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Torniamo ancora una volta al quattordicesimo capitolo nel nostro studio di 1 Corinzi. Ormai stiamo studiando questo libro da molti, moltissimi mesi, e siamo arrivati a quello che certamente è il capitolo più difficile del libro, se non addirittura, sotto molti aspetti, il capitolo più difficile della Bibbia intera; e questa mattina voglio parlarvi con molta attenzione, per darvi una comprensione quanto più chiara possibile, delle difficoltà di questo testo.

Voglio cominciare dicendo che non mi accosto a questo testo con alcun secondo fine, ma piuttosto con l’intento di fare del mio meglio per comprendere quello che sta dicendo. Non sto cercando di trasformarlo in un messaggio contro il movimento carismatico attuale, così come ne abbiamo parlato in questi ultimi mesi, ma semplicemente d'insegnarvi quello che il testo afferma; e man mano che procederemo, ne trarremo alcune applicazioni.

E voglio sottolineare di nuovo che, dato che recentemente abbiamo parlato così tanto di questo argomento, per alcune persone è difficile tenere bene a mente il fatto che io non sto attaccando personalmente gli individui che credono quello che credono i carismatici; piuttosto, mi sto sforzando, nel…nel miglior modo possibile, di darvi una chiara comprensione delle cose contenute nella Parola di Dio che riguardano questo fenomeno particolare che si sta verificando al giorno d'oggi; e quindi parlo dalla Parola di Dio, cercando di comprendere la verità di Dio, piuttosto che lanciare una sorta di contrattacco contro alcuni che, a questo punto, potrebbero avermi attaccato... Non ho alcun secondo fine, se non quello che voi comprendiate la verità della Parola di Dio.

E con questo in mente, vogliamo tornare ancora una volta al capitolo 14. Ora, come ricorderete, questo capitolo ci porta alla questione delle lingue nella chiesa di Corinto. Paolo affronta qui un’altra manifestazione della carnalità dei Corinzi. Come abbiamo visto negli studi precedenti, la vera presentazione biblica del dono delle lingue—o del parlare in lingue, come viene chiamato—si può vedere in Atti capitolo 2, dove vedete che si tratta di una lingua conosciuta. Le persone lo udirono parlare nelle proprie lingue. Quello è il vero dono delle lingue: la capacità di parlare una lingua straniera, una lingua sconosciuta a chi la parla. Dio dava loro la capacità miracolosa di parlare quella lingua, affinché potessero comunicare la verità di Dio nella lingua di qualcuno che era presente.

Esso serviva anche come segno, in virtù del suo elemento miracoloso—vale a dire, il fatto che qualcuno che non conosceva quella lingua la parlasse—serviva come segno del fatto che Dio era presente, e autenticava il messaggio che veniva proclamato. Abbiamo imparato che si trattava di vere lingue, comprese dai Giudei venuti da molte nazioni per le feste a Gerusalemme, come avvenne in Atti 2. Questa era dunque—e questo è importante che lo ricordiate—un’espressione comprensibile delle opere meravigliose di Dio nelle loro proprie lingue. E questo è ciò che troverete esaminando il secondo capitolo di Atti.

Dio stava parlando; quello era l’inizio della nuova era. Il Nuovo Testamento doveva essere scritto; molte delle cose antiche riguardanti il giudaismo, e le cose che Dio aveva rivelato in passato, avrebbero ricevuto delle aggiunte, sarebbero state in qualche misura modificate nella meravigliosa nuova era del Nuovo Testamento. E Dio stava per parlare di nuovo, e quello che avrebbe detto sarebbe stato difficile da comprendere per molti dei Giudei. E affinché Dio autenticasse il fatto che era veramente Lui a parlare, accompagnò coloro che erano i Suoi messaggeri con segni e prodigi, come la capacità di parlare miracolosamente una lingua straniera che non conoscevano.

Ora, non c’è alcuna ragione di pensare che questa chiara definizione e questo scopo del dono delle lingue siano mai cambiati. I termini usati in 1 Corinzi, le parole usate nel greco, sono esattamente le stesse parole usate in Atti 2. Non viene data alcuna nuova definizione. Perciò, quando arriviamo al periodo della chiesa di Corinto, il dono delle lingue non è diverso da quello che era sempre stato. È ancora la capacità miracolosa, data dallo Spirito Santo, di parlare una lingua straniera che voi non conoscete, ma che qualcuno dei presenti conosce, allo scopo di dimostrare loro che Dio è lì e che Dio sta autenticando il messaggio.

La confusione nasce dal fatto che i Corinzi avevano corrotto questo dono così semplice e chiaro, usandolo impropriamente e, in secondo luogo, mescolandolo con il concetto pagano del parlare in un linguaggio estatico e incomprensibile, così comune nella loro cultura. Per Satana era relativamente facile contraffare la realtà proprio a motivo di questa estasi culturale e pagana, così comune ai tempi dei Corinzi. Ma tenete bene a mente che il vero dono proveniva unicamente da Dio: si trattava di lingue vive, che dovevano essere comprese dalle persone presenti quando venivano usate.

D’altra parte, il parlare estatico era qualcosa di molto diverso. Era fondato sulla superstizione pagana, sull’estasi, sull’erotismo e sul sensualismo, come abbiamo visto l’ultima volta. Consisteva nel parlare in un gergo sconosciuto a chiunque, che si credeva fosse la lingua di un dio. E dicevano che, quando parlavate in quel linguaggio incomprensibile, stavate avendo una comunione privata con il vostro dio. Il suo significato non era mai conosciuto dal devoto che parlava, perché non comprendeva quello che stava dicendo. Non era mai conosciuto neppure dalle persone che potevano udirlo, perché non avevano la minima idea di quello che stesse dicendo. E così Paolo dice che parlano misteri. Parlano una qualche sorta di segreti sacri con il loro dio.

Ed è proprio questo il problema che entrò nella chiesa di Corinto. Avevano corrotto il vero dono trasformandolo in questa estasi contraffatta. E perfino coloro che possedevano il vero dono—e, per inciso, a Corinto c’erano senza dubbio alcuni che possedevano il vero dono, perché il capitolo 1, versetto 7, dice: “Non mancate di alcun dono”—ma perfino coloro che possedevano il vero dono lo usavano nel modo sbagliato, mentre il resto della congregazione usava il dono contraffatto. E dovete tenere a mente queste due cose mentre studiamo il capitolo 14. A volte Paolo si riferisce al dono sbagliato, o contraffatto, e altre volte si riferisce all’uso sbagliato del vero dono. E questa è una distinzione che dovete fare man mano che procedete attraverso il capitolo.

Così, nell’assemblea di Corinto, avevano per la maggior parte contraffatto questo vero dono, trasformandolo nel parlare estatico dei pagani; e, insieme agli eccessi emotivi che lo accompagnavano, esso aveva cominciato a dominare l’assemblea di Corinto. Paolo scrive dunque per distinguere l’adorazione dei falsi dèi, con l’obiettivo personale dell’autosoddisfazione, dall’adorazione del vero Dio, con un obiettivo rivolto agli altri. In altre parole, abbiamo visto l’ultima volta che le persone che facevano questo erano molto egoiste, e che il punto che Paolo voleva far comprendere era che dovevano usare qualunque dono possedessero—se si trattava davvero di un vero dono—per servire gli altri, e non come qualcosa di egoistico, per procurare a se stessi una qualche speciale benedizione estatica.

