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Quando ci raduniamo nel Giorno del Signore per studiare la Parola di Dio ci avvaliamo di un privilegio immenso, ed è facile dimenticarcelo. Possiamo dare per scontato l’abbondanza d'insegnamenti biblici ai quali siamo esposti qui a Grace; ed ogni volta che mi trovo lontano, da qualche altra parte, quando incontro altre persone che non hanno il privilegio che abbiamo qui, che siamo circondati da così tanti maestri donati da Dio, mi ricordo di quanto siamo ricchi e di come dovrei essere riconoscente a Dio e non dare mai – mai – per scontato la meraviglia della Sua grande e gloriosa Parola. E spero che, mentre ci accostiamo alla Parola di Dio in ogni Giorno del Signore, ci sia nei vostri cuori un senso di attesa, un senso di gioia, un senso di separazione — per così dire — dal mondo e dalle cose che ci circondano, in modo che possiate concentrarvi con tutto il cuore sulle cose che lo Spirito di Dio vuole dirvi attraverso la Parola di Dio. Questo è per noi un privilegio elevato, santo e sacro, e non è meno Parola di Dio di quanto lo sarebbe se il Signore stesso fosse qui a parlare o se un apostolo o un profeta fosse qui a dare il messaggio. Questa è la Parola di Dio per noi, e la ascoltiamo con grande gioia e con cuori riconoscenti.

E la Parola di Dio per noi questa mattina viene da Matteo capitolo 24, dal versetto 32 al 35. Questo è il prossimo passo nel nostro studio del grande Vangelo di Matteo, e prima di esaminarlo in profondità voglio leggervi il passo. Matteo 24, a partire dal versetto 32, “Imparate dal fico questa similitudine: quando già i suoi rami si fanno teneri e mettono le foglie, voi sapete che l'estate è vicina. Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che Lui è vicino, proprio alle porte. Io vi dico in verità che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”.

La speranza di ogni cristiano è la seconda venuta del Signore Gesù Cristo. La Bibbia dice che siamo quelli che amano la Sua apparizione, che attendono quella beata speranza e la gloriosa manifestazione del grande Dio e del nostro Salvatore, Gesù Cristo. Siamo quelli che, come dice Paolo, aspettano con ardore la gloria che deve essere rivelata in noi. Aspettiamo la manifestazione dei figli di Dio, la gloriosa liberazione dei figli di Dio; aspettiamo la redenzione del corpo. Siamo quelli, dice il Nuovo Testamento, che attendono la venuta del nostro Signore Gesù Cristo: il giorno in cui i santi giudicheranno il mondo, in cui tutti saremo trasformati, in cui la morte sarà per sempre sconfitta insieme al peccato, ed entreremo nella presenza di Cristo, come dice Paolo, come una vergine casta presentata a uno sposo. Desideriamo ardentemente il giorno in cui saremo assenti dal corpo e presenti con il Signore, il giorno in cui Lui apparirà e saremo simili a Lui, perché Lo vedremo così com’è.

Il tema della seconda venuta riempie il Nuovo Testamento. È la grande realtà anticipatoria della vita cristiana. Guardiamo indietro alla croce, dove le nostre anime sono state redente, e guardiamo avanti alla seconda venuta, quando i nostri corpi saranno redenti ed entreremo nella pienezza della nostra salvezza. E noi, come cristiani, desideriamo il giorno in cui Gesù verrà, perché è in quel giorno che Satana sarà sconfitto; è in quel giorno che la maledizione sarà rimossa, è in quel giorno che i santi saranno glorificati, che Cristo sarà adorato, che la creazione sarà liberata e che il peccato e la morte saranno eliminati, e così, con grande attesa, guardiamo alla seconda venuta di Gesù Cristo, credendo che sia un evento reale che accadrà storicamente parlando, così come accadde la Sua prima venuta, con un impatto altrettanto vasto e glorioso.

E quando pensiamo alla seconda venuta, potremmo considerare molti passi della Scrittura, ma ci troviamo in uno che davvero non ha eguali. Matteo 24 e 25 costituiscono il sermone di Gesù sulla Sua seconda venuta. Così, quando il nostro Salvatore stesso volle parlare del Suo ritorno, questi furono i termini nei quali scelse di parlarne. E quindi troviamo meraviglia dopo meraviglia mentre ascoltiamo il Salvatore parlare ai Suoi discepoli sul Monte degli Ulivi, dicendo loro: “questa non è la fine”, ma che Lui ritornerà in gloria e potenza per stabilire il Suo regno.

Il sermone è conosciuto come, “Discorso del Monte degli Ulivi” perché fu pronunciato dal nostro Signore proprio su quel monte. È riportato da Matteo, Marco e Luca, a causa della sua enorme importanza. E stiamo osservando la versione di Matteo, la più lunga e dettagliata, e stiamo imparando tantissime verità meravigliose ed entusiasmanti. Oggi arriviamo a questa piccola sezione nella quale il nostro Signore dà la parabola del fico. E penso che, quando avremo finito, vedrete il suo tremendo impatto e la grande importanza che essa riveste, mentre viene applicata alla Sua seconda venuta. Ma per comprenderla appieno, dobbiamo tornare un po’ indietro e capire dove ci troviamo. Non possiamo semplicemente entrare al versetto 32, ritornate dunque, se volete, al versetto 3 del capitolo stesso. Gesù si siede con i Suoi discepoli dopo essere salito sul Monte degli Ulivi — che dev’esser stata una salita non da poco. Avevano passato tutto il tempo, tutto il giorno nel tempio, dialogando con i capi religiosi e con il popolo. E Gesù, nella Sua ultima parola al popolo ebraico, al versetto 39, disse: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”, così introdusse la Sua venuta in gloria, introdusse la Sua venuta in potenza, la Sua venuta nel regno promesso dai profeti antichi, e questo suscitò l’interesse dei discepoli.

