio. E sono preparati imparando una lezione molto importante riguardo alla loro stessa debolezza umana, riguardo alla loro stessa incapacità di essere all’altezza dello standard che dichiarano di affermare. Ed è una lezione che dobbiamo imparare anche noi. Tutti affrontiamo il fatto che potremmo stare saldi per Cristo in mezzo ai cristiani, potremmo voler dare una testimonianza mentre parliamo al Signore — “Signore, non Ti negherò mai, non Ti abbandonerò mai, non Ti lascerò mai, starò con Te” — come disse Pietro: “Sono pronto ad andare in prigione con Te e a morire, se necessario; farò tutto”. Ma quando si arriva al momento di affrontare davvero la prova, noi disertiamo. Tutti noi affrontiamo questo. E dobbiamo imparare che non abbiamo la forza in noi stessi per affrontare quel tipo di situazione, a meno che non riconosciamo la nostra debolezza e dipendiamo dal Signore. Se pensiamo di poterlo fare con la nostra forza, falliremo.

Pochi momenti fa abbiamo cantato un inno, e voglio solo ricordarvi alcune delle linee di quell’inno che ritengo molto importanti per noi, “O Gesù, Ti ho promesso di servirTi fino alla fine. Sii Tu per sempre vicino a me, mio Maestro e mio Amico. Non temerò la battaglia se Tu sei al mio fianco, né mi allontanerò dal sentiero se Tu sarai la mia Guida”. Qui c’è una promessa, ma anche l’affermazione che, affinché quella promessa sia mantenuta, Lui deve essere al nostro fianco, “O lasciami sentirTi vicino, il mondo è sempre vicino. Vedo gli spettacoli che abbagliano, i suoni tentatori che sento. I miei nemici sono sempre vicino a me, intorno a me e dentro di me; ma, Gesù, avvicinati Tu e proteggi la mia anima dal peccato”. La promessa di un servizio fedele fino alla fine è lì, e così anche il senso di inadeguatezza, il senso di debolezza che ci fa dipendere dal Signore, “O Gesù, Tu hai promesso a tutti quelli che Ti seguono che dove Tu sei nella gloria, lì sarà anche il Tuo servo. E, Gesù, Ti ho promesso di servirTi fino alla fine. O dammi grazia di seguirTi, mio Maestro e mio Amico”, il riconoscimento che una promessa del genere può essere mantenuta solo nella forza divina e con la presenza di Cristo.

Ora, faremo quelle promesse — e come discepoli dovremmo farle — ma da questa lezione dobbiamo imparare che non possiamo mantenerle con la nostra forza. Guardate il versetto 30: “E quando ebbero cantato un inno, uscirono verso il Monte degli Ulivi. Allora Gesù disse loro: ‘Tutti voi sarete scandalizzati a causa di Me questa notte, poiché è scritto: “Percuoterò il pastore e le pecore del gregge saranno disperse”. Ma dopo che sarò risuscitato, vi precederò in Galilea’. Pietro rispose e Gli disse: ‘Benché tutti siano scandalizzati a causa di Te, io non sarò mai scandalizzato’. Gesù gli disse: ‘In verità ti dico che questa notte, prima che il gallo canti, tu Mi rinnegherai tre volte’. Pietro Gli disse: ‘Benché dovessi morire con Te, non Ti rinnegherò’, e lo stesso dissero anche tutti i discepoli”. Vedete, tutti affermarono ciò che anche noi vorremmo poter affermare. Ma lo affermavano basandosi sulla loro percezione della propria forza, sul loro senso di impegno. Pensavano che il loro amore per Cristo fosse maggiore di quanto realmente fosse; pensavano che la loro forza spirituale fosse maggiore di quanto fosse; pensavano che la loro capacità di affrontare Satana fosse maggiore di quanto realmente fosse. Si appoggiavano sul loro proprio intendimento, come dicono i Proverbi.

E quando si arrivò al momento stesso di prendere quella posizione — quando Cristo fu catturato nel giardino — noterete nel capitolo 26, al versetto 56, l’ultima frase del versetto: “Allora tutti i discepoli Lo abbandonarono e fuggirono”. Quando si arrivò al momento della prova, fuggirono tutti. Così tutto ciò che avevano promesso — verbalizzato da Pietro e poi affermato da tutti gli altri — non era nient’altro che parole vuote, perché cercavano di stare in piedi con la loro propria forza. Così Gesù qui, come parte della preparazione per la Sua croce, sta insegnando ai discepoli una lezione di rafforzamento, avvertendoli dell’inadeguatezza della forza umana — dell’inadeguatezza del sé nel combattimento spirituale. Ora, nessun cristiano è davvero esente dalle prove che possono farci vergognare di Cristo. Vi ricordo 2 Timoteo, capitolo 1, dove Paolo dice a Timoteo: “Dio non ci ha dato” — versetto 7 — “uno spirito di paura o di timidezza, ma di potenza, d’amore e di disciplina; non vergognarti dunque del Signore Gesù Cristo”. Immaginate Paolo dover dire a Timoteo di non vergognarsi di Cristo.

E poi al versetto 12 dice: “Perché io non mi sono vergognato di Cristo, ma ho sopportato la mia sofferenza volentieri”, in sostanza. Ed in Romani 1:16 dice: “Io non mi vergogno del vangelo di Cristo”. Non c’è posto nella vita di un credente per la vergogna riguardo a Cristo. Non c’è posto per la diserzione o l’abbandono. Infatti, in Romani 9:33 dice: “Chiunque crede in Lui non sarà svergognato”. E in Marco 8:38 Gesù disse: “È una caratteristica dell’incredulo vergognarsi di Me, e chiunque si vergogna di Me, Io mi vergognerò di lui”. Sono gli increduli che si vergognano di Cristo, non i credenti. E tuttavia, a volte, sotto pressione, disertiamo, tradiamo, siamo sleali, siamo infedeli. E qui c’è la lezione sul restaurare i discepoli che disertano e tradiscono.