Alexander Hay dice: “Questi credenti, ai tempi in cui erano pagani, avevano creduto che, quando parlavano in una lingua non compresa dagli uomini, e neppure dall’adoratore stesso, stessero comunicando segreti o misteri con il loro dio. Credevano che fosse il loro spirito a parlare. Il beneficio veniva ricevuto soltanto dall’adoratore; nessun altro comprendeva. L’adoratore ne traeva beneficio attraverso l’estasi provocata dalle emozioni e attraverso la sensazione di partecipare realmente con gli spiriti nella cerchia più intima. Non pensava affatto all’edificazione degli altri adoratori. Paolo contrappone questo obiettivo egoistico all’obiettivo cristiano. Lo scopo delle manifestazioni dello Spirito di Dio è che l’intera congregazione sia edificata”. Fine della citazione.

E questo è un riassunto di quello che abbiamo detto l’ultima volta. Lo scopo dei veri doni è quello di servire gli altri, mai voi stessi. L’intero corpo deve essere edificato. In 1 Corinzi capitolo 12, al versetto 7, leggiamo: “La manifestazione dello Spirito è data”—in realtà, dice—“per il bene comune”. Per il bene di tutti, per il beneficio di tutti. E il dono delle lingue serviva a manifestare la verità di Dio agli altri; serviva a proclamare la verità di Dio in una lingua che un non credente avrebbe udito, così che avrebbe detto: “Ma guarda, è straordinario. Quella persona non conosce la mia lingua, eppure la parla. Dev’essere Dio a parlare attraverso di lui”. E poi, quando quella persona proseguiva presentando il Vangelo o proclamando la verità, come fece Pietro nel giorno di Pentecoste, nei loro cuori sarebbe sorta la fede, perché avevano visto che era Dio a parlare, in virtù dei prodigi che accompagnavano il messaggio.

Ora, i carismatici e i pentecostali di oggi riconoscono che esiste una differenza—e questo è importante—tra Atti 2 e 1 Corinzi 14. Riconoscono che esiste una differenza, e il modo in cui solitamente la spiegano è questo: dicono che esistono due tipi di lingue. Ci sono le lingue di Atti 2, che sono vere lingue, e ci sono le lingue di 1 Corinzi 14, che sarebbero il parlare estatico, privato e devozionale mediante il quale una persona parla personalmente e privatamente a Dio in una lingua sconosciuta, per la propria edificazione. Riconoscono una differenza e risolvono questa differenza dicendo che esistono due doni delle lingue.

Anch’io riconosco una differenza, ma la spiego dicendo che in Atti 2 vi era il vero uso del dono, mentre in 1 Corinzi 14 vi era il suo uso falso; perciò, quello che avete nel capitolo 14 non è un altro dono, ma una perversione del dono così come era stato inteso, mescolata con la contraffazione pagana. Le Scritture non insegnano da nessuna parte che esistano due tipi di parlare in lingue, uno costituito da una vera lingua e l’altro da un’estasi. E sappiamo che è così perché lo stesso termine che descrive il dono in Atti 2 lo descrive anche in 1 Corinzi 14. E se Dio avesse voluto fare una distinzione, avrebbe dovuto usare un altro termine, ma non lo fa. È esattamente la stessa parola. È la normale parola greca che significa “lingua”.

Quindi non c’è alcuna ragione per giustificare l’uso egoistico delle lingue come se si trattasse di un qualche dono nuovo e speciale. Anzi, per…e voglio che ascoltiate bene questo. Anzi, penso che affermare che quello che possedevano i Corinzi fosse un vero dono esercitato nel modo giusto significhi contraddire la verità più basilare della spiritualità. La chiesa di Corinto non avrebbe mai potuto manifestare un vero dono nello stato in cui si trovava.

Lasciate che ve la metta in questo modo. Può un gruppo di cristiani che sono mondani, divisi, ostinati nelle proprie opinioni, faziosi, carnali, dominati dalla carne, invidiosi, pieni di contese, litigiosi, gonfi d’orgoglio, intenti a glorificare se stessi, compiaciuti di sé, immorali, disposti a scendere a compromessi con il peccato, pronti a frodarsi a vicenda, dediti alla fornicazione, inclini a negare al coniuge l’intimità, causa d’inciampo per i cristiani più deboli, desiderosi di cose malvagie, idolatri, in comunione con i demoni, insubordinati, ingordi, ubriachi, egoisti nei confronti dei poveri e capaci di profanare la Cena del Signore, può un gruppo del genere esprimere un vero dono dello Spirito Santo?

Be’, la risposta è ovvia. Se fosse vero, contraddirebbe ogni singolo principio della spiritualità. Un credente o cammina secondo la carne o cammina secondo lo Spirito. Non c’è alcun dubbio riguardo a quello che stavano facendo i Corinzi. Camminavano secondo la carne. E se avete qualche problema con questa affermazione, leggete il capitolo 3, o, se è per questo, leggete qualsiasi capitolo. E quando camminate secondo la carne, non state manifestando un vero dono nella vera potenza dello Spirito Santo. Questa è una contraddizione. Non può accadere.

E quindi, quando arrivate al capitolo 14 di 1 Corinzi, non dovete concludere che quello che avete qui sia un vero dono, altrimenti violerete ogni verità fondamentale riguardante la spiritualità e il modo in cui operano i doni. L’unica cosa possibile è che quello che stava accadendo qui fosse sbagliato, perché ogni altra cosa nella loro vita era sbagliata. E così Paolo sta scrivendo, proprio come aveva fatto nei primi tredici capitoli, per correggere un errore nell’assemblea di Corinto. Sta scrivendo perché vi è un grave disordine. L’uso egoistico e pagano del parlare estatico veniva giustificato come se fosse il dono delle lingue dato dallo Spirito Santo.

E perfino coloro che possedevano il vero dono, a quanto pare, lo avevano pervertito e lo usavano per parlare in quel loro piccolo modo privato, e lo usavano nell’assemblea quando non erano presenti neppure dei non credenti. E lo usavano come un mezzo per innalzare se stessi a un livello di superiorità spirituale. Se c’è una cosa che caratterizza la chiesa di Corinto, è che avevano permesso a ogni sistema del mondo di sommergerli, e questo caso non è diverso. Tutto il resto di quello che faceva parte del loro mondo era entrato nella chiesa. Perché mai non sarebbe dovuto entrare anche l’approccio del mondo alla religione?

Quindi questo era un dono autentico nell’era apostolica. Credetemi, il dono delle lingue è autentico. Questa settimana ho ricevuto una lettera da una persona alla quale avevo scritto per chiedere il permesso di citarla nel libro. Mi ha risposto: “Le daremo il permesso di citarci, purché lei non sia contrario al dono delle lingue”. Naturalmente, non so come affronterò la cosa, perché io non sono contrario.