E quindi quando giunsero in cima al Monte degli Ulivi, gli dissero in privato, al versetto 3: “Dicci”, “Dicci” — e son pieni di attesa, “Dicci... quando avverranno queste cose e quale sarà il segno della Tua venuta e della fine dell’età presente?” Vogliono ulteriori informazioni sul Suo ritorno, ulteriori informazioni su quel grande tempo in cui Lui regnerà come Re dei re e Signore dei signori. Vogliono sapere quando, e vogliono sapere quali saranno i segni. Quindi, pongono due domande in realtà: “Quando sarà”? E “quali saranno i segni”? Ora, Gesù risponde a quelle domande in ordine inverso. Alla seconda domanda risponde dal versetto 4 al 35 — e noi abbiamo già esaminato quella parte: “Quali sono i segni”? Alla prima domanda, “Quando sarà?”, comincia a rispondere al versetto 36, dove dice: “Ma quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa”, e poi continua a parlarne di quando dovrebbe essere, ma qui stiamo osservando la sezione in cui Lui li riporta alla domanda: “Quali sono i segni”? “Che cos’è che dobbiamo osservare per capire che Tu stai per venire in gloria”?

Ora ricordate, prima di tutto, che Lui rispose a partire dal versetto 4 giù fino al versetto 14, descrivendo alcuni segni generali che si verificheranno immediatamente prima della Sua seconda venuta, e quei segni sono chiamati, al versetto 8, “dolori di parto”: sono rapidi, sono intensi che giungono alla fine dell’era dell’uomo, proprio come i dolori di parto arrivano alla fine di una gravidanza e portano alla nascita del regno. Così Lui disse loro che dovevano osservare tutti questi segni.

Poi, al versetto 15, disse che c’è un evento che segna l’inizio dei dolori di parto — qualcosa che fa scattare quei segni generali — ed è l’abominazione della desolazione. Ricordate che abbiamo esaminato questo: è il momento in cui l’anticristo stabilirà un idolo di sé stesso nel tempio, nel Santo dei Santi a Gerusalemme, e farà sì che tutto il mondo lo adori. Questa è l’abominazione della desolazione, e dà inizio a quella che il versetto 21 chiama “la grande tribolazione”, nella quale avvengono i dolori di parto. Così, dissero: “Qual è il segno della Tua venuta?”, e Lui gli disse: “Guardate, cercate l’abominazione della desolazione; e quando la vedrete, fuggite, perché ciò che seguirà sarà qualcosa che il mondo non ha mai sperimentato prima d’ora”, e poi descrisse i dolori di parto. Eventi intensi, eventi rapidi che accadranno sulla terra fino a che finalmente apparirà il regno.

Quindi, diede loro, segni generali e poi un segno d’inizio che li farà scattare tutti; e poi diede loro anche il segno specifico, al versetto 29: “Subito dopo la tribolazione di quei giorni, il sole si oscurerà, la luna non darà la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno scosse”, e questa è la disintegrazione dell’universo intero, “Ed allora apparirà il segno” — e questo è il segno, il segno che cercavano... volete il segno? Questo è il segno: “il Figlio dell’uomo nel cielo; ed allora tutte le tribù della terra faranno cordoglio e vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nuvole del cielo con potenza e grande gloria, e Lui manderà i Suoi angeli con un grande suono di tromba, e raccoglieranno i Suoi eletti dai quattro venti, da un’estremità del cielo all’altra”, e così, dice lor: “volete un segno”? Guardate ai dolori di parto scatenati dall’abominazione della desolazione. E quando questi saranno compiuti, allora verrà il segno — ed il segno è il Figlio dell’uomo nel cielo. Tutti i corpi celesti si oscureranno, ci sarà oscurità nell’universo, ed allora apparirà il segno del Figlio dell’uomo nella gloria fiammeggiante dei cieli, venendo per sconfiggere gli empi, raccogliere gli eletti e stabilire il Suo regno. Questo è ciò che dovete aspettarvi”.

Dopo aver dato loro questi indicatori, Lui sa che nella loro mente rimane ancora una domanda: quando tutti quei segni iniziano, quanto tempo passerà? Quanto durerà fino a che il regno sarà stabilito? Quanto tempo fino a che il Figlio di Dio regnerà come Re dei re e Signore dei signori? Quanto dureranno i dolori di parto? Quanto passerà dal segno nei cieli al regno sulla terra? E così, per riassumere e fungere da transizione alla domanda sul “quando”, Lui dà questa parabola e la sua spiegazione nei versetti 32-35. Voglio che la osserviate — è meravigliosa — e che notiate quattro elementi man mano che si sviluppa.

Prima, un’analogia semplice — un’analogia semplice — versetto 32: “Ora imparate la parabola del fico: quando il suo ramo diventa tenero e mette le foglie, sapete che l’estate è vicina”. È un’analogia semplice. Ricordate che le parabole avevano lo scopo di rendere le cose chiare ai discepoli. Per esempio, tornate un momento al capitolo 13 di Matteo. In Matteo 13:10 è scritto: “E i discepoli si avvicinarono e gli dissero: ‘Perché parli loro in parabole?’” Lui rispose: “Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato”.

Le parabole, dunque, avevano un duplice scopo: quelle non spiegate nascondevano la verità; quelle spiegate la rendevano chiara. Questo era il duplice scopo di una parabola. Quando Gesù raccontava una parabola alla folla o ai capi religiosi senza spiegarla, per loro era un enigma, ma quando la dava ai discepoli e la spiegava, diventava un’illustrazione che rendeva tutto molto più chiaro. Così Lui dice che il motivo per cui parla in parabole è per nascondere le cose ai cosiddetti saggi e prudenti di questo mondo e per rivelarle ai piccoli. Le parabole spiegate diventano illustrazioni attraverso le quali la verità viene resa chiara; le parabole non spiegate sono enigmi attraverso i quali la verità rimane nascosta. Ora Gesù parla ai discepoli e spiega esattamente ciò che intende, affinché per loro la parabola diventi un’illustrazione vivente che rende la verità molto, molto chiara. È, appunto, un’analogia semplice.