Ora, c’è un’altra cosa che voglio che notiate in questa lezione, perché certamente è il punto principale di Matteo. Egli non si concentra primariamente sui discepoli, benché essi siano il problema apparente in superficie qui. Il focus primario è su Cristo, credo. L’intento di Matteo è preservare la maestà di Gesù Cristo. Come si può farlo in una situazione come questa? Come può Cristo uscirne con dignità, rispetto, gloria, maestà — come può essere, in qualche senso, il regale Figlio di Dio, il Re dei re — quando tutti i Suoi seguaci Lo abbandonano? Qualcuno potrebbe dire: “Che tipo di condottiero è questo, che porta le sue truppe nel calore della battaglia e tutti disertano quando incontrano il nemico? Che condottiero è colui che non ha più controllo sui suoi, né lealtà, né amore, né impegno da parte loro? Uomini inferiori a questi sono rimasti saldi in situazioni più serie e hanno mantenuto la loro posizione. Che tipo di uomini sono questi? E se Egli sceglie gli uomini, non fa forse una scelta migliore?”

In altre parole, potrebbe essere una situazione umiliante per Cristo; potrebbe perdere la faccia; potrebbe indebolire il Suo splendore regale. Ma non è così, perché Matteo, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, rovescia completamente la prospettiva, così che questa scena esalta Gesù Cristo in contrasto con i discepoli che disertano. E mentre leggevo questo passo, e lo rileggevo ancora e ancora, e lo studiavo durante questa settimana, ho visto il carattere maestoso di Gesù Cristo in questo testo chiaramente quanto in qualunque altra parte di questa sezione del Nuovo Testamento. Lo vedo per mezzo del contrasto con i discepoli. E presumo nel mio cuore che questo fosse anche nella mente dello Spirito di Dio e di Matteo quando questo venne scritto.

Ora ricordate: queste sono ore prima della crocifissione. Questa è la conclusione della vita terrena del Signore Gesù Cristo. Questo è il culmine della storia redentrice. Questo è il momento più grande. Non so se lo sapete, ma solo quattro capitoli, in tutti e quattro i Vangeli, sono dedicati ai primi trent’anni della vita di Cristo. Tredici capitoli sono dedicati all’ultimo giorno della Sua vita. Questo è un momento monumentale nella storia della redenzione, e tutto fa parte della preparazione per la croce. Cristo ha posto fine alla vecchia economia, ha chiuso la dispensazione giudaica con l’ultima Pasqua, ha istituito la nuova economia nel nuovo patto del Suo sangue attraverso la coppa e il pane. E ora insegna questa lezione molto profonda a uomini che sono cruciali per la prosecuzione della Sua opera e del Suo patto. E così, quando arriviamo al versetto 30, entriamo semplicemente nel testo e leggiamo: “Quando ebbero cantato un inno, uscirono verso il Monte degli Ulivi”.

Ora, ricordate che nella Pasqua vi dissi che c’erano quattro coppe. Dopo il pasto principale dell’agnello, delle erbe amare, della salsa e del pane non lievitato, prendevano una coppa, poi cantavano l’Hallēl — la parte finale dell’Hallēl, Salmi 115–118. Poi prendevano la quarta e ultima coppa, e successivamente cantavano il canto finale, che era il Salmo 136, chiamato il grande Hallēl. Ogni versetto del Salmo 136 termina con la stessa frase: “Poiché la Sua misericordia dura per sempre”. Così essi avrebbero cantato quello. Ma Matteo tralascia qualcosa. Infatti, prima che cantassero quell’ultimo inno — o, letteralmente, il greco dice: “Prima che cantassero l’inno e poi uscissero” — Gesù insegnò loro. E tutto quell’insegnamento è registrato in Giovanni 14–16. Dunque, da qualche parte dopo che Egli istituì la Sua Cena e prima che uscissero, bisogna inserire Giovanni 14, 15, 16 e 17. I capitoli 14, 15 e 16 sono insegnamento; il capitolo 17 è una preghiera al Padre. In quei tre capitoli di insegnamento, Egli promette loro tutta l’eredità che ha da dare: pace, gioia, contentezza, conforto, lo Spirito Santo, la Parola di Dio, speranza per il futuro. Promette loro perfino persecuzione, ma anche liberazione da essa. Dà loro tutte le informazioni di cui hanno bisogno — la culminazione finale del Suo insegnamento prima della croce. Poi, in Giovanni 17, prega il Padre per loro in quella meravigliosa preghiera sacerdotale. Tutto ciò avvenne prima dell’inno finale e dell’uscita da quel luogo.

Lo sappiamo perché in Giovanni 18:1, dopo il 14, 15, 16 e 17, leggiamo questo: “Quando Gesù ebbe detto queste cose, uscì”. Così sappiamo che il Signore non lasciò quella sala al piano superiore finché non ebbe insegnato attraverso il capitolo 13, 14, 15, 16 e 17 di Giovanni. Tutto ciò è coperto; Giovanni lo registra. Matteo no. Così tutto quel grande insegnamento è stato dato, così come quella grande preghiera al Padre, nella quale Egli prega per l’unità e la comunione dei Suoi, per coloro che avrebbero creduto in Lui nei giorni a venire, così come per quelli che erano lì quella notte. Tutto questo, e poi il grande Hallēl, il Salmo 136, e poi se ne vanno. E l’uscita era molto significativa. Era quasi mezzanotte. Escono da quella sala al piano superiore, scendono le scale, escono in strada, e la città è viva come se fosse mezzogiorno. È viva perché è il tempo della Pasqua. È il tempo della festa degli azzimi, e c’è attività ovunque: la gente si muove in fretta. Alcuni sono nel mezzo del loro pasto pasquale. Ricordate, i Galilei e i Farisei lo mangiarono tardi, giovedì notte. Alcuni lo stanno ancora mangiando, così le lampade sono accese nelle case. Alcuni si stanno preparando per averlo il giorno successivo — i Giudei e i Sadducei — e quindi stanno preparando tutto.

Le porte del tempio saranno spalancate a mezzanotte per la festa speciale. E così la gente si affolla verso il tempio, desiderando entrare in quel luogo. I visitatori sono ovunque; persone che trattano per avere un luogo dove celebrare la Pasqua il giorno seguente, venute da fuori città; animali raccolti e portati in giro per essere sacrificati il giorno dopo. È vivo, anche se è notte. Così si fanno strada, senza dubbio, attraverso quel tipo di folla notturna, giù per il pendio orientale del monte del tempio. Attraversano la valle del Kidron, dove il piccolo ruscello scorre più pieno che mai, perché ci sono state le piogge invernali, ed è ancora più colmo per il sangue delle migliaia di animali che sono stati uccisi; il sangue scorre fuori dal retro del tempio, giù per il pendio, nel ruscello, per essere portato via. E così i discepoli — undici ormai — e Gesù attraversano tutto questo nel buio, e risalgono il Monte degli Ulivi, diretti verso un luogo molto familiare, dove erano andati molte volte, chiamato il Giardino del Getsemani, che significa “frantoio d’olive”: Monte degli Ulivi, molti ulivi, e un luogo chiamato frantoio d’olive.