Esiste un vero dono. So quello che intendono. Comprendo lo spirito di quello che stanno dicendo, ma il punto è che esiste un vero dono, e io non sono contrario a quel dono. Dio diede veramente il dono delle lingue nell’era apostolica. Ma, come abbiamo visto in 13:8-12, quel dono è cessato. Ed è per questo, fratelli, che questo capitolo è così difficile per noi, perché da 2.000 anni il fenomeno autentico non è più presente, ed è molto difficile ricostruire tutti i dettagli che lo riguardano. Oserei dire di aver letto probabilmente almeno cinquanta libri su questo argomento, e non ne ho ancora trovati due che concordino su tutti i dettagli. È sorprendente, e intendo perfino tra gli evangelici.

Quindi questa mattina vi offro la mia ipotesi. Ci sono alcune cose sulle quali non dobbiamo fare ipotesi, ma ci sono alcune parti, qui, riguardo alle quali semplicemente non possediamo informazioni sufficienti. Ma una cosa la sappiamo: i Corinzi erano carnali. E un’altra cosa la sappiamo: avevano permesso a questa estasi culturale di infiltrarsi nella congregazione. E un’altra cosa ancora la sappiamo: il vero dono consisteva nel parlare una vera lingua a qualcuno che la comprendeva, e non è questo quello che stavano facendo. Quindi, man mano che procederemo, vi saranno alcune verità assolute.

Ora, andiamo al testo. Vi ho detto l’ultima volta che divideremo il testo in tre parti; potete guardare il vostro schema, almeno per quanto riguarda l’elemento iniziale. E vedrete che la prima parte del testo riguarda la posizione del dono delle lingue, e questa posizione è secondaria. E i primi diciannove versetti trattano proprio questo. La posizione del dono delle lingue, ossia del parlare in lingue, è secondaria. La sezione successiva del capitolo riguarda lo scopo del dono, e quella seguente riguarda la procedura. Quindi abbiamo la posizione, lo scopo e la procedura, e considerando questi tre elementi esamineremo l’intero capitolo.

Ma oggi vogliamo esaminare la posizione del dono delle lingue. E vi abbiamo detto, l’ultima volta, che è secondaria, e la ragione per cui è secondaria è che viene confrontata con la profezia, e la profezia può edificare, mentre le lingue non possono farlo. Perciò è un dono secondario. Notate il versetto 26, alla fine del versetto. Questo, in realtà, ci fornisce la chiave dell’intero capitolo: “Ogni cosa sia fatta per l’edificazione”. In altre parole, il senso fondamentale dell’intero capitolo di Paolo è questo: “Qualunque cosa facciate, assicuratevi che edifichi il corpo”. E questa stessa espressione viene ripetuta più e più volte. L’abbiamo vista l’ultima volta alla fine del versetto 4: “Edifica la chiesa”. Al versetto 5: “Affinché la chiesa ne riceva edificazione”. Questo è il punto centrale di ogni cosa. Al versetto 12: “Per l’edificazione della chiesa”.

In altre parole, egli sottolinea più e più volte che qualunque cosa facciate deve essere fatta per l’edificazione della chiesa. Bene, ora esaminiamo la posizione delle lingue. E vi abbiamo ricordato l’ultima volta che la loro posizione è secondaria rispetto alla profezia. E il primo punto, che abbiamo trattato l’ultima volta nei versetti da 1 a 5, era che profetizzare edifica l’intera congregazione. Questa è la ragione per cui le lingue sono secondarie rispetto alla profezia: perché profetizzare edifica l’intera congregazione.

Così, al versetto 1, egli dice: “Perseguite l’amore e continuate a desiderare i doni spirituali, ma soprattutto che possiate profetizzare”. Perché? Perché profetizzare edifica l’intera congregazione. E se desiderate che nella vostra assemblea si manifesti un dono dello Spirito, allora desiderate quello che edificherà l’intera congregazione, il dono migliore.

Ora, voglio sottolineare una cosa che dovete ricordare. Al versetto 1 egli non sta parlando di un singolo cristiano che cerca un dono individuale. Sta parlando dell’assemblea. Sta dicendo: “Quando l’assemblea si riunisce, l’assemblea deve desiderare che il dono della profezia si manifesti attraverso chiunque possieda quel dono”.

Ora, voglio che teniate bene a mente questo: tutta la sezione che va dal capitolo 11 al capitolo 14 tratta delle riunioni della chiesa di Corinto. Nessuna parte di essa si riferisce a un momento privato. Nessuna parte di essa si riferisce a un rapporto personale con Dio. Parla interamente di come dovevano comportarsi nell’assemblea.

Il capitolo 11 parla di come le donne dovevano comportarsi nell’assemblea. Il capitolo 11 parla anche di come dovevano celebrare la Cena del Signore e il convito d’amore quando si riunivano; il capitolo 12, di come dovevano esercitare i loro doni quando si riunivano; il capitolo 13, di come dovevano manifestare l’amore quando si riunivano; il capitolo 14, di come usavano il dono delle lingue quando si riunivano. Ogni cosa, dal capitolo 11 al capitolo 14, si svolge nell’assemblea.

E quando i carismatici e i pentecostali vogliono prendere il capitolo 14 e applicarlo all’uso privato e devozionale delle lingue, lo stanno estrapolando completamente dal contesto del libro, un contesto che tratta interamente del riunirsi nell’assemblea, proprio come siamo riuniti noi questa mattina.

Ora, Paolo dice: “Quando vi riunite, invece di desiderare tutte queste manifestazioni estatiche e di cercare questo dono, desiderate che si manifesti la profezia, affinché Dio vi parli attraverso la Sua Parola”. Poi il versetto 2, come ricorderete, diceva: “Chi parla in una lingua”—e qui abbiamo visto che molto probabilmente si riferisce al loro parlare estatico—“non parla agli uomini, ma a un dio”, nel greco, “A un dio”. E vi abbiamo menzionato una possibilità interessante, e non voglio essere completamente dogmatico su questo punto, ma più lo studio e più mi convince. E cioè che, quando il termine “lingua” compare al singolare, Paolo potrebbe benissimo riferirsi al dono estatico. E quando invece lo usa al plurale, si riferisce al vero dono.

La ragione per cui dico questo è che soltanto nel caso delle lingue può esserci un plurale. Il “linguaggio incomprensibile” non può avere un plurale. Non esistono molti tipi di linguaggio incomprensibile. Ne esiste uno solo: linguaggio incomprensibile. Non chiedete: “Che tipo di linguaggio incomprensibile parli?”. Non ne esistono molti tipi; ce n’è soltanto uno. E potrebbe essere proprio questa la ragione per cui i traduttori della King James inserirono la parola “sconosciuta” quando il termine viene usato al singolare. Forse avevano riconosciuto questa sfumatura nel modo di scrivere di Paolo.

E quindi, forse quello che sta dicendo qui al versetto 2—e questa mi sembra l’interpretazione migliore—è: “Chi parla in un linguaggio incomprensibile”, letteralmente, “Chi parla mediante questo linguaggio estatico non parla agli uomini, ma a un dio”. In altre parole, sta semplicemente descrivendo il loro particolare fenomeno, “Poiché nessuno lo comprende”, e questo, in un certo senso, includerebbe anche il vero Dio. In altre parole, Dio non parla in quel modo; ma fondamentalmente si sta riferendo alle persone, “Tuttavia, nel suo spirito, egli parla misteri”.