Ora, quando comprendete che le parabole, per i discepoli, servivano a capire e non a confondere, allora comprenderete una cosa molto importante sulle parabole: non sono difficili da capire, non sono complesse. Sono analogie semplici per illustrare una verità semplice. Perciò non avete bisogno di una Bibbia di studio Ryrie per comprendere questa parabola, né di una Bibbia Scofield, né di aver frequentato il seminario o studiato un grafico dispensazionale. Potete trovarvi sullo stesso terreno dei discepoli, con la stessa comprensione che avevano loro, e accogliere la semplicità di un’analogia semplice. Penso sia importante sottolinearlo, perché proprio questa parabola è stata spesso interpretata in modo quasi allegorico anziché analogico. E invece di essere un’illustrazione di qualcosa, diventa un’allegoria — e a meno che non se ne comprendano i presunti segreti, non si può neppure capire che cosa significhi. Noi rifiutiamo l’idea che la parabola serva a complicare le cose; crediamo, invece, che serva a renderle molto chiare.

È dunque un’analogia semplice, naturale, che essi avrebbero dovuto comprendere. È l’analogia di un fico, un’immagine che avrebbero facilmente capito — il luogo era pieno di fichi. Infatti, proprio quel giorno, al mattino, secondo Matteo 21:18-22, Gesù aveva già insegnato loro una lezione tratta da un fico. Ricordate? Trovò un fico con foglie ma senza frutti e ne trasse una lezione sulla sterilità e sulla preghiera.

Non fu il primo maestro a usare un fico come illustrazione. Si può risalire fino al libro dei Giudici, capitolo 9, versetti 10 e 11, dove Jotham usa un fico. In Osea 9:10 i fichi sono usati per rappresentare i patriarchi. In Geremia 24:2, Geremia parla di cesti di fichi per illustrare persone buone e cattive. Anche Gioele 1:6-7 usa l’immagine del fico per comunicare una lezione spirituale. Nell’Apocalisse, l’universo che crolla è descritto come fichi che cadono da un albero troppo maturo. Così la familiarità dell’albero lo rese adatto ai profeti e ai maestri, nel corso della storia di Israele, come illustrazione di verità spirituali. E il Signore fa lo stesso qui, come fece all’inizio della giornata quando maledisse un fico. Era un mezzo d’insegnamento comune.

Ora, il nostro Signore vuole che comprendano bene ciò che sta dicendo. Notate la parola “imparate”: Lui dice, “Imparate la parabola”. In altre parole, non limitatevi ad ascoltare, ma afferrate il messaggio. Usa il verbo manthanō, che significa imparare in modo genuino e profondo, fino a farne un’abitudine. È un imparare che trasforma. Paolo usa lo stesso verbo in Filippesi 4:11, dove dice: “Ho imparato a essere contento in qualunque condizione mi trovi”. Qualcosa che non ha solo udito, ma che ha interiorizzato pienamente. Questa è l’essenza di ciò che il Signore sta dicendo: “Voglio che capiate questo; non voglio che vi sfugga; voglio che lo afferriate chiaramente”. E questo è ciò che vuole che imparino: la parabola del fico, l’analogia del fico, la lezione che deriva da questa semplice illustrazione.

Ed ecco la storia: “Quando il suo ramo è ancora tenero e mette le foglie, sapete che l’estate è vicina”. Nessuno può fraintendere questo. Quando vedete un fico mettere le foglie, sapete che l’estate è vicina. Che cosa significa? È tempo di frutto e di raccolto. In altre parole, quando l’albero germoglia, è primavera, giusto? Non è affatto complesso. Cosa intende dire “quando il ramo è ancora tenero”? In quel periodo dell’anno, quando la linfa comincia a scorrere nei rami, essi si gonfiano e diventano teneri, poiché la vita comincia a pulsare, scorrere e spingere verso l’esterno sotto forma di foglie. C’è una tenerezza nell’albero, un bisogno di cura in quel periodo. È proprio a questo che Lui si riferisce: quando il ramo è tenero, ammorbidito dalla linfa che lo gonfia e spinge fuori le foglie, sapete che è primavera — e la primavera significa che l’estate è vicina, e l’estate significa raccolto.

E ogni volta che, nel Vangelo di Matteo, il Signore parla di raccolto, si riferisce al tempo in cui Lui viene per separare il bene dal male. Il raccolto, nel Vangelo di Matteo, rappresenta il giudizio — la venuta del Signore per trattare con il bene e con il male. Tornate a Matteo 3 e lo vedrete. Nel messaggio di Giovanni Battista, al versetto 11, Lui dice di venire a “battezzare con acqua al ravvedimento, ma colui che viene dopo di me” — cioè Cristo — “è più potente di me, e io non sono degno di portargli i sandali; Lui vi battezzerà con lo Spirito Santo e con fuoco”. Il fuoco che ha in mente è il fuoco del giudizio.

Se ne parla anche al versetto 10: è un fuoco di giudizio, quando un albero che non porta frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. E al versetto 12 si dice che Lui ha in mano il ventilabro e ripulirà l’aia; usavano un ventilabro per lanciare il grano in aria, lasciando che la pula volasse via mentre il grano ricadeva a terra. Il Signore separerà il bene dal male e brucerà la pula con fuoco inestinguibile. Giovanni Battista, quindi, vede il raccolto come il momento in cui Dio separa il male, lo distrugge, e conserva il bene, portandolo nel Suo granaio — il granaio del Suo regno.

In Matteo 9 troviamo di nuovo il riferimento al raccolto. Al versetto 36, il Signore guarda alla moltitudine ed è mosso a compassione, perché sono stanchi e sfiancati, letteralmente abusati dai loro falsi pastori, e dispersi come pecore senza pastore, e dice ai Suoi discepoli: “La messe è grande, ma gli operai sono pochi; pregate dunque il Signore della messe che mandi operai nella Sua messe”, in altre parole, Dio giudicherà il mondo, e Gesù, con compassione, vede l’intero raccolto — per così dire — muoversi verso quel giudizio: un campo di uomini che avanzano verso la separazione finale, e desidera che alcuni siano mandati ad avvertirli del giudizio imminente, quando Dio separerà i giusti dagli ingiusti.