Le persone in città non avevano giardini all’interno delle mura. Non c’era spazio per questo. Avevano giardini sui pendii intorno alla città, che coltivavano: erano i giardini appartenenti alla gente che abitava in città. E Gesù si diresse verso un luogo familiare, e stavano andando verso quel luogo, ma doveva essere un po’ più in alto sul pendio; mentre salivano avevano bisogno di fermarsi e riposare — forse in un luogo simile a quello dove si erano fermati la notte precedente, quando Egli diede loro il grande Discorso del Monte degli Ulivi di Matteo 24 e 25 sulla Sua Seconda Venuta. Così si fermano di nuovo sulla via per Getsemani, e ora sono solo in dodici, incluso il Signore, e sono radunati insieme in queste ultime ore, e Gesù ha qualcosa da dire loro, come leggiamo al versetto 31. E si lancia in questa confutazione della loro debolezza. Ora, fondamentalmente, tutto l’insegnamento precedente era stato positivo: promesse, promesse, promesse, attraverso Giovanni 13–16, e una preghiera piena di speranza in Giovanni 17. Ma ora, quando arrivano a questo punto sul pendio della collina, è tempo di un messaggio negativo, è tempo di un avvertimento. Devono imparare questa grande lezione: che la forza nasce dal riconoscimento della debolezza, non dal riconoscimento della forza. Quell’illusione deve essere eliminata. E mentre Egli insegna questa lezione — e questo è davvero ciò che voglio che vediate: tra le altre cose, questa è la cosa principale — mentre Egli insegna questa lezione ai Suoi discepoli che disertano, vediamo un meraviglioso contrasto tra Cristo e i discepoli, un contrasto che preserva la Sua maestà. E penso che lo vedrete mentre procediamo.

Prima di tutto, c’è un contrasto tra conoscenza e ignoranza — tra conoscenza e ignoranza. I discepoli, francamente, sono terribilmente ignoranti. Troviamo Pietro che dice, “Benché tutti gli uomini” — versetto 33 — “saranno scandalizzati a causa di Te, io non sarò mai scandalizzato”. Che ignoranza. Voglio dire, era questione di poche ore prima che egli sarebbe stato scandalizzato. Nel versetto 35 dice: “Benché dovessi morire con Te, non Ti rinnegherò”. Non lo sapeva. Non poteva affermarlo. E come si scoprì, era ignorante. E poi tutti i discepoli dissero la stessa cosa nel versetto 35. Erano ignoranti. Erano ignoranti delle loro stesse debolezze. Erano ignoranti della forza di Satana. Erano ignoranti della prova e della grande potenza che stavano per affrontare nel giro di poche ore. Erano ignoranti di così tante cose — per non dire della loro ignoranza dell’Antico Testamento, della loro ignoranza della profezia citata al versetto 31 riguardo al pastore che deve essere percosso e alle pecore del gregge che saranno disperse. Erano ignoranti riguardo a molte cose. E la loro ignoranza è evidente.

Ma contrapposta alla loro ignoranza c’è la meravigliosa conoscenza di Gesù Cristo. Notate il versetto 31: “Allora” — e il “allora” è indefinito, da qualche parte mentre salivano il Monte degli Ulivi quella notte — “Gesù disse loro”. È un altro momento per insegnare, un altro momento per l’istruzione. E questa è una lezione sulla stoltezza dell’autosufficienza. Egli dice: “Tutti voi sarete scandalizzati a causa di Me questa notte, poiché è scritto: ‘Percuoterò il pastore e le pecore del gregge saranno disperse’. Ma dopo che sarò risuscitato, vi precederò in Galilea”. E poi, nel versetto 34, dice a Pietro: “In verità ti dico che questa notte, prima che il gallo canti, tu Mi rinnegherai tre volte”. Questa è conoscenza. Ascoltate: Egli sapeva che essi sarebbero stati scandalizzati. Lo sapeva. Sapeva che sarebbe accaduto quella notte. Sapeva che sarebbe stato a causa di Lui. Sapeva che sarebbe risorto dai morti. Sapeva che li avrebbe incontrati di nuovo in Galilea. Sapeva che sarebbero stati scandalizzati al punto che, quella stessa notte, prima che il gallo cantasse, Pietro — il loro capo — avrebbe rinnegato Gesù Cristo. Sapeva che non avrebbero superato quella prova quella notte con la loro forza. Sapeva tutto.

Era come se fosse in una cabina di controllo, con tutto proiettato sugli schermi davanti a Lui, e potesse vedere l’intero panorama degli eventi. Poteva vedere Giuda fare esattamente ciò che stava facendo in quel momento. Poteva vedere i capi dei Giudei fare ciò che stavano facendo. Sapeva esattamente ciò che sarebbe successo. E c’era uno schermo che mostrava il rinnegamento di Pietro, un altro la fuga dei discepoli. Poteva vedere tutto. Poteva già vedere il movimento dei soldati — i soldati romani insieme ai capi giudei — che arrivavano con bastoni, spade e torce nel giardino per catturarlo. Poteva sentire sulla Sua guancia, e vedere con l’occhio della Sua mente, il bacio di Giuda Iscariota. Era tutto lì davanti a Lui; vedeva tutto. E poteva vedere vividamente davanti ai Suoi occhi, agli occhi della Sua conoscenza soprannaturale, le profezie dell’Antico Testamento che si compivano. Poteva udire l’eco della profezia antica. Poteva vedere il piano di Dio dispiegarsi. Era tutto davanti a Lui, ogni parte.