Ora, ricordate che, nelle religioni misteriche, il termine “mistero” era una parola molto importante. Quindi egli sta dicendo loro—e vi sto semplicemente ricordando quello che abbiamo visto la settimana scorsa—sta dicendo: “Quando parlate nelle vostre estasi, non state parlando a nessuno”. E proprio qui abbiamo la prima perversione, perché tutti i doni erano destinati a edificare qualcuno che non fosse voi stessi, e se non vengono usati per parlare agli uomini, allora sono pervertiti. E poi, al versetto 3, egli mette tutto questo in contrasto con la profezia, dicendo: “Chi profetizza parla agli uomini. Li edifica, li esorta, li consola”.

E così contrappone il parlare estatico pagano al profetizzare, che comunica veramente la verità di Dio ai cuori delle persone. È un contrasto enorme. Poi, al versetto 4, affronta direttamente la questione del loro egoismo. Lo abbiamo visto, “Chi parla in un linguaggio incomprensibile”, chi parla mediante questo parlare estatico, “edifica se stesso”, e io non ritengo che questa sia una cosa positiva.

E vi ho fatto notare, l’ultima volta, che in 1 Corinzi capitolo 8, al versetto 10, avete un esempio di un cattivo tipo di edificazione, cioè dell’edificare qualcuno soltanto fino al punto di metterlo in una posizione nella quale cadrà. E poi vi ho ricordato che, in 1 Corinzi 10:23-24, egli dice: “Ogni cosa è lecita, ma non ogni cosa è utile”. Dice: “Ogni cosa è lecita, ma non ogni cosa edifica”. E nel versetto seguente dice che dobbiamo cercare l’edificazione degli altri, non la nostra.

E l’autoedificazione e il tipo sbagliato di edificazione fanno già parte del suo vocabolario come concetti negativi, e quindi penso che sia facile comprenderli nello stesso modo anche qui. E quello che sta dicendo è piuttosto pungente, piuttosto sarcastico, mettendo in evidenza il loro egocentrismo e dicendo: “Chi parla in questo linguaggio incomprensibile sta soltanto edificando se stesso”, come se si trattasse di qualcosa che gonfia il suo ego, “ma chi profetizza edifica veramente la chiesa. Quindi, nell’assemblea, non c’è posto per questo tipo di parlare estatico”.

Ora, il versetto 5: “Vorrei che tutti parlaste in lingue”. Ora, notate il cambiamento. Smette di usare il singolare e usa il plurale, “Vorrei che tutti parlaste in lingue; vorrei che tutti possedeste il vero dono. Ma, perfino al di sopra del vero dono, preferirei che profetizzaste; perché chi profetizza è superiore a chi parla in lingue, a meno che non vi sia un’interpretazione, affinché la chiesa possa essere edificata”.

E il vero dono va benissimo, se viene usato nel contesto giusto, se è presente qualcuno che conosce quella lingua e se poi viene veramente interpretato, affinché la chiesa possa comprendere. Ma al di fuori di quella situazione, non ha alcuno scopo. Quindi profetizzare edifica l’intera chiesa; di conseguenza, le lingue occupano una posizione secondaria, perfino il vero dono. E il falso dono non ha alcun posto.

Ora, il secondo principio…lo avete nel vostro schema. La seconda ragione per cui le lingue sono secondarie è—e deriva dalla prima—che le lingue sono incomprensibili. Le lingue sono incomprensibili. E qui procederemo un po’ più velocemente, quindi seguiteci attentamente. Le lingue sono incomprensibili, versetto 6: “Ora, fratelli”, e qui, ancora una volta, senza dubbio si riferisce al vero dono, se accettiamo questa distinzione nell’uso del singolare e del plurale, “Ora, fratelli, se io venissi da voi parlando in lingue, quale beneficio vi recherei?”.

In altre parole, egli dice: “Anche se io, l’apostolo Paolo, con tutta l’autorità e tutta la devozione che possiedo, anche se io, l’apostolo Paolo, venissi da voi e parlassi mediante il vero dono delle lingue, quale beneficio ve ne verrebbe? Voi parlate greco. Non avete bisogno che io faccia una cosa simile”. Quindi dice: “Se non vi parlo mediante rivelazione, o conoscenza, o profezia, o insegnamento, per voi non avrà alcun significato. Non vi sarà di alcun profitto. Non vi recherà alcun beneficio”. E quello che sta realmente dicendo è che ciò che viene detto deve essere comprensibile a coloro che ascoltano. E poiché parlavano tutti greco, non aveva alcun senso che Paolo venisse da loro parlando una qualche lingua straniera.

Mi sorprende vedere che, al giorno d’oggi, un certo settore della chiesa abbia attribuito un valore così incredibile a una comunicazione incomprensibile, che nessuno comprende, nemmeno colui che parla. Ed è anche sorprendente notare che, molte, moltissime volte, quando viene presentata una cosiddetta interpretazione come se fosse un’interpretazione autentica, si può dimostrare che, in realtà, non si tratta affatto di una vera interpretazione. Vi sono moltissime testimonianze di persone che hanno fatto degli esperimenti parlando in ebraico o in qualche altra lingua, e qualcuno ha fornito una traduzione che non aveva assolutamente nulla a che fare con quello che avevano detto.

E in qualche modo, al giorno d’oggi, abbiamo fatto delle persone che non comunicano nulla a nessuno una sorta di vacca sacra, una specie di élite spirituale. Paolo dice: “Se io venissi e usassi il vero dono, per voi non significherebbe nulla, perché voi parlate greco”. Ora, al versetto 7, comincia a illustrare questo punto. E dice: “Perfino le cose inanimate che producono un suono, sia un flauto sia un’arpa, se non producono suoni distinti, come si potrà riconoscere quello che viene suonato con il flauto o con l’arpa?”.

Lo strumento a fiato qui sarebbe un flauto, e l’arpa sarebbe un qualsiasi tipo di strumento a corde. Questi erano gli strumenti più comuni di quei giorni. Venivano usati nei banchetti, nei funerali e nelle cerimonie religiose, quindi le persone avrebbero compreso quello a cui si stava riferendo. Ma noterete che, al versetto 7, egli dice: “cose inanimate”. Senza anima, prive di vita, inanimate. Strumenti inanimati, conosciuti per la bellezza della musica e per le atmosfere di gioia o di dolore che erano in grado di creare.

Strumenti di questo genere, se non vengono suonati con toni e ritmi distinti, non significano assolutamente nulla. Notate, al versetto 7, l’espressione: “se non producono suoni distinti”. Il greco significa letteralmente: “se non vi è una differenza”. In altre parole, deve esserci una variazione nel suono perché esso abbia senso. Deve esserci una variazione studiata e calcolata. Un flauto o un’arpa hanno senso soltanto quando vi è una variazione significativa nel suono.