In Matteo 13, al versetto 30, troviamo la parabola del grano e delle zizzanie, “Lasciate che crescano insieme fino al raccolto, e al tempo del raccolto dirò ai mietitori: raccogliete prima le zizzanie e legatele in fasci per bruciarle, ma raccogliete il grano nel mio granaio”. Anche qui il raccolto è un tempo di distinzione, di giudizio, di bruciore per i malvagi e di ricompensa per i giusti. Questo viene spiegato al versetto 40: “Le zizzanie sono raccolte e bruciate nel fuoco; così sarà alla fine dell’età”. Versetto 41: “Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, ed essi raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e coloro che commettono iniquità, e li getteranno in una fornace di fuoco; là sarà pianto e stridore di denti”.

In tutti questi episodi del Vangelo di Matteo, il raccolto è un tempo di ricompensa per ciò che è buono e di punizione per ciò che è malvagio. Così, ciò che il Signore sta dicendo in questa analogia non complicata è molto semplice: quando vedete le foglie spuntare in primavera, sapete che l’arrivo dell’estate è vicino, e che presto ci sarà un raccolto. E poiché essi comprendevano il raccolto come la seconda venuta — il tempo del giudizio di Dio — capirono facilmente il senso di ciò che il Signore stava dicendo.

Così l’analogia semplice conduce, in secondo luogo, a un’applicazione inconfondibile. Versetto 33: “Così anche voi”, dice, “quando vedrete tutte queste cose, sappiate che esso è vicino, alle porte”, ora dicendo “così anche voi”, cosa fa? Collega la parabola, o l’analogia, all’applicazione, “Quando vedrete tutte queste cose”, e poi, quali sono “tutte queste cose”? Ora “tutte quelle” si riferiscono a “tutte quelle cose”, e quali sono? Cos’è che precede tutto questo? Beh, sono tutte le cose che ha appena menzionato: i dolori di parto dei versetti 4-14, l’abominazione della desolazione del versetto 15, la fuga durante la grande tribolazione nei versetti 16-28 — i dolori di parto, il segnale iniziale, le calamità sulla terra, la confusione di coloro che gridano: “Il Messia è qui!” o “Il Messia è là!”, la corruzione del peccato come una carcassa divorata dagli uccelli, e infine il segno del Figlio dell’uomo nel cielo, quando il cielo si oscura e il Figlio dell’uomo appare in tutta la Sua gloria. Tutte queste cose, dice, quando le vedrete, è come l’albero che mette le foglie: saprete che esso è vicino.

E qualcuno potrebbe chiedere: “Che cos’è esso? Non ci viene detto?” Sì, lo dice. Luca, riportando lo stesso Discorso del Monte degli Ulivi, è più specifico: in Luca 21:31 leggiamo, “Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino”. Potete quindi annotare nel margine della vostra Bibbia che “esso” significa “il regno di Dio”. È il regno del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo — la fine del giorno dell’uomo e l’inizio del giorno di Dio, “Sappiate che il regno è vicino”: il regno millenario di Apocalisse 20:4-5 è qui in vista, quando Gesù Cristo regnerà con i Suoi santi redenti per mille anni sulla terra, e Satana sarà legato. È il glorioso regno promesso a Israele, quando Israele tornerà nella sua terra, sarà preservato dai suoi nemici e servirà l’Altissimo; il tempo in cui dieci Gentili afferreranno l’orlo della veste di un Giudeo e saranno condotti a Dio per conoscere il vero Dio. È il tempo promesso da tutti gli antichi profeti, quel grande regno. Dunque, ciò che il Signore sta dicendo è che quando vedrete tutte queste cose — tutti i dolori di parto, tutti i segni e infine il segno del Figlio dell’uomo nel cielo — sappiate che esso è vicino, così vicino che sta bussando alla porta: questa è la metafora usata. È proprio la fine.

E poi, al versetto 34, proseguendo con un’applicazione inconfondibile, dice: “In verità vi dico”, — è un’enfasi, per sottolineare l’importanza e la verità dell’affermazione — “questa generazione non passerà finché tutte queste cose non siano adempiute”. Questa generazione non passerà finché tutte queste cose non siano adempiute. Ora, la domanda sorge immediatamente: di quale generazione sta parlando? Quale generazione non passerà? Ebbene, “passare” significa morire, giungere alla fine. La generazione non giungerà alla fine finché tutte queste cose non saranno adempiute. Quale generazione? Domanda molto importante. E sono state proposte molte risposte. Lasciate che vi conduca alla risposta che ritengo corretta.

Quale generazione? Ecco alcune opzioni. Alcuni suggeriscono che “questa generazione” si riferisca direttamente ai discepoli: che cioè Lui stia dicendo, “Voi discepoli non morirete prima della seconda venuta”. Voi dite: “Ma questo non è vero”. Giusto. E coloro che sostengono questa opinione dicono che Gesù si sbagliò. Fu una buona supposizione, ma errata. Ebbene, non dovremmo sorprenderci — dicono — perché Lui stesso ammise in Marco 13:32 che “quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno li conosce, neppure il Figlio”. Quindi, dicono, Gesù confessò la propria ignoranza.

Ascoltate: lì Gesù dichiarò che, nella Sua incarnazione, scelse di non conoscere quel dato. Scelse di non avere quella conoscenza. Ma una cosa è scegliere di non conoscere; altra cosa è affermare ciò che non è vero. Nella Sua incarnazione Lui può aver limitato la Sua conoscenza, ma non perse mai la connessione con la verità. Questa opinione, dunque, è inaccettabile. E se Gesù si fosse sbagliato su questo, amici, aggrappatevi al primo gancio nel cielo che trovate, perché ci sarebbe una buona possibilità che si fosse sbagliato su molte altre cose. Respingiamo totalmente questa opinione. Gesù non si sbaglia. Non è in errore. Non sta pronunciando ignoranza. Nella Sua incarnazione pose limiti autoimposti a elementi della Sua deità e all’espressione della Sua conoscenza divina, ma dalla Sua bocca non uscì mai nulla che non fosse assolutamente vero. E non c’è motivo di credere che “questa generazione” significhi “questo piccolo gruppo di discepoli”, perché, se questo avesse inteso, avrebbe potuto dire: “Voi non passerete finché tutte queste cose non siano adempiute”.