Non si sforzava per ottenere tale conoscenza; era immediatamente presente alla Sua consapevolezza. Conosceva il bacio. Conosceva il tradimento. Conosceva ogni passo nei processi farsa. Conosceva tutto: la discesa, la diserzione dei discepoli, il rinnegamento di Pietro — l’intera vicenda, ogni dettaglio era davanti ai Suoi occhi. E così non perdi nulla guardando a Gesù in questo testo. Egli non perde nulla della Sua maestà regale. La Sua persona regale è chiara, perché Egli ha una conoscenza di tutte queste cose che devono accadere. E tutto ciò che dobbiamo fare è continuare a leggere per scoprire che esse accaddero esattamente come Egli aveva detto. Conosceva tutto. Conosceva il momento — “questa notte”. Conosceva il passato — “sta scritto”: è il piano di Dio. Conosceva il futuro — “voi sarete scandalizzati”. Era tutto chiarissimo per Lui. Conosceva tutto: la maestosa conoscenza di Cristo. E si concentra, in sostanza, nel versetto 31, su una profezia dell’Antico Testamento che si trova in Zaccaria 13:7. Egli dice: “Voi sarete scandalizzati, sarete scandalizzati a causa di Me, e sarete scandalizzati a causa di Me questa notte, proprio stanotte, poiché sta scritto”. Questo è il piano di Dio. Non è un evento accaduto per capriccio — né per volontà di Giuda, né per quella dei capi religiosi, né per qualunque altra volontà terrena — questo è il piano divino di Dio: “sta scritto”. E cita Zaccaria 13:7: “Percuoterò il pastore e le pecore del gregge saranno disperse”. Gesù non solo sapeva cosa stava facendo Giuda, cosa stavano facendo i capi religiosi, cosa stavano pensando i discepoli; sapeva ciò che Satana stava progettando; sapeva come sarebbe finito l’intero processo. Sapeva tutto ciò che sarebbe accaduto quella notte, quando i soldati e i capi vennero a prenderLo. Sapeva che il bacio sarebbe arrivato, sapeva che i discepoli sarebbero fuggiti. Non solo conosceva tutto il presente e tutto il futuro, ma comprendeva anche il piano di Dio nel passato, e comprendeva il significato del profeta Zaccaria quando disse ciò che disse.

E, a proposito, quello non è un passo facile da interpretare. Se fosse stato molto facile, i discepoli forse l’avrebbero capito. Quel passo in Zaccaria 13:7 è in qualche modo difficile; vi dirò perché. In Zaccaria 13, il profeta parla di alcuni falsi profeti che saranno feriti nelle loro case idolatriche. Sta parlando di falsi profeti che Dio verrà a colpire nelle loro case idolatriche — in altre parole, Dio giudicherà i falsi profeti. Il profeta parla contro quei falsi profeti, che meritano solo il giudizio di Dio. E subito dopo, al versetto 7, dice: “Percuoterò il pastore e le pecore del gregge saranno disperse all’estero”. E potrebbe sembrare, inizialmente, che qui egli si riferisca a un falso pastore, che Dio sta per scendere e colpire un falso pastore — avrebbe senso — e disperdere tutti i seguaci di quel falso pastore. E potremmo pensarlo, se non fosse per l’interpretazione chiara di Cristo, che dice: “Il pastore colpito sono Io, e il gregge siete voi”. Dunque, il pastore percosso di Zaccaria 13:7 deve essere il Messia, e il gregge disperso deve essere il Suo popolo. E se comprendete questo, comprendete il significato di Zaccaria 13:7, e il passo acquista senso — specialmente se lo osservate un po’ più da vicino.

Ora, guardate Zaccaria 13:7 solo per un momento, e vi mostrerò alcune cose interessanti. Dice: “Svegliati, o spada”, e questo è Dio, il Dio Jahvè che parla, “Svegliati, o spada, contro il Mio pastore”. Ora, questo vi dice subito che non si tratta di un falso profeta. Dio non sta uccidendo un falso profeta che Egli chiama “il Mio pastore”, il rappresentante personale di Dio. Dio dice: “La Mia spada ucciderà il Mio pastore” – “Svegliati, o spada, contro il Mio pastore”. E poi questa frase interessantissima: “E contro l’uomo”, e usa qui una parola ebraica che non è la parola normale, non la parola generica, ma significa “uomo potente” o “uomo di grande forza”. Così, prima di tutto, il pastore che deve essere ucciso è chiamato “il pastore di Dio, il Mio pastore, un pastore potente”. E poi dice: “Che è il Mio compagno”. Letteralmente, “l’uomo potente della Mia unione”, o “l’uomo potente uguale a Me”. Affermazione meravigliosa, non è vero? Chi è uguale a Dio? Cristo. Chi fu il pastore di Dio? Cristo. Chi è il pastore potente? Cristo.

Così, chiaramente, Zaccaria sta svoltando un angolo rispetto al falso, dicendo: “Sì, Dio ferirà il falso pastore nella casa del suo idolo, ma Dio ferirà anche il vero pastore, e anche le Sue pecore saranno disperse”. E la fine del versetto: “E volgerò la Mia mano sui piccoli”, ci sarà un residuo – ci sarà un residuo. Ciò che Zaccaria stava dicendo è che viene il giorno in cui Dio percuoterà il Suo proprio pastore, il Signore Gesù Cristo, e le pecore saranno disperse. Ora, le pecore che credo Zaccaria abbia in mente sono la nazione d’Israele. Israele cadde nel caos dopo la morte del loro Messia. Nel 70 d.C. la città fu distrutta, il tempio e tutto il resto, e sono ancora nello stesso caos risultante dal rifiuto del Messia. Ma i discepoli che vengono dispersi furono una sorta di prima fase del caos che colpì la nazione d’Israele. Così Zaccaria vede Dio che percuote il pastore, la nazione che si disintegra, e la prima fase di ciò il Signore la applica a questo gruppo dei Suoi discepoli, che saranno dispersi.

Ma posso anche aggiungere – ed Egli non lo cita in Matteo, ma è in Zaccaria – Zaccaria dice: “Ma radunerò di nuovo i Miei piccoli”. E mentre l’intera nazione alla fine cadde nel caos, Dio è tornato e ha radunato di nuovo i Suoi discepoli dispersi, non è vero? E ha continuato a farlo nel residuo. La profezia di Zaccaria è fondamentale. E così vediamo la conoscenza soprannaturale del Signore. Egli conosceva il significato del piano di Dio, “sta scritto”. Sapeva come interpretare in modo perfettamente chiaro un passo difficile in Zaccaria. Capiva i discepoli, dove stavano andando e che cosa stavano per fare. Sapeva che cosa Satana avrebbe scatenato su di loro, e sapeva che non potevano sopportarlo. Sapeva che cosa Pietro avrebbe fatto, anche se lui diceva che non l’avrebbe fatto. Conosceva ogni dettaglio di ciò che stava accadendo, e sapeva quando sarebbe accaduto: “questa notte, e lo farai prima che il gallo canti”. Conoscenza soprannaturale, in contrasto con l’ignoranza di questi discepoli; così Gesù non perde in questo, loro perdono. Non sono eroi perché hanno lasciato l’uomo la cui rivoluzione è andata a rotoli. Si mostrano ignoranti, ottusi, incapaci di comprendere il piano di Dio, incapaci di comprendere la parola profetica, incapaci di comprendere i segni dei tempi che stavano vedendo. E Gesù maestosamente conosce tutto – ogni dettaglio è al posto giusto. Così Cristo risplende per contrasto.