Per esempio, Mary Jane Duncan suona il pianoforte meravigliosamente. Nella nostra famiglia abbiamo qualcuno che suona il pianoforte: Melinda. Ha tre anni. Suona le stesse note, preme gli stessi tasti, e sapete che cosa accade? Dopo circa trenta secondi le diciamo: “Melinda, pietà! Smettila di suonare il pianoforte!”. Perché? Perché la mancanza di una giusta variazione nei toni non produce altro che dissonanza e caos. Ed è proprio questo che Paolo sta dicendo qui: “Il suono, da solo, anche quando proviene da uno strumento meraviglioso, non significa nulla, a meno che non vi sia una variazione significativa nel tono, così che qualcuno possa comprendere la melodia, così che qualcuno possa riconoscere il motivo”.

Voi potreste dire: “Be’, John, qual è il punto di questa analogia?”. Il punto è che non potete ricevere alcun beneficio e non potete essere edificati quando ascoltate qualcuno parlare, a meno che i suoni non si articolino in modo comprensibile e comunichino un significato. E Paolo dice: “Non serve a nulla farlo in qualsiasi altro modo”. Perfino il vero dono delle lingue, se viene usato davanti a persone che non lo comprendono, è inutile, per non parlare del linguaggio incomprensibile, che è sempre inutile. Al versetto 8 va ancora oltre: “Infatti, se la tromba”—o il corno—“emette un suono indistinto, chi si preparerà alla battaglia?”.

Voglio dire, riuscite a immaginare che tutti si preparino per la guerra, e poi il trombettiere si alzi e suoni le prime note che gli passano per la testa? E tutti restano lì, vedete, senza sapere se devono alzarsi dal letto, tornare a dormire, indossare l’armatura o che cos’altro fare. È assolutamente evidente che la tromba deve produrre variazioni precise perché il suo suono abbia un significato. Una tromba militare era lo strumento più chiaro e più potente di tutti, ma nessun soldato avrebbe avuto la minima idea di che cosa fare, se non avesse emesso un segnale ben preciso.

Al versetto 9 prosegue con un’altra illustrazione: “Così anche voi, se con la lingua non pronunciate parole facili da comprendere, come si saprà quello che viene detto? Le vostre parole si perderanno nell’aria; tutto qui”. Quindi, vedete, il punto è che un linguaggio incomprensibile non ha mai alcun significato, perché non vi è mai un momento in cui qualcuno riesca a comprenderlo.

E l’unico momento in cui l’uso del vero dono aveva un significato, nell’era apostolica, era quando era presente qualcuno che comprendeva quella lingua. E se questo avveniva nell’assemblea dei credenti, allora doveva essere tradotto, affinché anche i credenti, oltre agli altri, potessero esserne edificati. Deve essere facile da comprendere, altrimenti state soltanto parlando all’aria.

Quindi Paolo sta davvero tracciando per i Corinzi delle immagini piuttosto satiriche, piuttosto sarcastiche: strumenti musicali così stonati che non si riesce a riconoscere quello che stanno suonando, e un trombettiere dell’esercito così incompetente che l’esercito non ha la minima idea di quello che stia accadendo. E dice: “Questo è più o meno quello che sta accadendo nell’assemblea di Corinto. Confusione totale, caos totale”. E Paolo sta cercando di portare questi credenti a riconoscere e a comprendere che lo scopo dei doni dello Spirito è proclamare il Vangelo ai non salvati e insegnare la verità al popolo di Dio, oppure autenticare coloro che faranno entrambe queste cose. E questo può avvenire soltanto mediante parole comprensibili.

E così, con ironia, con una certa dose di sarcasmo, con molta pazienza e servendosi di grandi illustrazioni, egli sta cercando di abbattere la barriera d’ignoranza, di emotività e di superstizione che esiste nella chiesa di Corinto. Poi, dal versetto 10 in avanti, passa a un’illustrazione tratta dal campo del linguaggio: “Ci sono, può darsi, tante specie di voci nel mondo, e nessuna di esse è priva di significato”. Ora, sta ribadendo con forza lo stesso punto. Sapete, è come un contadino che continua ad arare lo stesso terreno perché è così duro. Continua semplicemente a dire la stessa cosa ancora, ancora e ancora, sperando che, prima o poi, riesca ad arare quel terreno.

“Ci sono così tante lingue”. Oggi ci dicono che probabilmente ce ne sono 3.000, “Ci sono così tante lingue nel mondo, così tante specie di voci”. Per inciso, questo è un termine molto generico, e “voci” significa semplicemente “suoni”. La stessa parola viene usata per gli strumenti al versetto 7, quindi è una parola dal significato molto ampio, “Esistono suoni di ogni genere”, dice, “ma nessun suono è privo di significato”. E qui lo sta applicando al linguaggio, come rende molto chiaro il versetto 11. Al versetto 11 dice: “Se dunque io non conosco il significato del suono”—o della voce—“sarò un barbaros per colui che parla, e colui che parla sarà un barbaros per me”.

Ora egli dice: “Se non parlate usando qualcosa che io possa comprendere, siamo due barbari che cercano di comunicare”. Nel caso non sappiate che cosa sia un barbaro, “barbaro” era un termine usato per indicare uno straniero, e un barbaro era chiunque non parlasse greco. Quindi sta semplicemente dicendo: “Se parlate usando quella roba, non riusciremo affatto a comunicare”. Dice: “Sarà come se cercassero di comunicare due barbari, nessuno dei quali possiede una lingua comune”.

C’è una cosa interessante riguardo a questa parola. La parola barbaros è, ancora una volta, una parola onomatopeica. Ricordate che cosa significa? Una parola che riproduce un suono…ricordate “bzzz”, “zip” e “sss”, tutte quelle parole che non fanno altro che ripetere un suono. Ebbene, questa parola è, in realtà, la ripetizione di “bar, bar”. E quello che sta dicendo è: “Se parlate in quel modo e io non conosco il significato di quello che state dicendo, per me non è altro che: ‘Bar, bar, bar, bar’. Non lo comprendo e non ha alcun senso”.

Quindi l’intero punto, vedete, è l’inutilità di un linguaggio incomprensibile e del balbettio pagano. Non aveva assolutamente alcun significato. Secondo il versetto 10, è contrario a tutte le leggi del suono e del significato. Ogni cosa ha un significato, tranne quello che state facendo voi. Tutte le lingue comunicano, tranne quella specie di linguaggio che usate voi. E ricordate, fratelli, che potevano perfino essere accusati di usare impropriamente il vero dono, parlando una lingua come se stessero facendo una qualche grande cosa spirituale, quando nessuno dei presenti sarebbe stato in grado di comprenderla. Doveva essere usato soltanto quando erano presenti delle persone che parlavano quella lingua. E più avanti nel capitolo egli entrerà nei dettagli di questo argomento.

Quindi nessun ministero spirituale può mai essere compiuto in mezzo a una simile confusione. I non credenti entreranno, si guarderanno intorno e diranno, al versetto 23: “Queste persone sono pazze”. In altre parole, sono in preda a una frenesia che non è affatto diversa da quella degli adoratori di Diana. Stanno attraversando lo stesso tipo di estasi di quelle persone nel tempio, e non vedranno alcuna differenza tra la chiesa cristiana e il tempio di Diana. Ora, il secondo sottopunto, dunque, cioè che le lingue sono incomprensibili, si conclude con lo stesso punto del primo. Guardate il versetto 12.