C’è un’altra opinione; anche questa è inaccettabile. Secondo l’opinione numero due, si riferirebbe ai discepoli, ma ciò che deve adempiersi sarebbe la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. In altre parole, si sostiene che tutto il capitolo parli del 70 d.C., non della seconda venuta. Per inciso, è un’opinione molto popolare, e molti commentari la sostengono: che tutto sia una descrizione della distruzione di Gerusalemme e che Gesù stia dicendo: “Voi — questa generazione presente, voi discepoli e la gente del vostro tempo — sarete qui nel 70 d.C. quando tutto ciò accadrà”.

Anche questa opinione è inaccettabile, perché non potete confondere la distruzione di Gerusalemme da parte dei Romani nel 70 d.C. con la seconda venuta di Gesù Cristo. E i discepoli non gli chiedono della venuta dei Romani; gli chiedono della Sua venuta. Al versetto 3 domandano: “Quale sarà il segno della Tua venuta?”, non “Qual è il segno della venuta dei Romani?” E quando Lui risponde, risponde alla loro domanda. Inoltre, non c’è modo, sotto il cielo, di far rientrare tutti questi eventi nel 70 d.C. Quando, nel 70 d.C., per esempio, il sole si oscurò, la luna non diede la sua luce, le stelle caddero dal cielo e il Figlio dell’uomo apparve nel cielo raccogliendo gli eletti dai quattro angoli della terra? Quando, in quel tempo, tutte le tribù della terra fecero cordoglio? In nessun modo. Assolutamente impossibile. E nel 70 d.C. furono i Romani contro i Giudei: non era “nazione contro nazione” e “regno contro regno”, con terremoti e pestilenze in tutto il mondo. No. È impossibile. Non può riferirsi al 70 d.C.; anche questa, dunque, è un’opinione inaccettabile. Per inciso, quanti vogliono ricondurre tutto al 70 d.C. rendono semplicemente il linguaggio simbolico. Dicono soltanto: “Ai Giudei parve così grave”, oppure: “Sembrò loro, in modo iperbolico, di così vasta portata”. Anche questa, dunque, è un’opinione inaccettabile.

La terza opinione è che “questa generazione” si riferisca alla razza ebraica. Che cioè “genea” — “questa generazione” — possa significare uno stock, un tipo, una razza di persone. Così Lui starebbe dicendo: “Questa generazione di Giudei, questo popolo ebreo, non morirà finché tutte queste cose non saranno accadute”. In altre parole, starebbe predicendo la sopravvivenza e la continuità del popolo ebraico fino alla seconda venuta. Ora, è vero: gli ebrei sopravviveranno fino alla seconda venuta, e non vorrei certo litigare con qualcuno su questa opinione. Francamente, non vorrei litigare con nessuno — e certamente non su questa. Ma non mi sembra una buona interpretazione qui, per un paio di ragioni. La prima è che non dice “Israele”; e se il Signore stesse parlando d’Israele, sembrerebbe naturale che lo dicesse. Sarebbe un modo piuttosto sbrigativo di riferirsi al popolo del patto chiamarlo semplicemente “questa generazione” invece di “il Mio popolo”. Mi parrebbe più naturale: “Il Mio popolo non passerà finché tutte queste cose non siano adempiute”. Chiamarli “questa generazione” suona piuttosto indifferente per parlare del popolo del patto.

E perché si sarebbe preoccupato di dire che sopravvivranno fino al regno, quando quella non era nemmeno una domanda nella mente dei discepoli? Essi credevano nella sopravvivenza d’Israele perché credevano nella natura eterna dei patti. Credevano che Dio avesse stretto patti che intendeva mantenere; dunque non stavano chiedendo: “Dio abbandonerà tutto questo?” Non è questo che hanno in mente. Vogliono sapere quando Lui verrà. Perché allora dire: “I Giudei sopravvivranno fino ad allora”? È fuori tema. Questa opinione è possibile, ma non è quella che sceglierei.

C’è una quarta opinione: che “genea”, “questa generazione”, significhi le persone che rifiutano Dio e Cristo. In altre parole, il tipo di persone che mi ha rifiutato; il tipo di persone con cui abbiamo parlato tutto il giorno nel tempio, che odiano ciò che rappresento; persone che odiano Dio e rifiutano Cristo — religiosi falsi — saranno presenti fino alla seconda venuta. Che Lui intenda la continuità dei malvagi che rifiutano Cristo.

“Genea” può significare questo. È usata, per esempio, nella Settanta — la versione greca dell’Antico Testamento — per rendere l’ebraico “dor”, talvolta tradotto “questa generazione malvagia” o “questa generazione giusta”. Quindi si dice che significhi: questa generazione malvagia sarà presente fino al ritorno di Gesù; non aspettatevi che le cose migliorino, ci saranno sempre persone che odiano Dio e rifiutano Cristo, tra gli ebrei e altrove, fino alla seconda venuta. È un’opinione possibile, ma vaga, e sembra poco coerente con il contesto e con la questione che premeva ai discepoli. Non sono preoccupati se i malvagi sopravvivranno fino alla seconda venuta; sono preoccupati di quando accadrà e quali siano i segni.

C’è una quinta opinione — probabilmente quella più diffusa: che il fico sia Israele. E quando… A proposito, nemmeno questo è detto nella Scrittura; qui si parla semplicemente di un fico come illustrazione. Qualcuno, strada facendo, ha detto che il fico è Israele. Gesù non l’ha detto. A questo punto l’analogia è interrotta e diventa allegoria: occorre allora dire a che cosa corrispondano gli elementi dell’allegoria. Così si dice: il fico è Israele; e quando mette le foglie — ho sentito dire — quella è la statualità d’Israele nel 1948. Avete sentito quest’opinione? È piuttosto popolare. Quando Israele diventa uno Stato… Be’, innanzitutto, Gesù non l’ha detto; e come avrebbero mai potuto i discepoli intuire la statualità d’Israele nel 1948? È davvero tirato per i capelli.