In secondo luogo, vediamo un contrasto nel coraggio e nella codardia – nel coraggio e nella codardia. Al versetto 31, quella frase: “Tutti voi”, o “Voi tutti sarete scandalizzati”. La parola significa “intrappolati”. Vi farete intrappolare. Vi troverete presi in una trappola, e sarà più di quanto possiate sopportare. La trappola vi afferrerà. Incontrerete una prova che è troppo grande perché possiate reggerla, e resterete intrappolati – tutti quanti voi. E qual era la trappola? Proverbi 29:25 lo dice: “Il timore dell’uomo mette un laccio”. Avevano paura. Avevano paura di ciò che i Romani avrebbero fatto loro, o di ciò che i Giudei avrebbero fatto loro. E quando videro – dice al versetto 55 di questo capitolo – quando videro quei soldati venire con i bastoni, le mazze, le spade e le torce, e videro arrivare i capi, fuggirono. Ebbero paura, “Voi tutti sarete scandalizzati. Tutti cadrete in una trappola a causa di Me” – a causa di Me, “Mi lascerete”, dice, “Diserterete. Mi abbandonerete. Mi lascerete. Andrete AWOL nel pieno della battaglia”. E fu esattamente come Egli disse. Quando la pressione aumentò, loro sparirono – sparirono.

Hanno paura di ciò che sta per accadere. Si vergognano di essere identificati con Gesù Cristo. Si vergognano di portare il vituperio di Cristo. Non che non amino Cristo, non che non vogliano essere fedeli a Cristo, ma semplicemente hanno paura. Essi – ecco, è semplice – non hanno la fede per credere che il Signore possa liberarli. Ecco tutto. Non si fidano di Lui, “Tu non puoi tirarci fuori da questo, noi ce ne andiamo”. E vedete, ciò che stanno dicendo è: “Guardalo – è una vittima. Se Lui è una vittima, che cosa saremo noi? Se Lui non può uscire da questo, come possiamo uscirne noi?” Ora, certamente, identificarsi con Gesù Cristo può essere un vituperio. Può essere difficile. Dice in Ebrei 11 che Mosè scelse il vituperio di Cristo piuttosto che i peccati del mondo. Ma non tutti fanno quella scelta in ogni occasione. Ci sono quelli di noi che fuggono quando la pressione aumenta, che corrono al sicuro perché hanno paura. E così vedete la codardia dei discepoli, ma vedete Gesù in perfetto coraggio, che si muove semplicemente verso la croce, affidando Sé stesso al Padre, senza vacillare, “Non la Mia volontà ma la Tua sia fatta; qualunque cosa Tu voglia che Io faccia, Padre, la farò. Mi fido di Te, metto la Mia vita nelle Tue mani”. E loro non possono farlo. Sono codardi.

Il valore di Cristo è incredibile. Va a una croce per portare il peccato. Non ha mai toccato il peccato. Il peccato non Lo ha mai toccato. Non è mai stato macchiato da un solo peccato, e porterà i peccati del mondo. Sarà abusato, deriso, sputato addosso; tutte quelle cose incredibili accadranno al Cristo di Dio, ed Egli si muove verso ciò con un valore che è distintamente divino. Ed è fondato su una fiducia assoluta nel Padre che Lo ha chiamato a questo incarico; qualcosa che supera di gran lunga la codardia dei discepoli. E così neppure i Suoi discepoli che disertano possono diminuire la maestà del loro Signore; mentre essi fuggono per paura, Egli rimane fedele al compito con grande coraggio, affrontando la morte, affrontando il peccato, affrontando Satana, per amor loro. E così il contrasto di nuovo Lo presenta nel Suo splendore.

Il terzo elemento del contrasto che vedo qui è un contrasto tra potenza e debolezza. I discepoli avevano paura di affrontare il momento, perché erano deboli e non potevano affrontare la morte; è questo che li spaventava. Al versetto 32, il Signore dice: “Ma dopo che sarò risuscitato, vi precederò in Galilea”. Il Signore affrontò la morte con un coraggio tremendo, perché sapeva di avere il potere sulla morte, giusto? I discepoli sapevano di non averlo. Si guardavano e dicevano: “Non possiamo affrontare la morte. Ci uccideranno e sarà finita. Non abbiamo alcun potere sulla morte”. E non si sarebbero affidati a Colui che aveva quel potere. Mancavano di fede. Gesù, dice Romani 6:4, è stato risuscitato dai morti dalla potenza del Padre. Il che significa che quando Gesù andò nella tomba – qui Egli dice: “Sarò risuscitato”, e lo disse più e più volte, Matteo 16, Matteo 17, Matteo 20: “Devo andare ed essere crocifisso, e tre giorni dopo risorgerò dai morti” – Egli si affidò alla potenza di Dio, alla potenza divina sulla morte. Egli, si dice in Ebrei, venne a vincere la morte che aveva tenuto gli uomini in schiavitù per tutta la loro vita. Venne a distruggere colui che aveva il potere della morte, Satana. La potenza di Cristo era così grande che affrontò la croce, perché sapeva che c’era potenza per vincere la morte. E prese la morte come un nemico da sconfiggere. I discepoli impallidirono davanti alla morte e fuggirono, e così vedete la loro debolezza in contrasto con la Sua potenza.