“Così anche voi, poiché siete zelanti dei doni spirituali, cercate di abbondarne per l’edificazione della chiesa. Siete così zelanti per il dono, desiderate così tanto le cose spirituali, desiderate così tanto le cose dello Spirito, desiderate così tanto la manifestazione dello Spirito. Ebbene, se è davvero questo che desiderate, allora cercate ciò che manifesta davvero lo Spirito ed edifica la chiesa”.

Per inciso, è così che aveva concluso la prima sezione, al versetto 5: “Cercate che la chiesa ne riceva edificazione”. È in questo modo che conclude ciascuno di questi punti. Cercate che la chiesa sia edificata. In realtà, sta affrontando il loro egoismo. I Corinzi si riunivano e cercavano tutti questa esperienza. Cercavano tutti questa estasi. Volevano quell’esperienza sensuale.

E questo esiste ancora oggi. E penso che una parte di quello che sta accadendo nel movimento carismatico e pentecostale sia proprio che tutti cercano questa esperienza personale, mentre Paolo sta dicendo: “Questo è l’esatto contrario dello scopo dei doni spirituali, che è edificare il corpo”. Quindi, la posizione delle lingue è secondaria. Prima ragione: perché la profezia edifica la chiesa. Seconda ragione: le lingue sono incomprensibili e, di conseguenza, hanno un uso molto limitato. E, per inciso, anche quell’uso limitato era circoscritto all’era apostolica.

Bene, il terzo punto; il terzo punto nel vostro schema. Le lingue sono secondarie, in terzo luogo, perché l’effetto delle lingue è emotivo piuttosto che mentale. L’effetto delle lingue è emotivo piuttosto che mentale. Ed è proprio questo che affronta al versetto 13. Ora, osservate: “Perciò, chi parla”—ed eccoci di nuovo al singolare—“in un linguaggio incomprensibile, preghi di poter interpretare”. Ora, questo è un versetto molto difficile da interpretare. Molte volte, leggendo questo versetto, ho pensato, mentre pregavo: “Signore, fa’ che io possa interpretare questo versetto. È difficile”. Ma: “Chi parla in un linguaggio incomprensibile preghi di poter interpretare”? Che cosa sta dicendo?

Come già sappiamo dal nostro studio, essi parlavano in questa specie di comunicazione estatica e privata con il loro dio, nella lingua del loro dio, pensando di pregare il vero Dio e che tutto ciò provenisse veramente dallo Spirito. Ma pregare in un linguaggio incomprensibile non era mai stato lo scopo del dono; era sempre una perversione. E Paolo sta dicendo: “Sentite, voi che state pregando in un linguaggio incomprensibile”—o, letteralmente, colui che prega in un linguaggio incomprensibile—“preghi con lo scopo di tradurre, o, letteralmente, con lo scopo di interpretare”. In altre parole, penso che sia un po’ sarcastico, “Ehi, tu che sei tanto impegnato a pregare nel tuo linguaggio incomprensibile, perché non preghi per qualcosa che abbia un qualche significato per qualcuno?”.

E nel caso pensiate che questa interpretazione forzi il senso del testo, leggendo attentamente 1 Corinzi scoprirete che un simile sarcasmo e una simile ironia vengono introdotti in molte, moltissime occasioni. In altre parole: “Colui che è tanto ansioso di pregare nella sua piccola lingua privata preghi, invece, per il dono che è comprensibile. Mentre state pregando nel vostro linguaggio incomprensibile, chiedete a Dio qualcosa da cui anche gli altri membri del corpo possano trarre beneficio, perché quello che state facendo è terribilmente egoistico”.

Ora, probabilmente qualcuno sta dicendo: “Accidenti, John, hai davvero fatto entrare a forza tutto questo in quel versetto”. Ebbene, esiste un’altra alternativa. L’altra alternativa è questa: “Perciò, chi parla in una lingua sconosciuta preghi di ricevere il dono dell’interpretazione”. Ora, se lo intendiamo in questo modo, allora significa che possiamo ricercare determinati doni, giusto? Che, se desideriamo il dono dell’interpretazione, o qualsiasi altro dono, non dobbiamo fare altro che pregare per riceverlo, giusto? È vero?

Ebbene, 1 Corinzi 12:11 dice che lo Spirito Santo distribuisce i doni a ciascuno come Egli vuole. In 1 Corinzi 12:30…ora osservate bene questo. 1 Corinzi 12:30 dice: “Parlano tutti in lingue? Interpretano tutti?”. E qual è la risposta implicita nella costruzione greca? No. No, Dio non ha mai detto che possiamo pregare per ottenere qualunque dono desideriamo, che possiamo ricercare qualunque dono desideriamo. Questo versetto non può voler dire che dobbiamo ricercare il dono dell’interpretazione.

Vi mostrerò un’altra ragione. Guardate il versetto 28 del capitolo 14, il versetto 28. Osservate bene: “Se non vi è chi interpreti, taccia nella chiesa”. In altre parole, se qualcuno intende usare perfino il vero dono—ascoltate bene—che un pagano presente sarebbe in grado di comprendere, non dovrebbe farlo neppure, a meno che non sappia che è presente un interprete che lo interpreterà. E lasciate che aggiunga questo, fratelli: dovevano dunque sapere chi possedeva il dono dell’interpretazione, e il dono era limitato a quelle determinate persone, vedete.

Era talmente limitato che non potevano neppure parlare in lingue se quella persona non era presente. Quindi non c’è modo che quel versetto stia insegnando a un individuo di ricercare il dono dell’interpretazione. L’unica altra alternativa è che Paolo li stia pungendo un po’, dicendo: “Mentre continuate a farfugliare, perché non pregate per qualcosa d’intelligente, per esempio chiedendo a Dio qualcosa che abbia un significato per noi?”. Spero che questo vi aiuti a comprendere il punto.

Versetto 14. Egli dice: “Perché, se io prego in un linguaggio incomprensibile…”. Ora, osservate bene questo. La parola è pneuma. A me piace pensare che potrebbe essere tradotta in questo modo: “Il mio fiato, o il mio vento, prega, ma la mia mente rimane infruttuosa”. Quindi sapete che cosa sto facendo? Sto semplicemente emettendo suoni nell’aria, tutto qui. Pneuma può essere tradotto “spirito”, “fiato”, “vento”. Alcuni direbbero perfino che si riferisce ai sentimenti o alle emozioni interiori.

I carismatici, per la maggior parte, lo interpretano come lo Spirito Santo. Ma questa interpretazione non è realmente corretta, perché dice: “Il mio spirito prega”. Ed essi dicono: “Ma lo Spirito Santo è il mio spirito”. Sì, ma viene messo a confronto con “la mia intelligenza”. E se a un’estremità del confronto avete l’intelligenza umana, all’altra estremità del confronto dovete avere il fiato umano o lo spirito umano. Dovete mantenere l’equilibrio ed essere cauti su questo punto.