Ricordate: Gesù sta illustrando quello che ha appena insegnato, per renderlo chiaro. Non sta cercando di dire loro qualcosa di così infinitamente oscuro che nessuno vissuto prima del 1948 avrebbe potuto comprendere. Inoltre, come possiamo concludere che la vita che pulsa nel fico e spinge fuori le foglie sia la statualità d’Israele? Se anche volessimo forzare l’allegoria, se l’albero fosse Israele e cominciasse a mettere foglie, si supporrebbe che sia la vita a entrare in Israele, giusto? E la vita che entra in Israele sarebbe spirituale, non politica; e Israele, pur essendo vivo oggi, è tra le nazioni più secolari della terra. Non è dunque una buona allegoria del risveglio spirituale d’Israele.

E perché il Signore parlerebbe solo della statualità d’Israele come se fosse la vita spirituale che pulsa nella nazione? E chi può dire che il fico si riferisca a Israele, quando il contesto non tratta affatto della sopravvivenza o restaurazione nazionale, ma della seconda venuta di Gesù Cristo? Anche questa, sebbene fantasiosa, mi pare un’opinione inaccettabile.

Che cosa resta? La mia opinione. E ci sono arrivato con mente aperta: ho riflettuto su molte di queste cose, ho letto, e ciò che dice mi appare chiarissimo. Quando il ramo è tenero e mette le foglie, sapete che il giudizio è vicino. Così, quando vedete tutte queste cose — quali cose? Le foglie. E che cosa sono le foglie? I dolori di parto, giusto? Il segno nel cielo. I segni concomitanti. Tutto ciò che ha descritto nel capitolo. Quando vedete tutte quelle cose, sapete che il giudizio è vicino. E “questa generazione” — quale generazione? Il “questa” si riferisce alle persone che vedono tutte quelle cose. Questa generazione che vede tutte quelle cose non finirà finché il resto non sarà adempiuto.

In altre parole, stanno chiedendo: quanto tempo ci vorrà? Quando vedremo il segnale — o meglio, l’innesco, l’abominazione della desolazione — e cominceremo a vedere gli altri dolori di parto, e poi, all’improvviso, il segno del Figlio dell’uomo nel cielo, quanto tempo passerà? Lui sta dicendo che la generazione che vede tutte queste cose non morirà finché tutto non sarà adempiuto. Sta enfatizzando di nuovo l’immagine della foglia che spunta: quando vedete la foglia, sapete che l’estate è vicina. L’estate è vicina — questo è l’intero punto.

Oppure l’idea dei dolori di parto. I dolori di parto arrivano a raffica proprio alla fine, poco prima della nascita. Quindi, se vedete la foglia, sapete che sarete vivi in estate; se vedete i dolori di parto, sapete che sarete vivi alla nascita. La generazione che è viva, che vede queste cose, che sperimenta i fenomeni di segni e prodigi alla fine dei tempi, non morirà finché tutte queste cose non siano adempiute. In altre parole, quando verrà, verrà rapidamente. Infatti, abbiamo imparato che è un periodo di sette anni, chiamato il tempo dell’angoscia di Giacobbe, ma il vero periodo della Tribolazione dura quanto? Tre anni e mezzo: milleduecentosessanta giorni, o quarantadue mesi, ed è ribadito più e più volte da Daniele e da Giovanni. È un periodo di tempo molto intenso e condensato. E la generazione che è viva quando comincia sarà ancora in giro quando finisce, perché, in sostanza, dura poco più di tre anni e mezzo; ed è questo che Lui sta dicendo.

Guardate indietro al versetto 15, per esempio: quando vedete l’abominazione della desolazione, il versetto 16 dice: allora fuggite sui monti. E dice di correre, versetto 21. Perché? Perché una grande tribolazione sta per venire sulla terra. Uscite più in fretta che potete. Il punto è che verrà rapida e furiosa, e sarà conclusa dal segno del Figlio dell’uomo nel cielo, perché al versetto 29 si afferma che immediatamente dopo quel periodo di tre anni e mezzo il cielo comincia a cadere e il Figlio dell’uomo appare, pronto a stabilire il Suo regno. E lo riassume magnificamente. Dunque, dice che quelli di voi che vedono i segni vedranno anche la fine. Capito? Questa è l’applicazione più chiara, semplice — penso inconfondibile — di ciò che il nostro Signore disse, nel tentativo di rendere le cose chiare. Qualsiasi altra cosa risulta poco chiara. Questo è estremamente coerente con il contesto. Quindi — e, per inciso, non fa alcuna ingiustizia al testo greco: la questione di hautē e dei suoi antecedenti è completamente coperta.

Ora, voglio porre questa domanda: chi è questa generazione? Quale generazione sarà viva allora? Quale generazione sarà viva per vedere questi segni? Tra i cristiani ci sono due opinioni. Alcuni dicono che la chiesa sarà lì: questa è la posizione post-tribolazionista. In altre parole, saremo tolti dal mondo dopo la Tribolazione; quindi, vedremo tutte queste cose, ci passeremo attraverso; alcuni di noi verranno massacrati nel processo — andremo comunque in cielo, ma verremo massacrati — altri sopravvivranno, ma ci passeremo attraverso e saremo rapiti post-tribolazione, saliremo per incontrare il Signore nell’aria e torneremo giù per il regno. È una sorta di anello e basta, come una giostra a Magic Mountain: si sale e si scende.

D’accordo, altri credono in un rapimento pre-tribolazionista — cioè, prima che accada tutto questo siamo tolti, trascorriamo il tempo con il Signore e torniamo alla fine dei sette anni. Anni fa ho tenuto una serie su “La chiesa passerà attraverso la Tribolazione?” e lì trovate una spiegazione più completa; per ora vi do soltanto una o due ragioni per cui credo che non ci saremo. Non saremo quella generazione — cioè, la chiesa redenta. Alcuni di voi che non conoscono il Salvatore, poiché non parteciperete al Rapimento, sarete quella generazione che vedrà quelle cose; a seconda che siate salvati o no, e di quanto conoscete la Bibbia, saprete o non saprete che cosa sta accadendo. Ma la chiesa, credo, non sarà qui. Credo che saremo tolti. E lasciate che vi dia alcune ragioni, velocemente: non intendo entrare nel dettaglio.