Egli credette in ciò in cui Abraamo credette, in Ebrei 11:17–19, quando offrì Isacco e noi diciamo: “Perché lo avrebbe fatto se Isacco era il figlio della promessa?” Dice che lo fece perché credeva in Dio che risuscita i morti. E Abraamo credeva che, se Dio avesse voluto prendere la vita di Isacco, avrebbe dovuto risuscitarlo dai morti per adempiere la Sua promessa. Ma Dio era un Dio di promessa, e Dio lo avrebbe fatto se avesse dovuto, quindi era disposto a offrire suo figlio. E Cristo, naturalmente, fu disposto ad andare nella tomba, perché conosceva Dio come un Dio di promessa, e se Dio diceva che Egli sarebbe stato il Cristo, e sarebbe stato il Re dei re, e sarebbe stato il Sovrano, e sarebbe risorto dai morti, questo è esattamente ciò che sarebbe accaduto. Dite: “Ma i discepoli lo sapevano?” Avrebbero dovuto. Avrebbero dovuto ricordare che pochi giorni prima Gesù aveva risuscitato chi dai morti? Lazzaro. Giovanni 11:47–53 – tutti i capi sapevano che Egli aveva risuscitato Lazzaro dai morti. Avrebbero dovuto ricordarselo, e avrebbero dovuto ricordare ciò che Egli disse: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in Me, anche se muore, vivrà. E chiunque crede in Me non morirà mai. Credi tu questo?” Avrebbero dovuto saperlo – avrebbero dovuto saperlo. Ma nella debolezza della loro fede erano codardi. E nella forza della fede nel Dio al quale Egli si affidò, Gesù si mosse in potenza verso la croce.

E così vedete di nuovo la maestà di Cristo paragonata alla debolezza dei discepoli nel fatto che Egli credeva nella potenza di Dio sulla morte e loro no – loro no. Erano deboli. Egli era forte. E disse: “Vi precederò in Galilea, tornerò personalmente per essere il vostro pastore e guidarvi di nuovo”. E lo fece – lo fece. Nel capitolo 28, lo leggete nel capitolo 28, versetto 9, Egli li incontra di nuovo, li raduna, vanno in Galilea, “Andate a dire ai Miei fratelli”, dice, “e li incontrerò là”. Sì, lo fece. Uscì dalla tomba e li incontrò. Sapeva di avere il potere – ascoltate – non solo di vincere la morte, ma di abolire la morte. E dopo aver fatto questo, sarebbe venuto a raccoglierli di nuovo. Ma loro avevano una fede debole, un amore debole, una gratitudine debole. In sostanza, tutto quello che avevano era sentimentalismo, e non molto di più. Però vedete, la lezione è molto importante per noi, gente. Guardate, possiamo sbandierare la nostra ignoranza, e possiamo dire che siamo intelligenti quando non lo siamo. Possiamo andare in giro dicendo quanto siamo coraggiosi, e quando si arriva al dunque ci dimostriamo codardi. Possiamo dire di avere la forza per affrontare qualsiasi cosa, e quando arriviamo al vero problema ci troviamo molto deboli. E non è tutto male. No, non è tutto male, perché finché non impari la lezione della tua stessa debolezza, non puoi imparare dove sia la forza, giusto? Ecco perché in 2 Corinzi 12 Paolo dice: “La Mia potenza si dimostra perfetta nella” – che cosa – “debolezza”. Devi imparare a smettere di confidare in te stesso.

E poi c’è un meraviglioso contrasto tra orgoglio e umiltà – tra orgoglio e umiltà. L’orgoglio viene fuori dalla bocca di Pietro, “Pietro rispose” – sebbene nessuno stesse chiedendo, francamente – “e Gli disse” – parlò e basta – “Benché tutti gli uomini si scandalizzino a causa di Te, io non mi scandalizzerò mai”. E lo vedi chiaramente guardare gli altri e dire: “Voi potreste andarvene, io resterò, io sono il più fedele dei fedeli”. Superbo, sicuro di sé Pietro – codardo, debole, ignorante, ma non lo sapeva. È un caso difficile. Il mio parere personale è che sia il più vicino a Giuda di tutti i discepoli. A parte il fatto che credeva, è molto poco diverso – molto centrato su se stesso, molto egocentrico, molto consumatore, molto orgoglioso. E sapete, questo tizio non impara bene. Non impara bene, “Benché tutti gli uomini si scandalizzino”, tutti possono cadere nella trappola, tutte le persone possono essere intrappolate, “io non mi scandalizzerò mai, starò con Te fino in fondo”. Sapete una cosa? Sapete che solo pochi minuti, o poche ore prima di questo, gli era già stata insegnata una lezione? Là nella sala al piano superiore, lasciate che vi dica, Giovanni 13, ricordate che vi ho detto che è successo nella sala al piano superiore? Giovanni 13, 14, 15, 16, 17?

Ascoltate Giovanni 13. Il Signore sta parlando di andare via, “Simon Pietro Gli disse” – Giovanni 13:36 – “‘Signore, dove vai?’ Gesù rispose, ‘Dove Io vado tu non puoi seguirmi ora, ma Mi seguirai più tardi’.” In altre parole, vado in cielo, tu non puoi venire ora; verrai quando sarà il tuo momento, “Pietro Gli disse, ‘Signore, perché non posso seguirTi ora?’” Come un bambino di tre anni: voglio venire. Poi dice: “‘Darò la mia vita per Te’. Gesù gli rispose, ‘Darai la tua vita per Me? In verità, in verità ti dico, il gallo non canterà prima che tu Mi abbia rinnegato tre volte’.” Aspetta un momento. Vuoi dire che glielo aveva già detto una volta? Sì, quella è nella sala al piano superiore. Ora guardate che cosa succede. Ora siamo fuori dalla sala al piano superiore, un po’ dopo siamo sul pendio del Monte degli Ulivi, ed egli dice: “Benché tutti gli uomini” – Matteo 26:33 – “si scandalizzino, io non mi scandalizzerò mai”. E Gesù gli dà la stessa risposta, “In verità ti dico, questa notte, prima che il gallo canti, tu Mi rinnegherai tre volte”. Questo tizio è un caso duro. È la seconda volta nella stessa notte. Due volte, semplicemente non ascolta. Ha così tanto orgoglio e così tanta fiducia in se stesso.

E Gesù gli disse qualcos’altro che Matteo non ha registrato, ma che Luca ha registrato, fortunatamente, ed è davvero interessante. Questo è ciò che altro Gesù gli disse: “Simone, Simone” – e lo chiama con il suo vecchio nome, prima che fosse salvato, perché si sta comportando così – “ecco, Satana ha chiesto di avervi per vagliarvi come il grano”. Il vaglio era mettere il grano dentro e scuoterlo violentemente avanti e indietro così. Dice: “Satana ha desiderato di avervi”, e usa la parola humas, voi plurale. Non solo tu, Pietro, ma tutti voi. Satana è dietro di voi e vi scuoterà come non siete mai stati scossi. Ora, Pietro si era già imbattuto in Satana. Ricordate in Matteo 16? Pietro disse: “No, Signore, no, mi dispiace, Tu non morirai. Ora, so che è quello che vuoi fare, ma no, non lo farai”. E Gesù lo guardò e disse: “Vattene via da Me, Satana”. Così Satana aveva tormentato Pietro per molto tempo.