Quindi egli dice: “Se sto pregando in un linguaggio incomprensibile, il mio vento potrà anche pregare, ma la mia mente rimane infruttuosa”. In altre parole, non sta avvenendo nulla di benefico. Non viene prodotto alcun frutto. Pregare in lingue, dunque, o pregare in un linguaggio incomprensibile, è qualcosa di privo dell’uso della mente, “Se prego in una lingua sconosciuta, non è altro che il mio fiato, o il mio vento, o il mio spirito, o il mio sentimento interiore, qualunque termine vogliate usare. Non sto facendo altro che soffiare aria nell’aria, come fanno i pagani. Io non comprendo quello che sto dicendo, voi non comprendete quello che sto dicendo. Sto emettendo suoni nell’aria”. Quindi il dono contraffatto non faceva altro che produrre un’esperienza emotiva; non recava alcun beneficio alla mente.

Amati, sapete bene quanto me che nella Parola di Dio non c’è mai un momento in cui Dio voglia che siamo privi dell’uso della mente. Siete d’accordo con questo? Non viene mai attribuito alcun valore al fatto che il vostro cervello sia spento, mai. Non c’è mai un momento in cui Dio voglia che funzioniamo soltanto sulla base dell’emozione, senza comprensione, mai. E qui quello che avete è qualcosa di sbagliato. Avete un’esperienza emotiva, senza alcun coinvolgimento della mente, che non ha alcun significato, alcun significato.

Infatti, in Matteo 22, al versetto 37, è scritto: “Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con”—che cosa?—“tutta la tua mente”. Pregare o cantare in una lingua è inutile, inutile per voi, inutile per chiunque altro. È un’emozione senza alcun coinvolgimento della mente. Versetto 15,

Versetto 15: “Che cosa dunque?”. Qual è la mia conclusione? Personalmente, per quanto mi riguarda, “pregherò con il fiato”, con il vento, con la parte interiore di me, o comunque vogliate definirla, “Pregherò con il fiato e pregherò anche con”—che cosa?—“l’intelligenza. Ebbene, quando parlo con Dio, quello che dico verrà dal profondo di me e pronuncerò delle parole. Userò il mio fiato”, o il mio vento, “ma userò anche il mio cervello. E canterò con il mio fiato e con il mio vento, ma canterò anche con la mia mente”.

A quanto pare, cantavano anche in queste lingue estatiche. E questo esiste ancora oggi tra i carismatici, che cantano anch’essi in lingue. Paolo dice: “Io non faccio questo. Quale scopo avrebbe, se non quello di dare a tutti l’impressione che io possieda questa mia piccola lingua privata di preghiera tra me e Dio, che mi mette in contatto con Lui in un modo speciale?”. È estremamente egoistico.

Quindi Paolo dice: “Pregherò con il mio fiato e con la mia mente, e canterò con il mio fiato e con la mia mente, non in modo privo dell’uso della mente”. Ascoltate, voi pregate in italiano e Dio comprende, e cantate in italiano e Dio comprende. Lasciate che ve lo dica: questo è infinitamente superiore al parlare a Dio in una qualche specie di linguaggio incomprensibile, indipendentemente da quello che chiunque possa dirvi. Dio non ne ha bisogno.

Una nota interessante. La parola “cantare” originariamente significava “suonare l’arpa”. Poi venne a significare—ascoltate bene questo—“cantare con l’accompagnamento dell’arpa”. Oggi ci sono alcune persone che affermano che la chiesa non dovrebbe usare strumenti musicali. La stessa parola “cantare” originariamente significava “cantare con l’accompagnamento di un’arpa”. È così che veniva usata nella Settanta e, senza dubbio, è così che veniva compresa nel Nuovo Testamento. Perciò noi usiamo gli strumenti.

Versetto 16. Procederemo velocemente fino alla conclusione. Egli dice: “Se non lo faccio con la mia mente, altrimenti, quando tu benedirai”—e ora passa all’altra persona—“quando tu benedirai con il fiato”, o con il tuo vento, o con il tuo spirito. In altre parole, quando entri in quella tua esperienza, “e non lo fai con la mente, come potrà colui che occupa il posto dell’ignorante dire: ‘Amen’, al tuo rendimento di grazie, dal momento che non comprende quello che dici?”. Nessuno potrebbe neppure dire “Amen”.

Notate l’espressione “il posto dell’ignorante”. Nel greco, la parola è idiōtēs. Qui la parola significa “ignorante”, e indica semplicemente qualcuno che non conosce la lingua che state parlando. E se continuate a parlare in quel modo, chi non comprende il significato delle vostre parole non può neppure dire “Amen” mentre rendete grazie, perché non comprende quello che state dicendo.

Ora, amati, “amen” è semplicemente un aggettivo ebraico che significa: “È vero, continua così, fratello”, va bene? “Così sia”, “Sono d’accordo con te”, o qualunque altra sfumatura possa avere. E nella sinagoga ebraica, sapete quanto fosse importante? Era talmente importante che si riusciva a malapena a portare a termine la lezione, a causa di tutti quegli “Amen”.

Lasciate che vi dia alcune citazioni dei rabbini, “Colui che dice amen è più grande di colui che pronuncia la benedizione”. Eccone un’altra: “A chiunque dica amen vengono aperte le porte del Paradiso”. Eccone un’altra ancora: “Chiunque dica amen brevemente avrà i suoi giorni abbreviati; chiunque dica amen distintamente e a lungo avrà i suoi giorni prolungati”. E sapete che cosa accadeva nella sinagoga? Diventava una gara a chi riusciva a dire più “Amen”, per poter entrare nel Regno.

Anche nella chiesa primitiva questa era una pratica comune, anche se molto più genuina. Ed egli dice: “Guardate, è una cosa meravigliosa esprimere il proprio consenso”. Sapete, oggi nella chiesa ci sono persone che, se qualcuno dice: “Amen”, si voltano e dicono: “Chi è stato?”. Amen? Amen, esatto. Ma egli dice: “Se tutto quello che avete è un’estasi cieca ed emotiva, nessuno può neppure esprimere il proprio consenso, perché nessuno sa che cosa stia accadendo”. Non comprendete il punto? Vedete, quando vi riunite, fratelli, è per il beneficio di tutti. E qualunque cosa facciate che escluda qualcun altro è sbagliata.

Versetto 17: “Poiché tu, certo, rendi grazie in modo eccellente”. Potreste anche rendere grazie benissimo e, se per caso possedete il vero dono, o qualunque altra cosa, potreste pensare nel vostro cuore: “Quanto sono riconoscente a Dio!”. Ma nessun altro viene edificato, e questo lo rende sbagliato, perché avete mancato lo scopo dell’assemblea. Avete mancato lo scopo del riunirsi insieme.

Ora qualcuno potrebbe dire: “È proprio per questo che noi insegniamo che deve essere fatto in privato”. Ma, vedete, anche questo è il punto, perché non è mai stata una cosa privata. Era sempre il dono delle lingue destinato a qualcuno presente che parlava quella lingua. Quale beneficio potrebbe avere farlo in privato? E qui egli dice che, anche in pubblico, non serve a nulla, a meno che qualcuno dei presenti non comprenda quello che state dicendo.