Ragione numero uno: la chiesa, nel libro dell’Apocalisse, appare al capitolo 2 e al capitolo 3; di fatto è il tema di quei capitoli. Il nostro Signore parla alla chiesa, purifica la chiesa, invia lettere e messaggi alla chiesa e conclude quella sezione, alla fine del capitolo 3, con l’idea che Lui sta alla porta e bussa, pronto a venire. Passate al capitolo 4: la chiesa è in cielo. La chiesa è in cielo al capitolo 4 e al capitolo 5. Al capitolo 6, la Tribolazione scoppia sulla terra; e dal capitolo 6 al 18 — tutta la storia della Tribolazione — non c’è mai menzione della chiesa: mai una chiesa locale, mai istruzioni su come la chiesa debba agire. La parola “chiesa” non compare. Dunque, l’assenza della chiesa da Apocalisse 6–18 è significativa, soprattutto considerando che è sulla terra nei capitoli 2–3 ed è in cielo nei capitoli 4–5.

Un altro punto: c’è un’assoluta assenza, nel Nuovo Testamento, di istruzioni che dicano alla chiesa come sopportare la Tribolazione o come comportarsi durante la Tribolazione. La chiesa non è menzionata in Matteo 24 in quanto tale — parlo del gruppo unico da Pentecoste al Rapimento. In un senso più ampio, siamo tutti parte del popolo redento di Dio; ma la chiesa, in questo senso specifico, non è menzionata in Matteo 24, e non ci sono avvertimenti dati a noi su come affrontare la Tribolazione, attraversarla o gestire l’anticristo come chiesa. L’unica “chiesa” che trovo in quel periodo è chiamata la meretrice misteriosa, Babilonia, la prostituta: la falsa chiesa destinata a essere distrutta.

In terzo luogo, il Rapimento mi sembra assolutamente privo di scopo se coincide con la seconda venuta. Il Rapimento è descritto in 1 Tessalonicesi 4, dove siamo rapiti per essere con il Signore nell’aria e così saremo sempre con il Signore. Che senso avrebbe se accadesse alla seconda venuta? Perché salire e poi scendere subito? Se Lui viene sulla terra con i Suoi santi per regnare, perché non scende semplicemente e noi Lo incontriamo qui quando arriva? Quanto ci vuole a passare da lassù a quaggiù? Qual è il punto? Questo svuota di significato il Rapimento. Perché Paolo insisterebbe tanto sul Rapimento se fosse solo un “su e giù” istantaneo?

Ora vi pongo un’altra domanda: se tutti i credenti vengono rapiti al momento della seconda venuta e tornano con Lui, chi resta vivo sulla terra per popolare il regno? Quando il Signore viene, la Bibbia dice che distruggerà tutti i malvagi. Se Lui scende e rapisce tutti i redenti, e i non redenti vengono distrutti, non resta nessuno sulla terra per popolare il regno se non esseri glorificati; ma la Bibbia dice che durante il regno nasceranno dei bambini. Chi li metterà al mondo? Capite: devono esserci persone vive che entrino nel regno, perché produrranno un’intera popolazione — molti dei quali nemmeno crederanno e daranno avvio a una ribellione alla fine. Ricordate, in Apocalisse? Qualcuno deve rimanere in vita; ma se il Rapimento coincide con la seconda venuta, tutti i redenti se ne vanno e tutti i non redenti sono distrutti: non c’è nessuno che popoli il regno.

E poi un paio di passi della Scrittura che ritengo importanti. Apocalisse 3:10 è forse il più importante. Lì, riguardo ai redenti, si legge: “Poiché hai osservato la parola della Mia pazienza” — cioè, hai ubbidito alla Parola del Vangelo — “anch’Io ti custodirò” — “fuori”, penso sia la resa migliore di tērēō ek — “ti custodirò fuori dall’ora della prova” (non una piccola prova locale per la chiesa di Filadelfia), “che verrà su tutto il mondo, per mettere alla prova gli abitanti della terra”. Credo che questa sia una promessa per coloro che hanno custodito la Parola di Dio per fede in Cristo: saranno tratti fuori da quel periodo di tempo. Letteralmente, tērēō ek indica uno stato di esistenza continuata al di fuori: non saremo tirati fuori a metà (come in una posizione di metà tribolazione), né tenuti dentro ma preservati dal male; saremo mantenuti in una condizione esterna a esso. È l’opposto di tērēō en, che significa esistere dentro. Questo significa esistere fuori, essere tenuti fuori. Dunque credo che saremo tenuti fuori da quella prova.

In Giovanni 14:3 si dice che, quando Gesù se ne andò, preparò un luogo per noi “affinché Io venga di nuovo e vi prenda con Me, perché siate anche voi dove sono Io”. Dunque, Lui afferma: “Io preparo un luogo per voi”. Non può essere quaggiù, giusto? Non è qui: sta preparando un luogo nella casa del Padre, lassù nella gloria, “Io vengo di nuovo per prendervi con Me, affinché dove sono Io siate anche voi”. Questo mi dice che Lui non verrà quaggiù per essere dove siamo noi; ci porterà a essere dove è Lui. Con un Rapimento post-tribolazionista, invece, ci porterebbe su solo a metà strada, ci rimetterebbe giù, ed Lui verrebbe a essere dove siamo noi. Capite? Tutto il punto di Giovanni 14 è che Lui prepara un luogo per noi perché siamo dove è Lui; e lì andiamo nel Rapimento e restiamo per quegli anni, finché ritorniamo per la gloria del regno e tutto ciò che essa comporta.

Ci sono molte altre ragioni. Credo che la natura della chiesa sia unica. Credo che sia nata a Pentecoste — non esisteva prima — e che al Rapimento, in un certo senso, quella parte della comunità redenta di Dio sia completa e venga tolta dalla terra. Il tempo della Tribolazione è chiamato “il tempo dell’angoscia di Giacobbe”: è in particolare per Israele, perché Dio torna a trattare con loro. È come in Romani 11, dove Israele è stato reciso e la chiesa è stata innestata; ma dice di non essere troppo superbi, perché verrà il tempo in cui voi sarete recisi e Israele sarà nuovamente innestato. Credo che Dio tornerà a trattare con Israele. È la settantesima settimana di Daniele. Non eravamo presenti nelle prime sessantanove; perché dovremmo esserlo nella settantesima? È dunque un tempo in cui Dio tratta con Israele. La distinzione d’Israele e la natura della chiesa, a mio avviso, li pongono su piani separati; 8perciò, non saremo in quel periodo di tempo — noi non ci saremo.