Ma in Luca 22, versetto 31, Gesù dice: “Satana vi scuoterà come non siete mai stati scossi. Vi scuoterà violentemente, come un uomo scuoteva un vassoio per far cadere il grano e far volare via la pula. Sarete scossi”. Ma Gesù dice: “Ho pregato per te affinché la tua fede non venga meno. E quando sarai convertito, rafforza i tuoi fratelli”. Gesù disse: “Ho pregato per te affinché non sia un crollo totale. Avrai un disastro, ma non sarà totale, perché ho pregato per te. E quando sarai restaurato e recuperato, allora potrai rafforzare gli altri”. Perché? Perché uscirai e dirai: “Ehi, gente, non confidate in voi stessi”. Imparerai una lezione che potrai predicare a qualcun altro. E in Luca egli dice: “Sono pronto ad andare con Te sia in prigione che alla morte”. Ragazzo, è ostinato. E Lui disse: “Pietro, il gallo non canterà oggi prima che tu Mi abbia rinnegato tre volte”. Negherai perfino di conoscermi.

Torniamo quindi a Matteo 26. Gesù sta parlando di una prova severa – e il “voi” è plurale – non solo che verrà su Pietro, ma su tutti gli altri. Sono su un terreno molto insidioso. Pietro è uno stolto qui, francamente. È uno stolto assoluto. E il suo orgoglio si manifesta in tre modi. Ascoltate, se questo non è orgoglio non so che cosa lo sia. Primo, contraddisse il Signore. Capite questo? Contraddisse il Signore. Da bambino mi lavavano la bocca col sapone per aver contraddetto mia madre o mio padre. Contraddire il Signore: “No, Signore, Ti sbagli, non Ti rinnegherò”. È molto sfrontato. In secondo luogo, pretese di essere migliore di tutti gli altri, “Benché tutti si scandalizzino, io non mi scandalizzerò mai”. In terzo luogo, confidò nella propria forza, “Io”, disse, “morirò con Te, e non Ti rinnegherò”. Io, io, io, io – l’uomo era molto orgoglioso, e tutti gli altri discepoli, alla fine del versetto 35, dissero la stessa cosa, “Oh sì, non lo faremo mai”. E l’umiltà di Gesù emerge in modo così meraviglioso, “No”, dice, al versetto 34, “questa notte, prima che il gallo canti, tu Mi rinnegherai tre volte”. Ed Egli sarà solo, lasciato, abbandonato, deserto.

L’orgoglio stupido degli uomini, e l’umile maestà di Gesù Cristo, che risolutamente e volentieri va alla croce a morire e a spargere il Suo sangue per gli stupidi, codardi, deboli, orgogliosi discepoli che stanno per abbandonarLo. Incredibile – che condiscendenza, che umiltà. Come osano questi uomini vergognarsi del Dio vivente che non si vergogna di loro? Voglio dire, sarebbe comprensibile se Dio si vergognasse di associarsi con i peccatori, ma che i peccatori si vergognino di associarsi con Dio? Questo vi mostra quanto fossero distorti. E così il Signore dice: “Questa notte, prima che il gallo canti”, sapete quando era? I Giudei dividevano la notte in quattro parti: sera – quella era dalle sei alle nove; mezzanotte – dalle nove alle dodici; canto del gallo – dalle dodici alle tre; mattino – dalle tre alle sei, “Canto del gallo” era il nome di un periodo di tempo da mezzanotte alle tre del mattino, perché era allora che il gallo cantava, verso le tre del mattino. È molto presto. E quello si chiamava “canto del gallo”. E qui è quasi mezzanotte, e il nostro Signore dice: “Fra poche ore, prima ancora che quel gallo possa cantare due volte, tu Mi avrai già rinnegato in tre occasioni. Prima ancora che siano le tre del mattino, Mi avrai rinnegato in tre momenti diversi”.

Ragazzi, Egli conosceva ogni dettaglio. Sapeva che cosa sarebbe accaduto in ogni movimento, non solo Suo, ma di Pietro. Sapeva dove sarebbe stato Pietro. Sapeva chi avrebbe incontrato, come avrebbe rinnegato; tutto gli era chiarissimo. E, a proposito, guardate il versetto 74 di questo capitolo, e mostra un uomo al quale è stato detto: “Ma non viaggi tu con Gesù il Nazareno?” E Pietro, al versetto 74, ascoltate: “cominciò a imprecare e a giurare”. Non è sufficiente rinnegare Cristo, comincia a tirare fuori bestemmie dalla sua bocca. Ora, questo è Pietro; questo è Pietro l’apostolo, gente, che impreca e giura, “Non conosco quell’uomo”. Chi stava bestemmiando? Potrebbe essere che stesse bestemmiando Cristo? Voglio dire, è inconcepibile, “Non conosco quell’uomo”. E subito che cosa accadde? Un gallo cantò, ed egli si ricordò delle parole di Gesù – oh, che ricordo doloroso, “E uscito fuori, pianse amaramente”. Che lezione – che lezione. Al versetto 35 di Matteo 26 egli dice: “Benché dovessi morire con Te, non Ti rinnegherò”. Bel sentimento, Pietro, bel pensiero; solo aria fritta, un mucchio di parole. Non ce la fai; non hai ciò che serve.

Voglio che notiate ciò che dice Luca – è così provocatorio. Luca dice: “E quando Pietro disse: ‘Uomo, non so quello che dici’, immediatamente, mentre parlava, il gallo cantò, e il Signore, voltatosi, guardò Pietro”. Oo – riuscite a immaginarlo? Lo vide laggiù dietro, e lo guardò soltanto – “te l’avevo detto”. E tutti i discepoli dissero, “Oh sì”, la stessa cosa. E così vediamo il loro orgoglio, e in contrasto l’umiltà di Cristo, che sta realmente morendo per questi discepoli ingrati, senza amore, che disertano e abbandonano, sacrificando umilmente Sé stesso per coloro che non oserebbero nemmeno nominare il Suo nome sotto pressione. Così, il Cristo onnisciente, coraggioso, potente, umile va alla croce da solo, senza i Suoi seguaci ignoranti, codardi, deboli e orgogliosi. È così che finisce? No, per grazia non finisce così. Dobbiamo tornare al versetto 32: “Ma dopo che sarò risuscitato vi precederò in Galilea”. L’idea della frase “vi precederò” è “vi guiderò in Galilea”. E questo ci porta all’ultimo contrasto tra diserzione e restaurazione – la loro diserzione e la Sua restaurazione. Nonostante tutto ciò che fecero per abbandonare il Signore, nonostante tutte le imprecazioni, e i giuramenti, e il rinnegamento, e la fuga, e l’abbandono e tutto il resto, Egli era amorevole, era misericordioso, era restauratore. E, non so, è come se avesse vissuto le parole finali di quel grande Salmo 136 che devono aver detto più e più e più volte: “Poiché la Sua misericordia dura per sempre – poiché la Sua misericordia dura per sempre – poiché la Sua misericordia dura per sempre”. E qui vediamo l’illustrazione assoluta, classica, della misericordia.