Versetto 18. Ora Paolo fa quello che aveva già fatto in precedenza nel capitolo. Dice: “Sono stato piuttosto duro riguardo a questa cosa, e non voglio che vi facciate un’idea sbagliata riguardo alle lingue”, o alle lingue straniere, “Credo che si tratti di un vero dono”. Quindi dice: “Ringrazio il mio Dio perché parlo in lingue”—notate di nuovo il plurale, e qui penso che si riferisca al vero dono—“più di tutti voi”. Ora egli dice: “Nel caso vi stiate chiedendo se io sia un po’ estraneo alla questione e non comprenda pienamente tutti questi fenomeni, voglio semplicemente che sappiate che probabilmente ho esercitato questo dono più di chiunque altro tra voi”.

Egli possedeva il vero dono. Era un apostolo, possedeva i segni di un apostolo, secondo 2 Corinzi 12:12. Esercitava quei doni e, senza dubbio, mentre viaggiava, usava questo dono, “In che modo usava questo dono?”. Ebbene, primo, sono certo che non lo usasse come una lingua privata di preghiera. Secondo, sono certo che non lo usasse nelle riunioni cristiane per dimostrare di essere spirituale. Terzo, sono certo che non lo usasse per il proprio beneficio.

Vi dirò come lo usava. Lo usava nelle occasioni in cui viaggiava in un luogo dove si trovavano persone che parlavano una lingua straniera. E Dio gli dava la capacità di parlare quella lingua, affinché quelle persone sapessero che Dio era presente e che era avvenuto un miracolo. E poi egli proclamava loro la verità di Dio ed esse si convertivano. Era un missionario tra i Gentili. E senza dubbio, in molti casi, durante i suoi viaggi missionari, avrà potuto usare questo dono. Ma trovo interessante che lo considerasse così poco importante che, in tutto il suo ministero e in tutti i suoi scritti, non fa mai riferimento al fatto di averlo usato, se non qui, e non ne fornisce alcun esempio.

Ma egli dice: “Anche se possiedo quel dono”—versetto 19—“tuttavia, nella chiesa…voglio dire, va benissimo usarlo là fuori, nell’evangelizzazione; va benissimo quando dovete parlare a quei pagani in una lingua che comprendono e mostrare loro che Dio è presente e che Dio sta parlando. Ma nella chiesa”—ora osservate bene questo—“preferirei dire cinque parole con la mia intelligenza, per istruire anche gli altri con la mia voce, piuttosto che diecimila parole in un linguaggio incomprensibile”. Questa, in realtà, è la fine della frase. Questo è lo scopo.

Ora voglio che notiate qualcosa d’interessante. Il rapporto non è di cinque a diecimila. Sapete che cosa significa “diecimila”? È la parola greca murios, usata qui perché era il…era il numero più grande che in greco avesse un nome specifico. Comprendete? Per esempio, nell’Apocalisse, ricordate quando parla degli angeli e dice: “E ve n’erano diecimila volte diecimila e migliaia di migliaia”?

Continua semplicemente a ripetere murios e murios, chilioi e chilioi, perché non disponeva di parole per numeri più grandi. E quindi quello che sta dicendo…letteralmente, in italiano, potremmo esprimerlo in questo modo: “Preferirei dire cinque parole con la mia intelligenza piuttosto che un quintilione di parole in un linguaggio incomprensibile”. Non esiste neppure un paragone. Preferirei dire: “Ho qualcosa da dire”, e poi sedermi, piuttosto che pronunciare un quintilione di cose in un linguaggio incomprensibile. Questo è il suo punto. Perché? “Perché nessuno imparerà nulla, mentre io voglio usare la mia voce per istruire anche gli altri”.

Quindi conclude al versetto 20: “Fratelli, smettete di essere bambini quanto all’intelligenza; crescete”. Ci fermeremo proprio qui. Crescete, crescete. In 1 Corinzi 13:11 aveva detto: “Quando ero bambino, parlavo da bambino. Quando sono diventato uomo”—ho fatto che cosa?—“ho abbandonato le cose da bambino”; è la stessa idea. Ora, lasciate che vi dica una cosa, ed è molto importante mentre concludo. Quali sono le lezioni che impariamo qui? Ora ascoltate. Questo brano ci dice come regolare l’uso delle lingue nella chiesa di oggi? No, non realmente, perché le lingue sono cessate.

Che cosa ci mostra? Primo, ci mostra che il movimento carismatico moderno è…ora osservate bene questo. E lo dico con grande amore e profonda preoccupazione. Ma credo con tutto il cuore che il movimento carismatico di oggi sia il vecchio problema di Corinto che si ripresenta oggi. Ascoltate. Perché? Oggi usano le lingue nelle loro assemblee. Parlano in un linguaggio incomprensibile. Lo fanno per la propria edificazione privata.

Ricercano l’esperienza emotiva invece della comprensione intellettuale. Cantano in lingue; sono assorbiti dalle proprie esperienze. Si vantano dell’incomprensibile, come se fosse una qualche comunione segreta con Dio. Lo fanno in mezzo ai credenti, e i loro missionari non possiedono il vero dono per raggiungere persone che parlano lingue diverse. E quindi quello che vedo lì è una riproposizione dello stesso problema.

Che cosa impariamo da tutto questo? Eccoci. Imparate, primo, a esaltare la proclamazione e l’insegnamento della Parola di Dio; a riunirvi per ascoltare e comprendere la Parola di Dio; a fare ogni cosa, con qualunque dono possediate, per edificare gli altri; a non ricercare mai un’esperienza spirituale egoistica; a non compiacervi mai dell’emozione, ma della conoscenza; a guardarvi dalle contraffazioni di Satana; a fare ogni cosa con una mente lucida e aperta alla verità di Dio. E, amati, la più grande tragedia prodotta dal moderno movimento delle lingue è che si lascia sfuggire la vera opera dello Spirito Santo.

Ricordate il cane dell’antica favola che, mentre attraversava un ponte con un osso in bocca, guardò giù dal ponte e vide il proprio riflesso nell’acqua? L’osso riflesso gli sembrò così invitante, migliore di quello che aveva in bocca, che lasciò cadere la sostanza per afferrare l’ombra e rimase affamato. E temo che molti dei nostri cari amici in questo movimento abbiano lasciato cadere la sostanza e la realtà di Efesini 5:18 per afferrare l’ombra di un’esperienza carismatica, e finiranno per rimanere affamati. Preghiamo.

Ti ringraziamo, Padre nostro, per il tempo trascorso questa mattina nella Tua Parola. Ti ringraziamo per ogni persona che si trova qui. Padre, sappiamo che molti dei nostri amici che sono qui con noi questa mattina probabilmente sono venuti aspettandosi un messaggio diverso da questo. Prego che comprendano che, mentre studiamo le Scritture, Tu hai uno scopo in tutto ciò che ci insegni.

Padre, Ti prego di operare in modo particolare nei loro cuori attraverso la nostra comunione, nonostante, forse, il messaggio non abbia risposto esattamente al bisogno presente nei loro cuori. Ti ringraziamo per l’amore e per la comunione di cui godiamo. Preghiamo che, mentre ci congediamo, possiamo farlo con un cuore rinnovato, desideroso di amarTi, di servirTi e di ricercare la Tua volontà per la Tua gloria. Nel nome di Gesù, amen.

FINE

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