Ora, inoltre, avete mai considerato che Paolo scrisse ai Tessalonicesi perché erano turbati dal fatto che alcuni cristiani fossero morti e temevano avessero perso il Rapimento? Pensavano di aver perso la seconda venuta. Poiché erano morti, Lui scrive e dice di non rattristarsi per coloro che dormono, di non essere tristi per loro, perché quando avverrà il Rapimento, voi non li precederete, giusto? I morti in Cristo che cosa faranno? Risorgeranno per primi.

Vedete, erano preoccupati: “Oh, quelle care persone sono morte, lo perderanno”. Lui risponde: “No, no, no”. Ma riflettete: se la chiesa stesse aspettando la Tribolazione e non il Rapimento, sarebbero stati tristi di essere vivi; avrebbero capovolto il problema dicendo: “Oh, quei cari santi fortunati che sono morti: sono già con il Signore; noi invece dobbiamo passare attraverso la Tribolazione”. Invece, aspettavano qualcosa di gioioso e soffrivano all’idea che qualcuno potesse morire e perderlo — il che dimostra che non aspettavano l’anticristo, ma Cristo. Non aspettavano la Tribolazione, ma la gloria: ed è coerente con la speranza cristiana. La beata speranza non è attendere l’anticristo, vero? “Aspettiamo la gloriosa apparizione dell’anticristo”… no, no, no. Stiamo aspettando Cristo.

Ebbene, queste sono alcune ragioni. Al Rapimento, la chiesa incontra Cristo nell’aria; alla seconda venuta, Cristo ritorna sulla terra con la chiesa. Al Rapimento, l’Olivo è intatto; alla seconda venuta, è spaccato a metà. Al Rapimento, i santi viventi sono trasformati; alla seconda venuta, nessun santo è trasformato. Al Rapimento, il mondo non è giudicato e il peccato peggiora; alla seconda venuta, il peccato è giudicato e il mondo migliora. Al Rapimento, il corpo va in cielo; alla seconda venuta, scende sulla terra. Il Rapimento è imminente: potrebbe accadere in qualsiasi momento. La seconda venuta ha segni molto distinti, vero? E il Rapimento riguarda solo i salvati, mentre la seconda venuta riguarda salvati e non salvati. Tutto questo per dire che Rapimento e seconda venuta sono due cose diverse, con un periodo di tempo in mezzo.

Quindi “questa generazione” si riferisce alle persone vive in quel momento che non sono state prese nel Rapimento perché non conoscevano il Salvatore — saranno quindi Giudei e Gentili. Ma durante la Tribolazione, che cosa accade? Dio sceglie cent44mila Giudei, secondo Apocalisse 7; essi testimoniano in tutto il mondo. I Giudei vengono salvati; i Gentili vengono salvati in numero tale da non potersi contare. Avrete dunque un gruppo redento e uno non redento; e quel complesso di Giudei e Gentili — che non sono andati nel Rapimento perché la loro salvezza è giunta dopo, o non sono mai stati salvati — costituisce la generazione che vedrà accadere queste cose. E quando inizieranno a vederle, non moriranno finché tutto non sarà adempiuto, e penso che questo sia ciò che sta comunicando.

Ora, guardiamo a un’alterazione senza precedenti e concludiamo con il versetto 35. Un’analogia semplice, un’applicazione inconfondibile, e poi un’alterazione senza precedenti. Versetto 35: “Il cielo e la terra passeranno” — fermatevi qui. È un’affermazione netta, punto e a capo; un’affermazione tremenda, incredibile: il cielo e la terra passeranno. Vedete il segno del Figlio dell’uomo nel cielo; avete già visto il collasso dei corpi celesti; tutto si muove verso il caos — abbiamo già appreso, al versetto 22, che Dio accorcerà le ore di luce del giorno. L’intero calendario impazzirà, le maree impazziranno. La somma è nel versetto 35: “Il cielo e la terra giungeranno alla fine”. Come li conosciamo, cielo e terra finiranno: la terra che conosciamo e il cielo che conosciamo cesseranno. Ora, tutto ciò che questo comporta è molto difficile da comprendere pienamente. Abbiamo letto molto dell’Apocalisse e molto di Isaia e di altri profeti; sappiamo dunque che cielo e terra passeranno come li conosciamo e che al loro posto verrà una nuova creazione — una nuova creazione.

Infine, Gesù disse: “Il cielo e la terra passeranno, ma le Mie parole non passeranno”. Questa è un’autorità immutabile. Chiude la parabola con un’autorità immutabile: “La Mia Parola non passerà”. In Luca 16:17 afferma che è più facile che passino il cielo e la terra piuttosto che un solo apice della legge; in Matteo 5:18 dice che non passerà un iota o un apice finché tutto non sia adempiuto; in Giovanni 10:35 dichiara che la Scrittura non può essere annullata. Se crediamo alla Parola di Dio, crediamo che questo accadrà: accadrà.

E la domanda che vi poniamo è: siete pronti per questo? Siete pronti ad andare con il popolo rapito del Signore per stare alla Sua presenza, oppure resterete per l’olocausto che seguirà? Poiché sapete tutte queste cose, che tipo di persone dovreste essere? — chiede Pietro. Dovreste essere pii e santi. Dovreste attendere la venuta del Signore Gesù Cristo. Dovreste crescere nella grazia. Siete un popolo redento che attende il Salvatore. Inchiniamoci in preghiera.

Ti ringraziamo, Padre, per il tempo di questa mattina, per questa grande parola rivolta a noi dalla Tua verità. Lega ai nostri cuori le cose che sono divine. Fa’ che viviamo sapendo che questo è un mondo che passa, e fa’ che viviamo alla luce dell’eternità.

END

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