Non sono degni di niente, ma Egli dice: “Tornerò. E, nonostante ciò che farete, vi raccoglierò e vi condurrò in Galilea”. Ed è esattamente ciò che fece. E li condusse su un pendio, e li restaurò. E in Giovanni 21 si registra che, in modo molto specifico, restaurò Pietro e gli disse: “Pietro, pasci le Mie pecore, pasci i Miei agnelli, pasci le Mie pecore”. Ricordate, gli chiese tre volte se Lo amava? Riportò Pietro a bordo. Riportò tutti a bordo, ascese al cielo, mandò lo Spirito Santo e li mandò a cambiare il mondo. Ora, che cosa dice questo a me? Vi dirò che cosa dice a me. Dio è nel business di raccogliere i discepoli che hanno disertato, giusto? Questo consola, consola molto. Noi possiamo abbandonarLo, ma Egli non ci abbandonerà mai, in nessuna condizione. Gesù disse questo: “Senza di Me non potete far” – che cosa – “nulla”. Ora, tanto vale che lo impariate. Tanto vale che impariate che le vostre risorse sono nel Signore, non nella vostra propria forza.

L’hanno imparato, grazie a Dio l’hanno imparato. E per provarvi che l’hanno imparato, voglio darvi un’ultima Scrittura, in Atti 5 – stessi uomini, stesso gruppo. Versetto 40: il consiglio giudaico a Gerusalemme chiamò gli apostoli – questi sono i discepoli, gli stessi undici – li chiamò dentro, “e dopo aver chiamato gli apostoli e averli battuti, comandarono loro di non parlare nel nome di Gesù e li lasciarono andare”. Ora, se questo è lo stesso gruppo che abbiamo appena incontrato in Matteo 26, ci aspettiamo che spariscano in fretta. Ma il versetto 41 dice: “Ed essi dunque se ne andarono dalla presenza del sinedrio, rallegrandosi di essere stati reputati degni di essere vituperati per il Suo nome. E ogni giorno, nel tempio e per le case, non cessavano d’insegnare e di annunciare la buona novella di Gesù Cristo”. Ragazzi, hanno imparato la lezione? Dite: “Beh, forse la differenza era la venuta dello Spirito Santo”. Beh, quella era certamente una parte importante, ma non era l’unica differenza, perché Timoteo, che si vergognava di Cristo, aveva anch’egli lo Spirito Santo.

Io credo che questi uomini abbiano imparato una lezione assolutamente potente sulla loro propria debolezza. E credo che quando Gesù tornò dalla tomba, e pose le Sue braccia amorevoli intorno a quei ragazzi, e li tirò a Sé, e li restaurò nella comunità dei discepoli che originariamente aveva progettato che fossero, e li ri-commissionò e li mandò, essi avevano visto così profondamente la Sua misericordia, avevano visto la Sua potenza nella risurrezione, non avevano più paura della morte perché sapevano che sarebbero risorti dai morti come Lui. Avevano visto la gloria di Cristo e la grazia di Cristo a loro favore, e penso che uscirono con un approccio totalmente nuovo. E così può essere nelle nostre vite che non sia se non quando siamo stati restaurati da una diserzione dalla dolce e tenera grazia del Signore che usciremo a vincere senza compromessi in futuro, quando affronteremo quel tipo di difficoltà. Ringrazio Dio per le volte in cui ho fallito e il Signore mi ha insegnato la fragilità della mia propria forza. E voi no? E sono grato per le volte in cui mi ha insegnato la Sua propria potenza, e riposo in Lui.

Lasciate che vi ricordi l’altro inno che abbiamo cantato questa mattina come degna conclusione. Ascoltatelo: “Non temere, perché Io sono con te, o non ti smarrire, perché Io sono il tuo Dio e sempre ti soccorrerò, ti fortificherò, ti aiuterò e ti farò stare saldo, sostenuto dalla Mia mano giusta e onnipotente”. Non è una grande promessa? “Quando attraverso le acque profonde ti chiamerò ad andare, i fiumi di dolore non ti sommergeranno, perché Io sarò con te per benedire le tue prove e santificare per te la tua più profonda angoscia. Quando lungo il sentiero giaceranno prove di fuoco, la Mia grazia onnisufficiente sarà la tua provvista. La fiamma non ti farà male. Io disegno soltanto di consumare le tue scorie e raffinare il tuo oro. L’anima che su Gesù si è appoggiata per riposare, Io non la lascerò, non la lascerò in balìa dei suoi nemici. Quell’anima, anche se tutto l’inferno cercasse di scuoterla, Io non la abbandonerò mai, no, mai, no, mai”. Inchiniamo il capo in preghiera.

O Padre, quanto Ti siamo grati che quando affrontiamo il nemico, e quando l’anima, anche se tutto l’inferno cercasse di scuoterla, Tu non la abbandonerai mai, no, mai, no, mai. Ti ringraziamo, o Dio, che Tu stai con noi in mezzo alle prove più severe e in quei momenti in cui siamo tentati di vergognarci. Dacci potenza con il Tuo Spirito, riempici di coraggio per non abbandonare. O Signore, che Tu, un Dio infinitamente santo, non Ti vergogni di chiamarci Tuoi fratelli e Tuoi figli, e tuttavia noi ci vergogniamo di chiamarTi nostro Dio, è un paradosso impossibile. Come può essere che un Dio santo ami chiamare i peccatori Suoi, e i peccatori rifiutino di chiamare un Dio santo loro? O Signore, dacci un nuovo coraggio e una nuova – dacci la visione del Cristo maestoso, mentre si muove verso la Sua morte per noi affinché noi possiamo diventare Suoi figli, raccolti insieme a Lui per sempre e sempre.

FINE

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